Ogni Santo Natale. L’evoluzione Black Christmas.

Quando si parla di Bob Clark il più delle volte la mente fa luogo comune alla scanzonata e irriverente demenzialità della trilogia Porky’s (1981-1985), nostalgico omaggio agli Anni ’50 vissuti con una sana e innocente spensieratezza. La carriera del cineasta statunitense, però, inizia con ben altri intenti. Clark, infatti, riscuote i suoi primi riconoscimenti nel Cinema di genere e più precisamente nell’Horror. Nel 1972 si guadagna una discreta fama con La Morte Dietro La Porta, film impregnato di un fortissimo spirito antimilitarista col quale fa le “prove generali” per quello che, due anni dopo, risulterà essere il suo capolavoro assoluto. Stiamo parlando di Black Christmas, riconosciuto da milioni di fan del genere come uno dei migliori slasher di tutto il cine-panorama degli Anni ’70. La pellicola narra la storia di un manipolo di donne, coinquiline in una abitazione adibita a piccolo albergo, le quali ingaggiano una ferocissima lotta con uno psicopatico entrato di nascosto nell’abitazione da una delle finestre rimaste aperte. Il maniaco comincia a importunare le ragazze prima con telefonate oscene e spiazzanti (tutte operate dalla mansarda dell’abitazione), per poi arrivare a ucciderne una, Clare Harrison (Lynne Griffin) asfissiandola con un sacchetto di plastica e nascondendone il corpo nella soffitta del palazzo. Da questo momento in poi l’obiettivo delle sventurate e ignare protagoniste diviene il ritrovamento dell’amica scomparsa. Fin qui, la struttura filmica risulta estremamente elementare, ma Clark da parte sua imprime alla visione una dimensione malatissima e procede spedito come un treno con una messinscena ad altissima tensione, complice l’ottimo montaggio restituito da Stan Cole. Lavorando minuziosamente sul dettaglio notturno dell’ambiente (la fotografia è splendidamente eseguita da Reginald H. Morris), con l’uso di piani sequenza di media lunghezza, ci fa vivere la casa come un corpo pulsante e carnale la quale trae linfa vitale dall’esuberanza sessuale delle sue inquiline. Ogni ragazza è spudoratamente libera, risultando parte di un quadro che va oltre la retorica della trattazione adolescenziale per confluire in una sorta di corollario femminista. Il carattere libertino di alcune di loro si scontra con quello più pudico di altre, meno sfrontate ma mai ingenue e caste. A fare da paciere alle diverse diatribe che scoppiano tra le coinquiline c’è la padrona dell’albergo, Mrs. Mac, interpretata da una brava Marian Waldman, la quale ci restituisce il ritratto tragicomico di una derelitta alcolista patologica, con bottiglie nascoste in ogni dove compresa la cassa per lo sciacquone del bagno. Proprio questa inconsueta sfilata di personaggi tutti al femminile, porta l’assassino in simbiosi con le mura dello stabile di cui, per tutto il film, ne occupa la soffitta accanto al corpo della prima vittima. Il cast è capitanato da Margot Kidder nel ruolo della sfrontata e sensuale Barbie Coard, l’unica a dare aiuto a Mr. Harrison (James Edmond), padre di Claire, il quale non vedendo tornare a casa la figlia per le feste natalizie affronta un lungo viaggio per arrivare dalle ragazze, ingaggiando un aspra lotta con le riluttanti Forze dell’Ordine che non credono alla presunta tragedia incombente. Anche per la descrizione del distretto di Polizia diretto dal Tenente Kenneth Fuller (un contenuto John Saxon), Clark predilige uno stile ironico, quasi dissacrante dove i tutori dell’Ordine sono dei veri e propri ebeti, incapaci di comprendere anche i minimi segnali d’allarme e sempre pronti a insinuare illazioni di carattere sessuale riguardo le ragazze, rimanendone a volte intrappolati come a maschio si confà (tremendo lo scambio della parola fellatio per un prefisso telefonico da parte di un insulso appuntato). Nell’insieme Black Christmas, solo apparentemente sembra un innocuo esercizio di stile, un soft-horror (i dettagli cruenti sono quasi sempre lasciati fuori quadro) innocente, ma la sua lettura risulta stratificata e complessa. La misoginia trova la nemesi nel libertinaggio sessuale della donna chiamata a ricoprire il ruolo di eroina, ma solo in caso di unione di intenti. Il maniaco la fa da padrone e si nasconde dietro la coltre di pregiudizio nei confronti degli uomini pronti ad essere sbeffeggiati a causa della loro appartenenza a una sorta di razza inferiore. La stessa figura sacrificale dello squallido Peter Smythe (il kubrickiano Keir Dullea), innamorato cronico di Claire individuato da subito come potenziale suo assassino, sancisce la superiorità femminile come nemesi della sua dimensione effimera. Il cineasta statunitense utilizza l’esaltazione collettiva femminile per sancirne al contempo la fine in una corsa al massacro che porta nel vuoto assoluto di una impossibile redenzione. Il Male trionfa e incombe definitivamente nel finale di pellicola, cullato prima  dalle note disincantate del grande score elaborato, tra gli altri, da Mike Oldfield per poi concludersi in un ossessivo squillo di telefono con cui lo spettatore assiste disorientato allo scorrere dei titoli di coda. Black Christmas è un progetto sentito e personale in cui Clark si cala con furore esercitando tutte le sue velleità artistiche. L’orrore è tenuto a freno da una gabbia di tensione altissima. Il macabro è di scena ma è anche nella scena, nelle inquadrature, nel non visto o non sentito. Il telefono dell’albergo che ossessivamente squilla e trasmette messaggi sincopati, velenosi, osceni e clinicamente inattendibili (diversi sono gli attori che si sono alternati nella performance telefonica tra cui il grande Nick Mancuso) è solo una parte di una tensione che viene portata fino ai limiti di sostenibilità mentre tutto è già lì, sotto gli occhi di tutti, anzi di tutte troppo prese da vite in corso d’opera, pronte a partire per le vacanze di Natale, ignare che il Male le guarda dall’alto, lasciandosi alle spalle una finestra dei cui vetri l’ unico riflesso è la morte. Col passare degli anni, la pellicola di Clark detta la “regola” dando il via a film che cercano di ripeterne lo schema visivo o semplicemente rievocarne le forti sensazioni. Nel 2006 è la volta della Mediafilm che distribuisce una produzione congiunta tra Dimension Films e James Wong, mentore della fatalità mortale della saga Final Destination (2000-2011). Nasce così il secondo remake Black Xmas (Black Christmas) – Un Natale Rosso Sangue, per la regia di Glen Morgan. Il progetto azzera il côté clarkiano per farlo defluire nello Slasher in puro stile 2.0 condito da picchi di violenza malsana ed estrema (ci sono mutilazioni, bulbi oculari estratti da volti, legami incestuosi e filmini porno). I personaggi, bene o male, tornano quasi tutti (Claire, la prima vittima interpretata da Leela Savasta, la signora Mac che ha il volto della splendida Andrea Martin), con le new entry Melissa (Michelle Trachtenberg) ed Heather (Mary Elizabeth Winstead), ma questa volta cala il sipario e si guarda dietro le quinte. Il film, infatti, è una retrospettiva (su sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con Roy Moore, già sceneggiatore per l’originale del 1974) sulla vita dello psicopatico creato nel 1974 da Clark, il quale si chiama Billy. Tramite una narrazione a colpi di flashback, Morgan ci introduce nell’efferata e incestuosa adolescenza del killer (viene abusato dalla madre che ne resta incinta) evidenziandone i momenti salienti con estrema dedizione di particolari (discreta la fotografia di Robert McLachlan). Proprio la componente violenta della visione, esasperata in modo quasi didascalico, porta il regista a ingaggiare numerose battaglie con la censura tanto che la pellicola subisce pesanti tagli arrivando a essere editata in ben tre versioni (americana, inglese e italiana) di cui l’integrale risulta essere quella distribuita per il solo mercato home-video statunitense con una durata di circa 85 minuti. Verso la casa di produzione, inoltre, molte associazioni cattoliche intraprendono un’azione di boicottaggio inerente la data prevista per l’uscita della pellicola, durante le feste natalizie, giudicata oltraggiosa per la morale. Nonostante la furente battaglia Un Natale Rosso Sangue viene distribuito regolarmente raggiungendo un buon incasso ai botteghini e un ottimo riscontro qualitativo da parte dei fan. In questo cine-frangente assistiamo ad un approfondimento del tema portante del film del 1974, ma anche a una lucida decisione di scioccare il pubblico sposando a pieno l’amoralità del genere tipica del Torture Porn al fine di costruire una storia efferata e a volte inverosimile, tale da considerarsi come vero e proprio antipodo a quello che è il concept elaborato per l’originale del 1974 basato, invece, solamente sulla tensione visiva. L’operazione di Morgan rappresenta un robusto film di genere, ma anche un déjà vu filmico con colpi di scena semi-telefonati e spaventi a buon mercato sottolineati dall’ottimo score elaborato per l’occasione da Shirley Walker. Un buon esercizio di stile che rinverdisce la sfera cult, perdendo però il confronto con l’originale. Devono, infatti, passare tredici lunghi anni prima che il capolavoro di Clark trovi giustizia in una produzione in grado di ridefinire la dimensione femminile in esso trattata, facendo parlare di nuovo all’Horror una lingua pensata e pensante. Stiamo parlando del nuovo Black Christmas diretto con furore dalla regista Sophia Takal. Il progetto rappresenta l’ennesimo obiettivo centrato nel Cinema di genere da parte della Blumhouse che ne cura anche la distribuzione assieme alla Universal Pictures la quale, però, subisce una violenta battuta d’arresto a causa dell’emergenza sanitaria Covid-19 che ne limita l’azione alle sole proiezioni statunitensi. L’Italia riesce miracolosamente a operarne il doppiaggio in tempo e la pellicola approda a inizi 2020 direttamente in streaming racimolando un forte consenso da parte del pubblico e di numerose testate giornalistiche specializzate. Il progetto della Takal (su sceneggiatura curata a quattro mani con l’amica April Wolfe) non è un remake e neanche un reboot, ma è un vero e proprio atto rigenerativo col quale viene operato un radicale ribaltamento del concept misogino insito nel progetto di Clark. Al posto della piccola pensione e della macabra cornice dell’oscura città del prototipo, ritroviamo le illuminate (fotografia di Mark Schwartzbard) sedi delle confraternite collegiali femminili (MKE – Mu Kappa Epsilon) e maschili (DKO – Delta Kappa Omicron) dell’Hawthorne College, prestigioso centro di studi americano. Lo scontro non è più claustrofobico, almeno nella struttura visiva portante e le sedi collegiali diventano fortini da difendere in vista delle festività natalizie dove, più che festeggiare la natività, vengono riesumati rancori e vendette, arcani riti di affiliazione e storie di stupri mai puniti. Il nucleo narrativo, infatti, è lo scontro tra la protagonista Riley Stone (Imogen Poots) e il leader della confraternita maschile Brian Huntley (Ryan McIntyre), reo anni prima di avere abusato sessualmente della ragazza. La lotta raggiunge il limite con l’umiliazione pubblica perpetrata da parte della vittima nei confronti del coetaneo, tanto che questi si organizza con la sua confraternita per vendicarsi. A questo punto la storia confluisce in un’alterazione progressiva della dimensione reale verso una deriva mystery in salsa esoterica. Oscuri cavalieri incappucciati armati di arco e armi bianche cominciano a commettere efferati omicidi nei confronti delle ragazze dell’intero college. Anche qui si parte da una biopic estremamente elementare per poi smentire subito il malinteso con una sterzata inconsueta verso un dibattito generazionale sulla parità dei sessi e lo status della donna nella società contemporanea. Intendiamoci, la materia non è trattata con levatura letteraria né tanto meno con piglio cerebrale, ma di sicuro si respira un sano vigore rivoluzionario, dove gli uomini hanno il potere, ma a metterlo in pratica sono le donne che, spinte in un angolo, riescono a ribaltare con ferocia i ruoli di vittima e carnefice mai trascurando, però, il paradosso di base. L’unione fa la forza e molte scene trovano giustizia in una messinscena da capogiro con momenti di altissima tensione (complice il buon lavoro sul mixaggio audio elaborato da Myk Farmer il quale garantisce genuini spaventi amplificati dall’ottimo score elaborato da Will Blair e Brooke Blair)  in cui vediamo le diverse ragazze delle collegiate come Kris (Aleyse Shannon) e  Marty (Lily Donoghue) armate fino ai denti, difendere le loro abitazioni per poi invadere la “tana” del nemico distruggendone il feticcio-totem (il busto del fondatore del college) eliminando, così, il potere esoterico che anima le gesta dei coetanei assassini. C’è molta politica nel film della Takal, componente che non viene elevata a potenza, ma viene distillata e servita tramite una cine-posologia di sequenze in grado di definirne progressivamente il comparto (si pensi alla petizione delle ragazze per far rimuovere il busto del fondatore del college reo, in passato, di essersi macchiato di feroci atti discriminatori nei confronti delle donne). L’intera istituzione didattica basa le proprie fondamenta sullo scempio perpetrato nei confronti del ruolo femminile, nell’affiliazione maschile come cerchio di potere in grado, tramite un’arcana forza, di dettare le regole di una convivenza basata sulla sottomissione pura. Pura perché bagnata nel sangue delle donne che sposano la disubbidienza e di quelle che, sottomettendosi, sanciscono il proprio destino sacrificale. Da qualsiasi angolazione la si veda, la posizione della donna è ridotta a mero turno a piacimento del maschio. Ma tutto ha fine quando un elemento estraneo si inserisce nel magma della scellerata fratellanza. Se da una parte la Takal condanna l’uomo e ne sminuisce il potere nella società (il fatto che i servitori della congrega maschile traggano potere da un totale salasso del proprio sangue con un liquido esoterico ne è una metafora incondizionata), dall’altra con la figura di Landon (Caleb Eberhardt) ne concede una sorta di redenzione, un segnale che tutto non è perso, che l’uomo può ancora sopravvivere alla propria deflagrazione morale. Non a caso Landon non è solo un maschio, ma è anche un ragazzo di colore (come lo è tra l’altro la leader femminile Kris), componente questa socialmente ancora più metaforica e intimista (gli altri confratelli e consorelle sono tutti bianchi), quasi un enunciato dei diritti e delle pene in cui tutti, ma proprio tutti, vengono chiamati al banco degli imputati, uomini o donne che siano. Ne è un esempio il fondatore della setta maschilista, il professore Gelson (un insolito cattivo Cary Elwes) il quale rappresenta la deviazione dell’istituzione didattica, il fallimentare tentativo di riscrivere in negativo l’etica dell’insegnamento e di rigenerare l’odio nell’istituzione della cultura. La Takal pone lo spettatore di fronte al dubbio: quello che ci viene didatticamente tramandato deve essere accettato incondizionatamente oppure può essere suscettibile di una propria opinione con le conseguenze contestazioni? Ciò che è scritto non è sempre vero e la storia a volte si macchia di anacronismi morali abissali. Esaminato nel suo intero, il fenomeno evolutivo Black Christmas (1974-2019) è molto più che una semplice progressione Horror. L’orrore non è mai stato spina dorsale del progetto originale. Nel 1974, Clark dà in pasto alle platee internazionali uno slasher dove la violenza è ravvisabile più nella tensione narrativa che nella sua visione gratuita e compiaciuta. Le paure sono ancestrali, profondissime e assumono spessore proprio grazie ai turbamenti adolescenziali che costantemente vengono avvolti da una sorta di alone malsano che trova nella sagoma del killer il vero leit motiv della storia. Le telefonate al limite del clinicamente attendibile, i riferimenti sessuali, gli sproloqui sono tutti lì a fare da cornice a un quadro tutt’altro che innocente, ma non per questo destinato al rogo misogino. Clark ci fa provare al contempo antipatia e pena per le protagoniste proprio perché ne mette in risalto pregi e difetti, sempre però visti tramite un inconsueto e scellerato punto di vita maschile. Quando questo magma concettuale esplode la fine non può che essere senza redenzione, la stessa che manca a Billy la cui identità ci viene svelata nel 2006 da Morgan che col suo remake, sposta l’obiettivo della macchina da presa sul passato del maniaco. La complessità del concept di Clark viene spogliata della carica sovversiva e la pellicola sposa in pieno il tripudio gore tipico dell’Horror 2.0. Intendiamoci, il film non è male e la visone non dispiace ma si distacca fortemente dagli obiettivi prefissati dall’originale per sposare a pieno l’intrattenimento da blockbuster, anche se la ferocia in esso rappresentata al contempo ne sancisce la parziale anti-commercialità visto i problemi successivi con la censura di molti paesi. Potremmo vedere al film di Morgan come una parentesi, una sorta di spin-off concettuale, un mero approfondimento (in questo caso la psiche turbata del killer) di cui però ci si disfa nel 2019. Nel caso della Takal, infatti, il sentore di una vera rigenerazione concettuale diventa da subito ravvisabile nel fatto che una tematica misogina come quella del film di Clark viene “presa in custodia” da una donna, il ché non fa altro che essere una dignitosa cine-start up per la progressione ideologica del concept di partenza. Si lavora sul ribaltamento dei ruoli, senza però uscire dal perimetro sessuale e discriminatorio. Si concede una possibilità di rivalsa alle donne di Clark, alle vittime che nel 1974 non avevano scampo. Gli uomini vengono gettati via come manichini (furente la scena finale dello scontro nella sede della confraternita maschile) mentre le donne diventano amazzoni in grado di sperare, lottare e anche morire. Ma se per Clark il Male era uno sguardo eterno dalla finestra di una mansarda verso un mondo da conquistare, per la Takal esso finisce, quasi a mettere un punto al discorso. Come a far sì che il mondo irrompa in quella mansarda ribaltando il concetto di redenzione troppe volte utopizzato.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...