Presenze nostrane. I fantasmi di De Sica.

“Ma cos’è ‘sta cafonata?”, da subito ha tuonato qualche critico improvvisato su alcune riviste. Uscito il 14 Novembre 2019 nelle sale italiane, in piena fase pre-Covid-19, Sono Solo Fantasmi è la nona regia di Christian De Sica (coadiuvato dal figlio Brando non accreditato) il quale si cimenta in un comparto cinematografico ad alto rischio, quello della parodia. Epigono di molti altri progetti precedenti tra cui ricordiamo L’Esorciccio (1975) diretto da Ciccio Ingrassia e Fracchia Contro Dracula diretto da Neri Parenti nel 1985, il progetto di De Sica ne riprende la struttura frivola, ma ne mantiene fortemente le distanze per quel che concerne il comparto puramente demenziale. Sono Solo Fantasmi più che una parodia può essere considerato una sorta di reboot Made In Italy, in cui la struttura narrativa ripercorre passo dopo passo quella del cult statunitense Ghostbusters diretto nel 1984 da Ivan Reitman. La storia vede tre fratelli Thomas (Christian de Sica), Carlo (Carlo Buccisrosso) e Ugo (Gianmarco Tognazzi), sconvolti da una reunion familiare in occasione del funerale del padre in quel di Napoli, in cui il lascito testamentario del defunto risulta essere una serie di buffi e cambiali a cui i tre devono rimediare improvvisandosi acchiappafantasmi. A elogiare le loro gesta ritroviamo un nobiluomo che ha il volto del bravissimo Leo Gullotta, coadiuvato da due improvvisati affittuari (Valentina Martone e Francesco Bruni) della casa paterna pignorata in cui i tre trovano alloggio. Osare un paragone con il cult di Reitman è altamente blasfemo e cinematograficamente irricevibile, ma quello che si sente di premiare a De Sica è il coraggio di aver realizzato una pellicola fuori dal comune e soprattutto con un garbo che non ci si aspetta. Il citazionismo è estremamente palese con il paesaggio ultramoderno di New York sostituito dal paradosso partenopeo in cui “Gozer il distruggitore” viene sostituito dalla Jamara, sorta di strega “libera tutti” che cerca di distruggere la città provocando un’eruzione del Vesuvio (prontamente ricostruita in Computer Graphic dall’effettista Fabio Traversari che cura anche la definizione delle presenze ectoplasmiche) mentre i tre improvvisati supereroi si affannano in corse salvagente sottolineate dal Rap eseguito per l’occasione da Clementino. Al posto del mitico Egon ritroviamo un Gianmarco Tognazzi che dà vita a Ugo (in omaggio al padre), un povero ragazzo con problemi di ritardo per cui la malattia funge da generatore di conoscenza. Grazie a lui, infatti, gli altri due fratelli arrivano ad apprendere l’utilizzo di formule magiche (con tanto di amuleto al collo) in grado di intrappolare fantasmi grazie all’uso di contenitori per sottaceti contenenti terra consacrata (rubata da Ugo nelle chiese della città) e candele accese. De Sica smantella il mito, lo frulla con la migliore trivialità concettuale e rigenera il tutto in una sorta di rilettura sfrontata, ma mai troppo cafona o pecoreccia. Salvo qualche piccolo sproloquio, l’intenzione di prendere le distanze dalla volgarità dei contemporanei o precedenti cine-panettoni è da subito messa in chiaro non solo tramite una messinscena contenuta riscontrabile in una limpida analisi delle motivazioni che spingono i tre fratelli verso l’avventura (esilarante il latente slang milanese di Carlo contrapposto al romano acquisito di Thomas), ma anche attraverso piccole frecciatine al sodale Boldi (“Che fa signora, abbiamo fatto tanto e lei mi scade nel pecoreccio?”, frase che Thomas rivolge all’inquilina coinvolta nel primo esorcismo in scena). Il progetto diretto dall’attore romano è tutt’altro che banale e a tratti si tinge di una forte vena malinconica. Il fallimento esistenziale di Carlo, vessato da un suocero miliardario e da una moglie imbizzarrita entrambi nordisti esasperanti, la malinconia di Thomas per i fasti della sua carriera di prestigiatore (gustoso il rimando alle scellerate incursioni televisive di Giucas Casella) e la tragica paura di Ugo di tornare in manicomio, sono quadri esposti in una grande mostra di mancate opportunità. Tutto si traduce in un Cinema dai forti risvolti drammatici con la mente agli anni che corrono e il cuore rivolto al passato che si traduce nel commovente omaggio che De Sica rivolge a se stesso invecchiato, a quel Vittorio De Sica (a cui lui somiglia in modo spiazzante) perduto in un bianco e nero da film muto che avvolge il finale della pellicola. Il padre, figura eterna nei pensieri del regista, assurge a salvatore, non solo del destino della Napoli “gozeriana”, ma anche degli stessi protagonisti rendendosi protagonista di una inusuale scena drammatica e spiazzante. Sono Solo Fantasmi diviene, così, una sorta di Neorealismo 2.0 del concetto cinematografico contemporaneo italiano, una pratica di cine-autolesionismo per comprendere meglio quali sono le distanze (siderali) tra autorialità ed esasperazione di essa. Attingere ai cult per crearsi un mo(n)do proprio rigenerandone stereotipi e ricalchi in modo da fornire una rilettura del presente molto lontana dai fasti del Cinema che fu, ma in grado comunque di farsi apprezzare per quel poco che di nuovo riesce a generare, anche se solo relegato al lato più sentimentale. Alla fine tutto finisce per il meglio, ma rimane un senso di rimpianto, come se l’attore/regista voglia tirare le somme (ravvisabili nell’evidente caducità del proprio corpo sotto i colpi di un’implacabile anagrafe) di una carriera, alludendo a gioie e dolori che l’hanno attraversata e strizzando l’occhio a occasioni mancate. E chissà che forse un balletto in bianco e nero possa, a volte, divenire liberatorio rispetto all’opprimente staticità di un quadro troppo moderno e colorato?
Alessandro Amantini

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