Fattori primordiali. La “caccia” di Zobel.

Giungiamo finalmente a parlare di The Hunt, uno dei film più complessi e controversi di questo 2020, in grado di creare, alla sua uscita nelle sale statunitensi, un vero e proprio terremoto politico che non ha risparmiato neanche il Presidente Donald Trump costretto a prendere le distanze riguardo l’ideologia in esso ravvisabile. Ma, al fine di riuscire a catturare al meglio l’incastro concettuale insito nell’opera, dobbiamo procedere per brevi steps. Il progetto (da noi arrivato direttamente in streaming a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19), quarta regia del giovane regista americano Craig Zobel, è liberamente tratto dal racconto La Partita Più Pericolosa scritto nel 1924 da Richard Connell e narra le gesta di un manipolo di cittadini che vengono prelevati con la forza dalla loro quotidianità, drogati e, in ultimo, rilasciati in una lunga distesa di terra utilizzata come zona di caccia da una feroce élite di benestanti (tra cui i mercenari improvvisati Richard e Peter, interpretati da Glenn Howerton e Vince Pisani) che vi pratica l’omicidio di persone come sport. La produzione del film è ancora una volta sotto l’egida produttiva della Blumhouse e, come tradizione che si rispetti, la narrazione parte da un canovaccio solo apparentemente elementare. Canovaccio già utilizzato nel 1993 da John Woo per dare voce all’istinto barbaro della caccia all’uomo con il suo Senza Tregua, interpretato da un giovane Jean-Claude Van Damme, film che, però, raccoglie la dimensione sociale (le prede sono reietti, clochard i quali non hanno nessuno che risenta della loro mancanza) solo per un breve incipit per poi sposare a pieno l’Action truce e violento con una robusta messinscena. Nel 2010 la “palla” passa all’ungherese Nimród Antal che confeziona il suo Predators (terzo episodio della saga) dove anche qui assistiamo al prelievo forzato di uno sparuto gruppo di galeotti scelti per soddisfare la brama di caccia dei predatori alieni. Ma in questo nuovo frangente di contemporaneità, The Hunt si spinge ben oltre la semplice cine-idea e travalica i confini della ideologia politica per mettere in scena una rappresentazione distopica e destabilizzante del tessuto sociale. I protagonisti si ritrovano all’interno di un Survival Horror cruento che affonda le sue radici in una narrazione rilasciata a colpi di flashback tramite i quali il regista ci fa comprendere come la vicenda sia uno spaventoso loop di causa/conseguenza innescato da un malinteso. Alla base di tutto vi è infatti uno scambio di messaggi WhatsApp tra alcuni dipendenti di una multinazionale i quali fantasticano (forse?) sull’attuazione del Manorgate, una sorta di fantasiosa arena di caccia in cui braccare i datori di lavoro che li vessano. Ma come tutti sanno la rete è per sempre e nulla si cancella (concetto alla base dell’altro successo Blumhouse Unfriended) tanto che alcuni hackers riescono a intromettersi nella conversazione rubandone i missaggi e diffondendoli in Internet. A poco a poco il contenuto multimediale si trasforma in un corollario di fake news virali in grado di spiazzare il pubblico e arrivare a chi ne è il presunto bersaglio. I dirigenti della multinazionale (il cui leader è il subdolo Paul interpretato con misura dal bravo J. C. MacKenzie), infatti, non apprezzano il “gioco” licenziando i dipendenti rei di aver innescato questa nefandezza. La vendetta di questi ultimi nei confronti degli hackers e degli heaters a loro seguito, diviene feroce a tal punto che il presunto gioco al massacro viene realmente messo in atto. Proprio a questo punto il film di Zobel vira pesantemente su tematiche di stampo para-politico. Esempi eclatanti sono quelli delle prede definite spregevoli, fortissimo richiamo al famoso “gruppo di spregevoli”, eufemismo utilizzato da Hillary Clinton in campagna elettorale 2016 per definire l’entourage di sostegno a Trump, oppure il palese richiamo ad un altro caposaldo della letteratura mondiale quale La fattoria Degli Animali (1945) di Orwell, forte detonatore dell’infrangersi del sogno liberale di fronte al primordiale istinto umano di prevaricazione e di gerarchia sociale. Il maialino che gli sventurati protagonisti trovano nella cassa delle armi a inizio pellicola non è altro che la rincorsa all’utopia, all’idea di una società di pari dignità, di un’innocenza totalmente persa nel vento della guerra sociale e quindi concetto altamente sacrificabile (non a caso si legge Croazia ma si pensa alla Russia orwelliana). Passando di nuovo allo stile di rappresentazione, il regista mette da subito in chiaro quale sia la scelta stilistica con cui la materia deve essere affrontata, ponendo al centro della scena la ferocia, l’efferato atto di sopraffazione con incursioni splatter notevoli (bulbi oculari che ciondolano tra sedili di un aereo e l’uso improprio di un tacco a spillo tra ospiti di riguardo ne sono esempi eclatanti). La violenza è molta, ma non ammanta l’intera operazione rimanendo relegata solo alle scene action di sopravvivenza le quali esplodono nel furore sonoro realizzato per l’occasione dal compositore Nathan Barr, che realizza uno score incalzante e vertiginoso. Da parte sua il cast fa il resto con un manipolo di sopravvissuti capitanati dalla leader Crystal Creasey (Betty Gilpin) la quale dimostra subito una ferocia irreversibile (figlia della sua ex appartenenza al corpo militare statunitense di ruolo nella Guerra in Afghanistan), divenendo una sorta di angelo vendicatore senza alcuna pietà e con una lucida capacità ricognitiva. Gli altri sono solo agnelli votati al macello (come le vittime iniziali Yoga Pants, interpretata da Emma Roberts e Staten Island il cui volto è quello di Ike Barinholtz) o traditori inseriti come infiltrati in un massacro che non lascia in piedi nessuno, neanche loro stessi, pervasi di false certezze (emblematica l’uccisione di Don, interpretato da Wayne Duvall, nel covo armato dell’élite). Il montaggio forsennato, egregiamente curato da Jane Rizzo, pedina l’azione facendone elevare a potenza il ritmo tra rincorse disperate (emblematica l’uccisione di una delle “prede” a colpi di freccia) e falsi obiettivi (il treno che trasporta emigrati tra cui vi sono pericoli incombenti, la stazione di servizio gestita dagli anziani assassini Ma e Pop, interpretati rispettivamente da Amy Madigan e Reed Birney) che si alternano a scoperte sconvolgenti (la Croazia celata dietro le false spoglie di un Arkansas ai confini del mondo) che spiazzano i protagonisti come lo spettatore. La fotografia realizzata da Darran Tiernan ci ripropone una immagine quasi semi-documentaristica, in grado di essere una sorta di ripresa consapevole dei limiti ambientali in cui si svolge. Il tutto rende più selvaggio e rude l’ambient di visualizzazione, quasi a voler scaraventare lo spettatore tra i boschi e le steppe assieme ai reietti braccati. Zobel dipinge un quadro che ormai ha perso qualsiasi parvenza umana, in cui le caste diventano colpe e l’ideologia risulta ributtante, tanto che i ruoli subiscono un continuo capovolgimento  senza mai trovarne il giusto equilibrio morale. Un loop amorale e scellerato che trova il giusto freno nella forsennata lotta tra le due final girl Crystal e la mantide Athena Stone, interpretata con ferocia da Hilary Swank. Lo scontro è un lungo pestaggio, doloroso quanto grottescamente calato in una sorta di humour nero (godibile il salvataggio della costosa bottiglia di Champagne durante una caduta dal tavolo della cucina) che deflagra nell’imprevisto, quello che non ti aspetti. Un Ops! finale che raccoglie tutti gli sbagli e i pregiudizi di una nazione votata all’autodistruzione perché il più delle volte crea le sue paure dal nulla e il vero dal falso. The Hunt è una constatazione amarissima sulle convinzioni di tutti noi le quali, il più delle volte, si trasformano in pregiudizi proprio perché lasciamo che la nostra verità venga cercata dal prossimo. La verità, quella che ci garantirebbe il libero arbitrio, muore nel semplice sentito dire, nell’aver solo percepito e mai visto con i propri occhi. Il regno catodico e la Chiesa multimediale ormai divengono il nostro credo e, senza accorgercene, diveniamo prede e al contempo predatori in una catena evolutiva che ci rende pedine sacrificabili in uno spietato e unico gioco al massacro. E se da una parte il Capitalismo viene bandito e gettato nel magma di una élite scellerata, dall’altra l’idea liberale viene rappresentata come sopravvivenza senza certezze, solo come progressiva posologia di intuizioni. Il classico detto “sbagliando s’impara” che in questo caso si traspone in una terrificante sovrapposizione tra il concetto di morte con quello di sbaglio. Nessuno è vittima e nessuno è carnefice. Tutti giocano allo stesso massacro mossi da indeterminatezza, da spiazzamento, lo stesso che avvolge lo spettatore chiamato in causa a fare i conti con i propri dubbi morali. Cinema Horror che ancora una volta cerca di dire qualcosa, di far parlare se stesso e di far aprire gli occhi alle masse su quei particolari che troppe volte sfuggono a sguardi proiettati su una macro visione delle cose, mentre la verità è lì nelle più insignificanti e quotidiane delle azioni. Un apologo morale durissimo. Scomodo quanto basta. Vero quanto serve.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto.

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