Azione Letale. La saga di Arma Letale

Los Angeles, notte di Natale. Le feste impazzano e la città dalle mille luci emerge con i suoi grattacieli squarciando la coltre buia del cielo. Nell’aria risuona scanzonata Jingle Bell Rock di Bobby Helms interpretata da Eric Clapton e tutto sembra andare per il meglio. Un appartamento lussuoso, all’ultimo piano di un grattacielo. Finestre dai grandi vetri, luci soffuse e fiumi di cocaina su piccoli tavoli da sala. Una finestra aperta, una splendida ragazza sorride guardando il cielo con i piedi sul balcone. Poi il vuoto, la caduta, il tonfo. Il corpo sull’auto quasi in una posa cristologica. Tutto viene ormai inarrestabilmente compromesso. Questo l’incipit che dà il via a una delle saghe Action più importanti degli Anni ’80. Siamo nei pressi di un Cinema di genere con uno spessore stilistico impeccabile e una grandissima mole produttiva alle spalle. Stiamo naturalmente parlando di Arma Letale (Lethal Weapon) che irrompe nelle sale di tutto il mondo nel 1987 per mano di un ispiratissimo Richard Donner. Figura cinematografica carica di un alone cult assimilato già anni prima con successi come Superman (1978), Ladyhawke (1985) e I Goonies (1985), il cineasta statunitense detta la “regola” che nei successivi anni vedrà nascere innumerevoli epigoni, più o meno colti, ma incapaci di raggiungere la forza prorompente del suo “cine-discorso”. Arma Letale è un titolo che non rimane calato, ancorato nel suo tempo. La pellicola, basata su uno scontro tra una coppia di poliziotti e un gruppo di mercenari riciclatisi in narcotrafficanti, rimane tuttora capostipite di un genere come non se ne fanno più. Riprendendo il cliché fin troppo inflazionato (Walter Hill e Martin Brest ne sanno qualcosa) della strana coppia di sbirri, Donner non si ferma alla dicotomia caratteriale dei due protagonisti, non ne esamina o approfondisce esageratamente i contrasti, ma li plasma, li forgia su un impianto narrativo e visivo che portano gli stereotipi del genere al collasso. Il montaggio è impeccabile e diviene una rincorsa forsennata alla storia che come un cavallo imbizzarrito, mai come questa volta, diviene difficile da domare. La mano di Donner, però, è sicura e l’insieme della visione viene sezionato chirurgicamente tanto che ogni imperfezione o sbavatura vengono azzerati. Il resto del lavoro viene concluso dalle formidabili performance dei due attori protagonisti. Il primo, Danny Glover, veste i panni del pacato sergente Roger Murtaugh, dedito alla famiglia, alle buone tradizioni e consapevole delle proprie capacità tanto che il suo “sono troppo vecchio per queste stronzate” diventerà con gli anni una sorta di neologismo, una cine-motto di pura auto-constatazione. Questa sua convinzione viene messa alla berlina dall’affiancamento che il suo Capitano Ed Murphy (Steve Kahan) gli impone da parte del poliziotto Martin Riggs, affetto da mania depressiva a causa della morte della moglie in un incidente stradale accaduto anni prima. Ma Riggs è anche un ex Berretto Verde, con una innata dote da killer professionista (è lui l’arma letale del titolo). A interpretare il pirotecnico agente ritroviamo un Mel Gibson che azzecca letteralmente l’interpretazione con stralci psicotici ereditati dal precedente Max Rokatansky protagonista della tetralogia australiana di Miller. I due attori danno vita non solo a scene action memorabili (splendida la scena dell’arresto del suicida da parte di Riggs che si getta con lui dal balcone di un edificio ammanettandolo), ma anche a siparietti gustosi di ironia che in parte smorzano la dose di violenza che mai come questa volta viene estremamente stilizzata con una cura maniacale. Antagonista della storia è la Compagnia Ombra, una squadra di mercenari reduci dalla Guerra in Vietnam capeggiata dal malvagio Generale Peter McAllister e dal suo braccio destro Jack Joshua. A interpretare questi due terrificanti killers ritroviamo due vecchie volpi della Hollywood che conta, come Mitchell Ryan che conferisce al generale McAllister un piglio da scellerato padre putativo (“abbassa il fucile figliolo” rivolto a Riggs) come se la sua fosse una missione familiarizzata dal concetto di appartenenza. Joshua, invece, è plasmato sulle fattezze del grande Gary Busey che dà vita a uno psicopatico puro, senza nessuna empatia e pronto a servire in modo maniacale e preciso il volere del suo superiore. E’ praticamente un mercenario a tutti gli effetti con un preciso inquadramento gerarchico che si riversa nelle sue azioni precise e letali ai limiti del malsano (agghiacciante la sua prova di fedeltà sancita con l’ustione del braccio mediante un accendino acceso). Sarà proprio lui a dare vita una delle più belle scene d’azione degli Anni ’80, lo scontro finale nel giardino della casa di Murtaugh in cui verrà prima sconfitto in una competizione di lotta libera da Riggs per poi soccombere sotto i colpi di pistola dei due protagonisti in una curatissima sequenza a rallenty. Questo primo capitolo della saga Arma Letale, risulta la vetta del cinema d’Azione inteso come sperimentazione forsennata dallo stesso Donner che per realizzarlo si circonda dei migliori professionisti del settore. In produzione ritroviamo il prolifico Joel Silver il cui nome diverrà quasi un “marchio di fabbrica” legato al Cinema di genere. La sceneggiatura è frutto dell’inappuntabile lavoro di un bravissimo Shane Black in grado di costruire dialoghi taglienti e trovate eccezionali (splendido il fuoco di fila di battute sulla cena di Natale tra i due poliziotti, mentre altamente drammatico l’eccesso di follia di Riggs con la pistola di Murtaugh a inizio pellicola) che vanno a incastonarsi perfettamente nello splendido e forsennato montaggio operato da Stuart Baird. E mentre la fotografia di Stephen Goldblatt cattura perfettamente lo stato d’animo dei personaggi, il magistrale score, eseguito per l’occasione da Eric Clapton e Michael Kamen, ne ampliano la risonanza ammantandola di un potente alone di dramma. Arma Letale è il film per eccellenza degli anni a venire. Non si ferma agli Anni ’80, ma rimane impresso nella memoria di milioni di cinefili assurgendo a status di Cult assoluto. Un capolavoro nel suo genere. I botteghini dell’epoca deflagrano letteralmente e il film riesce a incassare cifre da capogiro. Il tutto porta Donner e l’intera squadra dei suoi collaboratori a mettere in cantiere, nel 1989, il secondo capitolo della serie. Arma Letale 2 nasce di nuovo sotto l’egida produttiva della Warner Bros che ne cura la distribuzione e la campagna pubblicitaria che, mai come in questo caso, viene spinta ai massimi livelli. La pellicola parte al fulmicotone e Donner, sempre su “partitura” di Shane Black affiancato stavolta da Jeffrey Boam, porta l’azione al paradosso creando delle sequenze che entreranno di diritto nella storia del Cinema. La squadra di attori è sempre la stessa compresa la famiglia Murtag interpretata da Darlene Love (Trish Murtaugh), Traci Wolfe (Rianne Murtaugh), Damon Hines (Nick Murtaugh) ed Ebonie Smith (Carrie Murtaugh). Il colpo di genio è l’inserimento di un elemento “di disturbo” nella tranquilla (si fa per dire) routine dei due protagonisti, come il delinquente/contabile Leo Getz che trova nella minuscola figura di Joe Pesci il miracolo cinematografico per antonomasia. L’attore, grande come suo solito, riesce a inserirsi come perfetto bilancino nella struttura narrativa riuscendo a minare l’azione e l’accresciuta dose di violenza con battute e trovate degne della migliore tradizione Slapstick. La storia, stavolta, vede Riggs e Murtags incappare in un traffico di valuta africana illegale che li porta dritti all’interno di un’organizzazione criminale che traffica armi, capeggiata dal diplomatico Arjen Rudd (un imponente Joss Ackland) il quale usa la sua immunità per compiere efferati delitti. La pellicola snoda anche altre due tappe fondamentali nella vita di Riggs. La sua storia si approfondisce rivelando che l’incidente della moglie altro non è che l’omicidio della donna per mano di Peter Vorstedt (Derrick O’Connor), braccio destro di Rudd e killer professionista. L’omicidio viene compiuto come atto di rappresaglia contro il poliziotto che nei tempi antecedenti il primo Arma Letale, aveva intralciato un traffico di droga in cui il sicario era implicato. Vorstedt sarà fautore anche dell’omicidio del nuovo amore di Martin, la bella Rika Van Den Haas, segretaria di Rudd, interpretata dalla cantante Patsy Kensit. La ragazza verrà strangolata e gettata in fondo a un lago. La vendetta di Riggs sarà ferocissima (dolorosissimo l’omicidio del sicario tramite un uso improprio dello sportello di un auto) e porterà la pellicola al furente scontro all’interno dei cantieri adibiti a laboratorio di droga. Donner aumenta e dosa la violenza al contempo. La diluisce, la stilizza, la rende efficace e consequenziale allo stato d’animo del protagonista di turno quasi a farne un mezzo definitivo e necessario per liberare la rabbia anche dello stesso spettatore. Il tutto per raggiungere un finale che, nonostante la solita autoironia dei personaggi, assume quasi una sorta di dimensione testamentaria (enfatica e azzeccata la Knockin’ on Heaven’s Door interpretata dallo stesso Eric Clapton affiancato da Kaimen che avvolge la figura devastata di Riggs soccorso dal suo collega). Donner raggiunge lo zenit della saga, ma come in una giostra dei grandi numeri anche questo secondo capitolo conferma che la squadra è affiatata e la Warner Bros non esita minimamente di fronte all’idea di un ulteriore sequel. La gestazione è lunga e faticosa, facendo slittare il progetto al 1992. Con Arma Letale 3, Donner torna dietro la macchina da presa e cerca di bissare il successo dei precedenti capitoli. Nonostante il capitolo sia di gran lunga inferiore ai primi due, la storia asseconda comunque le esigenze del pubblico. La sceneggiatura, stavolta orfana di Black (le redini vengono prese in mano da Jeffrey Boam coadiuvato da Robert Mark Kamen), riesce comunque a compiere un nuovo miracolo regalandoci azzeccati momenti di dialogo tra i protagonisti (esilarante la “chiacchierata-cazzeggio” degli equivoci in ascensore tra Riggs e Murtaugh al cospetto dell’agente della Sezione Disciplinare, oppure il disinnesco della bomba a inizio pellicola per mano di un inesperto Riggs con tanto di gatto salvato in extremis). La storia ruota intorno alle scellerate gesta dell’ ex Sergente di Polizia Jack Edward Travis (un contenuto Stuart Wilson) che si mette in “proprio” sfruttando le sue conoscenze interne per inondare la città con nuovi e letali proiettili in grado di perforare le lame d’acciaio. Guida appalti truccati e stringe affari con gangsters di mezza tacca rendendo il suo potere economico sempre più eccessivo come egli stesso desidera (“Dovevo accontentarmi? Una pacca sulle spalle e un orologio d’oro come premio pensione?”). La storia ha una struttura a imbuto, partendo con una fenomenale scena d’inseguimento in autostrada per poi arrivare al pirotecnico finale con un intero cantiere dato alle fiamme. Da manuale l’inseguimento in moto di Riggs con un eccezionale lavoro da parte dello staff degli stuntman che rendono incredibile lo slancio nel vuoto della moto della polizia con tanto di agente volante al seguito. Ma Arma Letale 3 segna anche la nascita di un nuovo amore per Riggs, un amore spiritosamente alterato e tormentato dal fatto che la controparte sentimentale non è altro che l’integerrima Lorna Cole, agente della Sezione Disciplinare. A interpretarla una bravissima Rene Russo, meraviglioso contraltare ironico (gustosa la scena del cane intromessosi tra lei e Riggs) alla debordante comicità di Joe Pesci, ancora nei panni di Leo Getz, che stavolta rimane come mero personaggio di contorno. La storia punta dritta come un treno verso l’azione che, nonostante i numerosi picchi, non raggiunge mai la linearità magistrale dei due precedenti capitoli. Arma Letale 3 nasce come capitolo conclusivo e specchio delle mere intenzioni da parte del regista e degli attori di mettere un punto alle gesta dei loro personaggi. Da parte di Glover c’è la consapevolezza della veridicità del suo “sono troppo vecchio per queste stronzate”, mentre Gibson si avvia verso il successo con il suo capolavoro come regista Braveheart (1995) aggiudicandosi ben 5 Premi Oscar per poi sprofondare in un’ cine-ascesi mistica con la sua rilettura de La Passione di Cristo (2004). Ma la Warner Bros non si dà per vinta (i numeri contano) e intraprende con loro un fortissimo braccio di ferro muti-milionario al quale tutti non potranno che acconsentire. Il brand iniziato da Donner nel 1987 rimane ancora sulla cresta dell’onda e gli incassi rimangono altissimi tanto che un progetto così non può morire sia sotto il punto di vista di mero intrattenimento sia sotto il punto di vista delle potenzialità d’incasso ancora vivissime. Dovranno passare sei lunghissimi anni, caratterizzati da smentite e ripensamenti, prima di arrivare al motto “La squadra è al completo!” posto direttamente al di sotto del titolo Arma Letale 4. Come porsi di fronte a questo ennesimo capitolo? Non senza numerosi dubbi o storte di naso, soprattutto se si è un fan accanito come anche chi scrive. Eppure Donner è uno di quei pochi registi che parallelamente alla strada merchandising, riesce sempre a calcare il sentiero del cuore, della passione. Ogni suo lavoro, anche il più vincente sotto il punto di vista commerciale, è permeato da un amore profondo come quello di un padre per la propria creatura. La caducità del corpo, le rughe e l’imbolsito atteggiamento dei due protagonisti chiamati di nuovo all’azione forsennata è vistoso, ma la sceneggiatura elaborata questa volta da Channing Gibson, coglie l’attimo e prende a prestito questa sorta di cine-disagio erigendolo a mantra. Riggs e Murtag vengono posti di fronte all’impossibilità di bloccare lo scorrimento anagrafico delle loro vite, caratterizzato da una stanchezza che va di pari passo col forzato avanzamento del brand cinematografico. La constatazione dell’anzianità, l’incapacità di ritrovare l’incoscienza esplosiva di un tempo, il tenore di vita cambiato dall’arrivo di figli e nipoti, rende i personaggi più “terreni”, più padri, più umani e, quindi, in grado di avvisare in modo maggiore la paura della perdita dei propri cari. Tutto questo però non può uccidere un istinto innato e i due, nonostante ciò, si ritrovano coinvolti in una complessa storia di traffici di clandestini, di triadi e di malavitosi cinesi da riportare al potere. Partendo, come al solito, da una sorta di ironica messinscena (la pesca del pescecane con la barca di Murtaugh) che soccombe presto al sangue e alla forsennata cavalcata action, la pellicola si trascina all’interno di una “familiarizzazione” del genere. I toni sono quelli da sit-com, e l’azione assume un ruolo di cornice pur sempre di valida efficacia. Il fiore all’occhiello è la presenza del grande Jet Li che interpreta Wah Sing Ku, luogotente delle temute Triadi di Hong Kong il cui compito è quello di liberare i quattro padri delle famiglie malavitose tenuti prigionieri in un carcere gestito da un generale corrotto. I padri e i figli, la storia della schiavitù rivivono nella mente del sergente Murtaugh che vede nella liberazione degli ostaggi il riscatto che ai suoi avi non fu mai concesso. Rigore morale profondo che segna il sottotesto dell’azione pura che si prolunga per ben 102 minuti di cui gli ultimi 35 sono d’impatto impressionante, caratterizzati dallo scontro a tre tra i due protagonisti e Sing Ku. Una lotta forsennata in cui i due hanno la meglio solo per puro caso. Jet Li sfodera un repertorio a dir poco mastodontico in grado di azzerare con poche movenze tutta la carica reazionaria e anarchica dei due caratteri contrapposti. Riggs e Murtaugh affrontano, con incoscienza, una lotta che potrebbe finire molto male (“Tu stai per diventare padre e io nonno, quel figlio di puttana dovremmo affrontarlo con calma, almeno quando avremo a disposizione un Bazooka”) e ce la fanno lo stesso. Tutt’intorno ritroviamo una girandola di situazioni che tendono a riportare la dimensione a toni più lievi. Ritroviamo il capitano Ed Murphy ormai ossessionato dalle assicurazioni che non pagano più i danni provocati da Riggs e Murtaugh, la psicologa Stephanie (la compianta Mary Ellen Trainor) che sin dal primo capitolo cerca invano di psicanalizzare Riggs e, invece, arriva essa stessa in preda a una folle nevrosi, un’isterica Lorna, ormai incinta di Riggs e in crisi pre-matrimoniale, parla senza pensare alle conseguenze, un Leo Getz che diventa quasi un angelo custode per Riggs, e dulcis in fundo, Murtaugh si ritrova come genero a sorpresa niente di meno che il collega Lee Butters, interpretato da un debordante Chris Rock il quale ha il pregio di riuscire a creare vere e proprie collisioni catastrofiche in quei pochi momenti d’incontro con Joe Pesci (formidabile la sequela di considerazioni sulla “rapacità” delle compagnie telefoniche come irresistibile è lo scontro grammaticale auto ad auto tra i due con conseguente arresto per guida in stato di ebbrezza per Leo). Il quarto capitolo della saga Arma Letale rimane gustoso, ma segna anche il punto di non ritorno della produzione Donner/Silver, i quali sono stati più volte, in questi ultimi anni contattati dalla Warner Bros per mettere mano alla sceneggiatura di un quinto definitivo capitolo. Sono ormai passati anni, durante i quali si sono succeduti ripensamenti, falsi annunci, disappunti e litigi.  Mel Gibson ha da sempre rifiutato di vestire di nuovo i panni dello scatenato Martin Riggs, mentre Glover a volte a fatto capolino di “accenno” per poi tornare prontamente sulle proprie convinzioni. A detta di Donner esiste già una sceneggiatura da parecchio tempo chiusa nel cassetto. Ma abbiamo la sensazione che la chiave rimarrà serrata definitivamente anche perché gli stessi attori hanno confermato che senza Donner al timone, non ritornerebbero mai più in “campo letale”. Esaminata nell’insieme, l’intera saga risulta godibilissima, quasi come se ogni capitolo segnasse un evoluzione fine a se stessa, ma in grado di far progredire un discorso che si lascia raccontare. Dal 1987 al 1998 l’azione è andata spegnendosi e gli anni sui corpi e i visi dei protagonisti, ci costa dirlo, si vedono tutti e ogni qual volta l’azione viene posta in essere, il regista ha sempre dovuto ricorrere all’espediente di turno (vedi Jet Li, vero protagonista action dell’ultimo capitolo). I toni scanzonati sono sempre più diluiti in modo continuo e poderoso relegando l’azione a cornice più che quadro. Ma ciò ci basta comunque. La tetralogia è bella, nostalgica e ci fa rimpiangere un certo cine-artigianato che oggi è sopperito alla Computer Graphic. Pecca che ha colpito anche il tentativo di serializzazione di questi ultimi anni, con Lethal Weapon – La Serie, andata in onda su Italia1. Non sappiamo se Arma Letale 5 vedrà mai la luce e in che modo il tutto verrà gestito. Speriamo soltanto di non vedere affondare nel mare del déjà vu più squallido un brand che, nonostante le diverse difficoltà elencate, è rimasto comunque finora dignitosissimo. Un pericolo pari a una cine-catastrofe di proporzioni immani.
Alessandro Amantini

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