La danza dei peccati. Il bosco di Lodovichi.

Non ci sono dubbi quando noi di Arcadicultura affermiamo che il Cinema ha bisogno di aria fresca, di essere Cinema in quanto tale e di fare bene al Cinema stesso. Quando, poi, questo concetto viene sposato in pieno dal Cinema italiano, allora non possiamo che gridare “Al miracolo!”. In questo caso il nostro entusiasmo è giustificato dalla visione di In Fondo Al Bosco, diretto nel 2015 dal giovane regista Stefano Lodovichi. Cosa caratterizza questo progetto tanto da meritarsi questi elogi? Procediamo per piccoli steps al fine di rendere il discorso il più completo possibile. In Fondo Al Bosco, per prima cosa, è una produzione indipendente che viene realizzata con la collaborazione tra Sky Italia e la One More Pictures supportate da fondi provenienti dal Trentino Film Commission e coadiuvate nella distribuzione dalla Notorius Pictures. La maggior parte delle sequenze vengono girate in Val Di Fassa e sfruttano la bellezza notturna dei boschi di Alba di Canazei. Questo progetto rientra in quel cine-comparto volto a valorizzare il patrimonio locale, pratica più volte elogiata nel nostro blog (vedi il saggio O Si Fa L’Italia O Si Muore) in quanto percorso essenziale per non perdere mai di vista gli usi e i costumi di cui l’Italia è intessuta, polverizzati nelle sue piccole realtà locali a volte sconosciute anche ai più attenti estimatori. La storia narra della Festività dei Krampus, sorta di carnevale pagano tardo autunnale (il giorno è il 5 Dicembre, il giorno di San Nicola) in cui gli uomini dei villaggi montani del Trentino-Alto Adige si travestono da diavoli (i Krampus appunto) per esorcizzare il Male, il quale durante i balli si insinua tra loro portando via con se i bambini che ritiene cattivi. Le sparizioni sono tante e gli scomparsi mai ritornati (incipit della pellicola). Durante questa festa svanisce nel nulla il piccolo Tommaso (Alessandro Carabi), figlio di Manuel Conci (Filippo Nigro) che in quel momento intrattiene una chiacchierata con i convenuti. L’uomo in preda al panico, comincia una forsennata ricerca del figlio tra i boschi d’intorno, coadiuvato dal suocero Piero Weiss (Giovanni Vettorazzo). Le ricerche risultano vane e portano 5 anni dopo, la famiglia dell’uomo verso una progressiva discesa agli inferi con la moglie Linda Weiss (Camilla Filippi) che arriva a tentare il suicidio e lui stesso ad essere accusato dell’omicidio del figlio a causa del suo turbolento passato da alcolista. Tutto sembra ormai perso, quando due muratori ritrovano un ragazzino dietro un pertugio di un palazzo in ristrutturazione. Dagli esami del DNA effettuati dalla Polizia il giovane è Tommaso ormai cresciuto (Teo Achille Caprio). Il padre inizialmente è al settimo cielo, ma col passare dei giorni gli eventi precipitano drasticamente, facendo diventare Manuel l’unico a difendere il ragazzo dall’intera comunità e dalla stessa famiglia che, non riconoscendolo, lo credeno una reincarnazione del Diavolo. La storia, a primo avviso, sembra estremamente elementare, ma Lodovichi ha assimilato tutto il Cinema che conta e la sua visione dell’insieme risulta impeccabile. La vicenda ci viene restituita mediante una narrazione per percorsi paralleli grazie all’ausilio di flashback di rimando, con cui viene fornita allo spettatore una lettura stratificata e spiazzante. L’inquietudine insita nel mistero del ritorno del ragazzo, il dubbio che striscia nel buio dei vicoli e dei passi rocciosi di una realtà incontaminata (la presenza della tecnologia è quasi azzerata) portano la visione a caricarsi di forte tensione, merito anche del montaggio eseguito in modo ottimale da Roberto Di Tanna che muove la splendida fotografia elaborata da Benjamin Maier (suo il lavoro anche per la serie RAI Il Cacciatore) il quale alterna la secca luce solare alla profonda voragine notturna illuminata solo da riflessi di luna sulla neve. Le musiche di Riccardo Amorese chiudono il cerchio di qualità riuscendo a immergere la visone in un atmosfera disturbante. Da parte sua, il cast non è da meno con Filippo Nigro a ribadire ancora una volta la sua immancabile professionalità mediante una performance eccellente, quella di un padre lacerato dal dolore che sembra non aver fine anche quando dovrebbe. Accanto a lui il navigato Giovanni Vettorazzo che con l’anzianità acquisita ha i tratti somatici di una magnifica solidità interpretativa. E’ lui, infatti, a fare da bilanciere tra il dramma etico e morale di Filippo e la disturbante fragilità della moglie Linda a cui presta il volto una devastata Camilla Filippi. Tutt’intorno si muove un paesaggio di sagome di carta, una villaggio avvolto in una coltre di segreti sussurrati (quelli del trio di gestori del pub Else, Flavio e il tardo Dimitri rispettivamente interpretati da Maria Vittoria Barrella, Roberto Gaudese e Luca Filippi), di tradimenti dai risvolti ancestrali (quello esercitato dal viscido Hannes Ortner interpretato da Stefano Detassis) e di scie di sangue che neanche la Chiesa riesce a leggere nelle confessioni dei propri fedeli. Una dimensione oscura che prende forma sotto una neve pronta a sciogliersi al cospetto di un sole purificatore come il fuoco dei roghi dei Krampus. Un oscuro chiarore che ricorda molto il Cinema avatiano di cui la pellicola cattura perfettamente la dimensione quotidiana che, in questo caso, è ruvida come le rocce che vi fanno da cornice. In Fondo Al Bosco gode di una sana passione per la messinscena con intuizioni visive ottimali e con una complessità solo apparentemente celata sotto una elementarità che puntualmente viene sbeffeggiata col progredire del racconto (ottimi il soggetto e la sceneggiatura elaborati a sei mani dal regista con Isabella Aguilar e Davide Orsini) tanto che lo spettatore viene chiamato in causa come una sorta di testimone, nascosto tra gli alberi di un bosco profondo quanto la voragine dei sentimenti che placa gentilmente gli animi, ma muove in modo scellerato le gesta.
Alessandro Amantini

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