L’avvocato di famiglia. Mio Cugino Vincenzo.

Nel 1991 John Landis aveva finalmente spalancato le porte degli Anni ’90 alla commedia americana con il suo Oscar, Un Fidanzato Per Due Figlie imprimendo al genere una rilettura in linea con i tempi che indubbiamente avevano fatto presagire un nuovo modo di definire il comparto umoristico. Fa tesoro di questa intuizione il veterano Jonathan Lynn il quale, a distanza di un anno, realizza la sua personale parodia del genere Legal-Thriller con Mio Cugino Vincenzo. La pellicola narra la storia di due ragazzi, Billy Gambini e Stanley “Stan” Rothenstein, che si concedono qualche giorno di vacanza nella contea dell’Alabama. Ma la serenità del loro viaggio è sconvolta dal clamoroso scambio di persona a loro danno a causa del quale vengono identificati con due malviventi che hanno commesso un omicidio in un supermarket in cui i due protagonisti avevano fatto acquisti una quindicina di minuti prima. Di lì in poi la storia per i due sventurati precipita vertiginosamente con equivoci a non finire che rischiano di farli finire sulla sedia elettrica (la pena di morte prevista per il paese che li ospita). I due non comprendono subito quello che sta accadendo, ma nel momento in cui la verità si palesa evidente sotto i loro occhi, Billy ha un’unica chance di salvezza: chiamare per la loro difesa in aula, un suo cugino avvocato Vincenzo La Guardia Gambini. Inutile dire che lo strampalato avvocato si precipita subito in loro aiuto accompagnato dalla sua fidanzata, l’avvenente e mascolina Mona Lisa Vito, parrucchiera esperta di meccanica. Lynn, da buon mestierante, risulta avere una perfetta padronanza della materia e un’impeccabile visione d’insieme. Affidandosi a una sceneggiatura coi fiocchi scritta da Dale Launer, recluta per l’occasione un cast azzeccatissimo dove ogni personaggio sposa a pieno la propria essenza di sagoma di carta in una sorta di teatrino da quintessenza della parodia. Billy Gambini ha il volto di Ralph Macchio che, reduce dalla trilogia marziale di The Karate Kid di Avildsen, si ritrova in gran spolvero nella dimensione comedy da molto tempo poco frequentata. Se la cava in modo egregio e riesce a creare con l’amico Mitchell Whitfield (Rothenstein) un duo-idea dalla perfetta simbiosi demenziale. I due hanno caratteri contrapposti, uno sicuro e calmo, l’altro ansioso e pauroso che però trovano obiettivo comune nel riuscire a sopravvivere alla pena di morte che rischiano per uno sbaglio giudiziario. In loro soccorso arriva Vincenzo, cugino maldestro e scapestrato interpretato in modo sublime da un Joe Pesci in forma strepitosa (fresco di Oscar ricevuto l’anno prima per Quei Bravi Ragazzi di Scorsese) il quale dà vita a una macchietta Slapstick di devastante efficacia. Un ometto divenuto avvocato dopo essere stato bocciato per ben sei volte all’esame d’ammissione all’albo, improvvisato penalista di alto rango il quale in pratica non ha mai visto un aula di tribunale e ha vinto solo una sola causa per insulti e offese. A dargli fortunato sostegno Lynn pone al suo fianco il personaggio della fidanzata Mona Lisa Vito, una parrucchiera figlia di una pletora di meccanici per generazione. A interpretarla è una portentosa e sexy Marisa Tomei che, dismessi i panni ribelli della Lisa Provolone di Landis, dona anima e corpo a un personaggio da antologia. Ed è proprio a questo punto che il regista statunitense compie un miracolo che tutti non si aspettano, un qualcosa che sa di incredibile. Mio Cugino Vincenzo arriva agli Oscar del 1993 vincendo l’ambita statuetta proprio grazie alla strepitosa performance della Tomei che viene premiata come miglior attrice non protagonista. Il premio è meritatissimo in quanto l’attrice si cala nella parte con una inappuntabile sintesi di tempi tecnici in grado di stordire la visione con le sue incursioni. Tra tutte, da mandare a memoria la sequenza della spiegazione del funzionamento del disallineamento dell’asse delle auto impartita al tecnico esperto George Wilbur (James Rebhorn) reclutato dall’impertinente avvocato dell’accusa Jim Trotter III interpretato dal grande Lane Smith. Di contro il cast si arricchisce di coprimari di altissimo livello, tra tutti il giudice-tiranno Chamberlain Haller che trova nell’imponente statura del mitico Fred Gwynne essenza compiuta. La pellicola, infatti, procede tramite una narrazione a incastro dove lo scontro, da lacrime agli occhi, tra il giudice e Vincenzo procede parallelamente al calvario insonne di quest’ultimo e di Mona Lisa (sirene alle cinque del mattino, treni alle quattro e porci alle due di notte), alla continua carcerazione dell’uomo a causa del continuo (ma spontaneo) vilipendio alla corte e alle litigate notturne in bar malfamati per la ridicola cifra di 200 dollari (esilarante la scena del dubbio amleticamente ironico di Vincenzo di fronte alla prospettiva di riavere 200 dollari o “farsi rompere il culo” da J.T. interpretato da Chris Ellis). Ma quello che interessa a Lynn non è solo costruire una serie di gag consecutive, ma di incastonarle in una cornice narrativa che procede implacabile verso mete inesplorate di surrealismo e di tenero nonsense. La cittadina dove si svolge il processo sembra quasi un villaggio di cartone dove le sue anime sembrano uscite dalla penna di Walt Dysney. C’è il tempo di trovare un appiglio legale nel tempo di cottura (“Twenty Minutes!”) della pastella del signor Tipton (Maury Chaykin), primo dei testimoni dell’accusa completamente asfaltato da Vincenzo dopo che il suo collega avvocato John Gibbons (Austin Pendleton) ne esce sconfitto (memorabile lo scontro tra i due compromesso da balbuzia nervosa da parte del legale), ma anche modo per passare incondizionatamente da occhiali da vista da cambiare come quelli della signora Costance Riley interpretata da Paulene Myers (per cui Vincenzo redarguisce il giudice Haller con la famosa frase “E soltanto la signora Raley!”) a finestre unte e bisunte che confondono la vista come quelle della casa del signor Ernie Craine (Raynor Scheine). Nell’insieme Mio Cugino Vincenzo è corpo unico, una matassa di situazioni surreali, al limite dello sberleffo in cui la vicenda personale del protagonista, attanagliato dal rimorso di essersi imbattuto in un impresa più grande di lui, si scontra con il martellante “orologio biologico” della sua compagna che batte inesorabile verso la meno pausa, mentre due ragazzi rischiano la vita solo per aver comprato una scatola di tonno. La pellicola inanella moltissime gag memorabili e trae forza anche dal punto di vista tecnico come, ad esempio, il superbo lavoro in sala di doppiaggio per l’edizione italiana, in cui si eleva all’ennesima potenza lo slang distorto e partenopeo di un Leo Gullotta in stato di grazia. Possiamo tranquillamente affermare che gran parte dell’irrefrenabile comicità di Pesci convive sullo schermo italiano grazie alla performance dell’attore-doppiatore nostrano il quale con quella sua voce sguaiata e sottile rende gustosissimi alcuni momenti della pellicola (formidabile la sequela di doppi sensi che intercorre tra Vincenzo e Stan nella prima visita dell’uomo in carcere, il quale viene scambiato per un delinquente interno alla struttura detentiva in cerca di “particolari prestazioni”). Di contro è anche vero che la mimica del grande Joe rimane impeccabile e le sue inconsuete incursioni nell’aula di tribunale che mettono puntualmente alla berlina l’istituzione giuridica sono da antologia del Cinema. La pellicola, inoltre, si avvale di uno splendido score realizzato per l’occasione dal talento di Randy Edelman che imprime alla vicenda un ritmo che dà il meglio di se nelle scene comiche e concitate rendendo giustizia alla visione senza mai far calare il tono scanzonato della vicenda. Mio Cugino Vincenzo viene, come spesso accade, sottovalutato da certa critica dell’epoca, ma la sua ribalta ai premi Oscar lo rende il caso dell’anno che l’Home Video consegna successivamente alla nobile casta dei cult movie. Grande soddisfazione da parte di Lynn, ma anche un secondo punto a favore (dopo quello di Landis) della commedia statunitense agli inizi del decennio ’90, prima che tutto venga ridimensionato nel 1994 dal capolavoro inglese Quattro Matrimoni E Un Funerale di Newell che fungerà da vero e proprio  spartiacque per un nuovo salto in avanti nell’ambito della dimensione Comedy internazionale.
Alessandro Amantini

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