Nero color Blue. I ragazzi di Tagliaferri.

Uscito in sordina nel 2017, Blue Kids è l’opera prima di Andrea Tagliaferri, assistente alla regia per Matteo Garrone qui produttore. Il giovane regista ravennate (classe 1977) narra le gesta di due fratelli Claire e Gianmaria i quali, alla morte della madre, apprendono dal suo lascito testamentario di non aver ereditato nulla e che l’intero patrimonio è destinato nelle mani del padre il quale nel frattempo ha intrapreso una storia sentimentale con un’altra donna. I due ragazzi, sconvolti per la decisione della defunta madre, ordiscono con l’aiuto di un loro amico una rapina ai danni dei neo coniugi la quale finisce in una disperata tragedia che condurrà i tre verso un calvario costellato di rancori e violenza fino all’inaspettato epilogo finale. Guardando Blue Kids, noi di Arcadicultura ci poniamo una domanda essenziale: come guardare a una tale opera? Cominciamo col dire che la pellicola è un progetto inusuale nel panorama del Cinema italiano. Tagliaferri sin dall’inizio sa qual’è l’obiettivo da centrare e, forte della lezione cinematografica assimilata con la sua “militanza” tra le file del Cinema garroniano, ci restituisce una fotografia, un’istantanea di una vita al limite. La sua è una narrazione lenta (su sceneggiatura a due mani con Pierpaolo Pisciarelli), visivamente prolissa e con un forte senso della perdita morale, della mancanza empatica di qualsiasi sentimento che però porta all’esatto contrario. Attenzione: l’apparente elementarità del canovaccio narrativo nasconde dentro di sé un discorso profondo e spiazzante. Coadiuvato dalle ottime performance di Agnese Claisse e Fabrizio Falco nei ruoli dei due fratelli protagonisti, Tagliaferri non cerca spiegazioni né le dà. Non appesantisce la visione con flashback (la morte della madre dei protagonisti non ha una spiegazione né se ne sa il perché), non scava all’interno delle vite dei protagonisti (perché la madre non ha lasciato nulla in eredità ai figli?). Tutto è volutamente sopra le righe (i protagonisti non sono santi, ma l’atteggiamento dei coprimari è irritante, come per esempio quello del padre Lorenzo Gioielli durante la cena a tavola di casa dopo il funerale). I ragazzi si muovono come semplici sagome di carta, senza anima e senza una precisa collocazione psicologica. Sessualmente inattendibili (il fratello paga le ragazze per far sesso con la sorella) Claire e Gianmaria si vogliono bene, si odiano, si rubano l’amore (fondamentale la donna Matilde Gioli che si concede ad ambedue) per poi trovare all’omicidio una terrificante quanto attonita collocazione quotidiana. Le uccisioni si susseguono senza tregua al fine di mettere a tacere non solo eventuali testimoni, ma lo stesso passato di chi le compie visto come uno scomodo mondo da non voler condividere più (“avremmo voluto fare il giro del mondo..sai” dice Claire all’ultima amica-vittima, mentre il fratello piange sulle ginocchia della nonna che lo culla con Balocchi E Profumi). E mentre intorno gira una realtà incurante delle loro gesta (i telegiornali che non danno notizia degli omicidi perché i corpi nessuno li cerca), loro plasmano la paura di essere scoperti su risate, piccoli stupori e massicce incursioni nello stordimento sessuale, quasi un detonatore al non pensiero. E qui entra a gamba tesa la bravura del regista il quale dal cilindro tira fuori il famoso coniglio. Tutta la storia è una non storia, non succede nulla. Tutte le “malefatte” dei protagonisti non subiscono nessuna punizione, ma il blu è sempre lì con loro. Il mare, il cielo sono componenti di un paesaggio che sembra progressivamente espressione delle loro anime, così nere quanto così mosse da un candore di vita, da una necessità di andare via. Questa fusione filmica di alto livello entra in atto attraverso due componenti essenziali. La prima è la splendida fotografia realizzata da Sara Purgatorio, uno spettro cromatico che fonde quasi il platino con il blu tanto a sottolineare le fasi stranianti dell’anima dei due protagonisti. Un ottimo lavoro che giunge a fatto compiuto grazie alla seconda componente quale il magistrale score di Leonardo Milani, una cassa di risonanza veramente eccezionale che coglie appieno il nucleo narrativo divenendo una seconda pelle per la visione, ma anche per lo spettatore chiamato in causa per dare giudizi che non è in grado di porre in essere. Blue Kids è un film sulla sofferenza, sul dolore nella sua accezione più generale, quasi un testamento visivo e definitivo sulla fine di una moralità imposta ma mai appagante. Guardando la pellicola, nonostante le scellerate gesta compiute, non ci si sente di condannare i due giovani delinquenti. Non li si giustifica, ma li si comprende proprio grazie all’assenza di approfondimento del quadro cinematografico. L’ultimo saluto al loro paese, ma anche al mondo personale di cui erano prigionieri è la lunga corsa finale su un sentiero che sembra quasi apertosi al loro passaggio. Non vi sono alberi, ostacoli o momenti di dubbia moralità, ma solo la fine della sofferenza e l’inizio dell’agognata libertà. Blu Kids è una pellicola difficile, un’opera prima spiazzante, che fa male proprio perché ci pone di fronte al gravoso compito di capire da quale parte stare. Di fare i conti con l’essenza del rancore, ma anche col vuoto il più delle volte inaspettato e nascosto di figli che non vengono compresi. Di mondi alla deriva morale che continuano a non essere esplorati e per questo quasi inesistenti. Progetto intimista come pochi, quello di Tagliaferri è un’opera ambigua che fa del suo “inarrivare” filmico l’innesco di una riflessione profonda. Per chi non è abituato a questa dimensione filmica, il film può inizialmente sembrare insensato, ma la visione riesce letteralmente a ipnotizzare lo spettatore fino a fargli provare emozioni che trapelano da ogni immagine, da ogni scorcio, da ogni nota che il progredire narrativo si trascina via, come un tempo “non tempo” che passando si ruba gli anni e le vite di tutti. Complessità emotiva di livello. Un film splendido.
Alessandro Amantini

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