Adrian – La serie: ma un giorno arrivo io di lunedì…

Parlare di Adrian – La serie significa parlare di un progetto creativo decennale che nel settore dell’animazione italiana fino al 2019 (anno della sua messa in onda) non ha avuto eguali. E significa, soprattutto, soffermarsi sul suo aspetto tecnico-stilistico, non certo sparare a zero contro il suo ideatore solo perché risponde al nome di Adriano Celentano, tanto decantato sulla stampa come artista e cantante quanto offeso e deriso dalla medesima per il suo ennesimo delirio di onnipotenza. Ma quelle poche persone che hanno avuto modo di vedere Adrian – La serie (poche a causa del cambiamento continuo di palinsesto da parte di Mediaset, ai problemi autoriali emersi con la rete stessa per il programma che faceva da contorno al progetto e alla sosta durata più di otto mesi tra la messa in onda delle prime cinque puntate e delle restanti quattro) sicuramente non sono rimaste deluse, perché il delirio di onnipotenza del molleggiato, stavolta, non sta nel suo pontificare o nei suoi silenzi televisivi, ma solamente in una concezione creativa che nessuno (e sottolineo nessuno) ha mai provato a realizzare fino ad ora. Adrian – La serie, infatti, nella sua ideazione, ricorda moltissimo il film Celentano medesimo, Joan Lui – Ma un giorno arrivo io di lunedì del 1985, altra opera (solo nella sua versione originale, però, passata a malapena nei cinema dell’epoca prima di essere successivamente ridotta) dove il molleggiato (per la seconda volta dopo Yuppie du del 1975) veste i panni, oltre che di cantante, di regista, sceneggiatore e attore di un film totalmente incompreso, ma duro e innovativo per il pubblico italiano nella sua concezione cristologica. E mentre in quel contesto Celentano si manifesta come un moderno Gesù Cristo che torna sulla Terra dopo millenni rendendosi conto che il genere umano è ancora capace di tradirlo e ucciderlo a causa della sua corruzione e del suo decadimento morale e sociale, in Adrian – La serie l’alter ego animato del molleggiato è un uomo qualunque, sempre immerso nel degrado sociale di un’Italia futuristica e apocalittica del 2068, corrotta dal rapporto mafia – potere (che trova la sua valvola di sfogo nella cementificazione abusiva, nella restrizione delle libertà e nella soppressione della bellezza culturale e tradizionale del passato a causa del perfido palazzinaro Dranghenstein), che lotta sotto le molteplici e mentite spoglie di un eroe, l’orologiaio, per svegliare coscienze e cercare di riportare l’Italia e il mondo sulla retta via attraverso la musica e la manipolazione positiva dei mass media. In questo prodotto, inoltre, ci sono molti riferimenti (volontari o meno) alla cinematografia e alla letteratura futuristica. Per esempio, la rappresentazione di Milano nella sua ambientazione cupa legata alla modernità che fagocita la tradizione è un omaggio, seppur lontano, al modo di concepire Los Angeles nel film Blade Runner; oppure, il nido d’amore dove si consuma la passione di Adrian e della sua Gilda (immerso in una natura incontaminata nella tanto amata Via Gluck sullo sfondo di una Milano invasa dai grattacieli) richiama fortemente la stanza sopra la libreria clandestina dove i due protagonisti di 1984 di George Orwell si amavano e concepivano il loro piano per ribellarsi al Grande Fratello. Grande Fratello anche qui presente con una forma di governo autoritaria che controlla ogni azione dei propri cittadini. I concetti, comunque, sono a grandi linee gli stessi che siamo abituati ad ascoltare dalla voce o dal silenzio dell’artista, solo che quello che ci piace davvero è la forma con cui, stavolta, ha deciso di porgerli. L’idea di dare il suo messaggio sottoforma di cartone animato, di per sé, non è originalissima, ma ciò che la rende tale è che Adrian – La serie non è un cartone animato qualunque, ma un anime. Sì, avete capito bene. È l’unico anime finora realizzato in Italia e, come tale, possiede tutti i parametri tipici degli anime orientali: una visione pessimistica e apocalittica del futuro (fatto di delinquenza, aggressività, ignoranza, violenza), un protagonista cristologico che lotta per la sopravvivenza del genere umano (e che si fa guida per l’umanità stessa) e il ruolo decisivo delle donne, comprimarie di lusso nella riuscita dell’impresa. E proprio questo aspetto rende Adrian – La serie ancora più affascinante e molto più vicina agli anime giapponesi. Le donne, infatti, sono molto sensuali ed erotiche, (trucco evidente, gonne corte, abiti attillati, intimo procace, disinibizione tipica dei personaggi orientali) a volte toste, a volte geishe, ma sempre pronte a sacrificarsi per salvare i loro amori e ciò in cui credono. E questa rappresentazione, ovviamente italianizzata, acquista ancora più valore perché, nasce dal genio di Milo Manara, il maestro del fumetto erotico italiano (qui in veste di character design), che rende esteticamente accattivanti e attraenti volti, luoghi, situazioni e atmosfere. Certo, le celentanate non mancano: un eroe misterioso dal volto coperto (la Volpe) che di notte difende le ragazze dalla violenza dei bruti picchiandoli a passo di tango, un cantante straordinario di cui nessuno ricorda il volto che con una canzone (I want to know) cerca di redimere il mondo e risvegliare le coscienze di tutti con il potere della musica, la rivoluzione che parte dai bassifondi e dalle cantine dove gli ultimi diventeranno i primi (concezione che è sempre stata alla base del cantante e del suo Clan fin dagli Anni Sessanta), l’utopia di una Terra immersa nella natura incontaminata e caratterizzata dalla lealtà, dalla libertà, dalla giustizia, dai valori e dalla bellezza. Concetti a cui fa da cornice una colonna sonora contenente alcuni inediti stupendi del molleggiato misti alle sue hit più famose come Ti penso e cambia il mondo, Svalutation, Il mondo in mi 7A, Storia d’amore e molte altre appartenenti alla sterminata produzione dell’artista, mentre la musica originale viene affidata alle mani capaci ed esperte del maestro Nicola Piovani. Le scene del cartoon, poi, sono di un impatto visivo eccezionale e, se proprio dobbiamo elogiarne qualcuna, ne scegliamo due: quella della cacciata dal tempio dei balordi che tentano di rapinare e uccidere un sacerdote nella sua chiesa, molto bella nelle sue atmosfere dark e nella violenza contestualizzata con cui il protagonista spezza le ossa ai malfattori (già rappresentata nel suddetto Joan Lui, qui auto citato in un frame, dove, però, l’ex tempio era un locale alla moda e dove il protagonista provvede alla cacciata attraverso una bufera di vento a tempo di rock) e quella della soluzione finale, che vede Adrian sconfiggere il suo acerrimo nemico Dranghenstein sotto il crollo cementizio di un’Italia abusiva, insieme a un fuoco ardente e purificatore che restituisce bellezza. Una bellezza rappresentata anche dalle ragazze protagoniste che giganteggiano letteralmente su tavole artistiche che scorrono veloci, contribuendo alla rigenerazione delle città stesse quasi fossero moderne madri natura. Se proprio esiste una pecca, possiamo dire che risiede nella sua sceneggiatura che, insieme al soggetto e alla bibbia letteraria, è stata curata proprio da Celentano in collaborazione con Vincenzo Cerami e che, purtroppo, risente della sua banalità. Di fronte a una rappresentazione così maestosa, a un progetto grafico di altissimo livello, a una colonna sonora bellissima e a una concezione creativa unica, ciò che stona sta proprio nella banalità della sua scrittura. È vero che la semplicità serve per fare arrivare meglio il messaggio, ma se il messaggio è già semplice, servirebbe una cura maggiore nel renderlo contestualizzato alla magnificenza della resa. Situazioni e battute sono troppo popolari, mentre gli anime giapponesi (soprattutto quelli per adulti) hanno nella loro genesi una sceneggiatura sì contorta, ma che rende meglio situazioni malate o assurde. Ma, a parte questo, possiamo dire che con Adrian – La serie Celentano e Claudia Mori (qui in veste di produttrice con Il Clan) ci hanno messo letteralmente la faccia: i loro volti da giovani, infatti, sono quelli dei due protagonisti e la Gilda della Mori (doppiata dalla bravissima Emanuela Rossi), rappresenta nel migliore dei modi lo spirito artistico e fumettistico di Manara, che ha ripreso la giovane bellezza della cantante incastonandola perfettamente con il suo senso estetico. Un bel prodotto, quindi, incompreso, maltrattato, umiliato e non valorizzato come avrebbe meritato. Possiamo dire tutto su Adrian – La serie: che ci piace o meno, che è banale o meno, che è un’idiozia o meno, che è moralistica o meno, che è ipocrita o meno, che è la solita celentanata o meno, che fa ridere o meno, che è didascalica o meno, che è da buttare via o meno. Tutto, davvero tutto, possiamo dire se giudichiamo (sbagliando) solo il suo ideatore a prescindere dall’opera. Ma, visto che dobbiamo giudicare la serie (come giustamente si deve fare a prescindere di chi ne è l’autore), allora possiamo e dobbiamo dire che un progetto così internazionale, folle, visionario e atipico nel panorama animato televisivo italiano non è mai esistito. E che (amato o meno) resterà nella storia, come quasi tutto quello che il molleggiato (nei suoi ottant’anni e passa di vita) ha fatto e continuerà a fare.
Giorgia Amantini

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