Nostalgico presente. L’incubo di Miniero.

Partendo dal bestseller Lui è tornato (Er ist wieder da) scritto nel 2012 dal giornalista tedesco Timur Vermes, Luca Miniero realizza una sorta di reboot dell’omonimo film diretto dal regista David Wnendt nel 2015. Sono tornato (2018), infatti, pone al centro della vicenda Benito Mussolini (il film di Wnendt aveva come protagonista Adolf Hitler), il quale per una fatalità spazio-temporale piomba di nuovo sulla Terra, ai giorni nostri, attirato da una forza ancestrale partorita dalla Porta Alchemica sita nel centro di Roma. A interpretare il redivivo Duce ritroviamo uno strepitoso Massimo Popolizio al quale fa da spalla Frank Matano nei panni di Andrea Canaletti, impiegato in una emittente televisiva, che aspira a realizzare il film della vita. L’incontro tra i due è a dir poco esasperante e finisce nel degenerare in una sorta di amicizia di comodo dove il baratto morale e materiale fungono da amalgama di convivenza. Sin dai titoli di testa, Miniero mette subito in chiaro le cose, sviluppando una narrazione frammentaria e semi documentaristica (su una sceneggiatura a quattro mani con Nicola Guaglione) che trova il proprio nucleo di sviluppo nella linea di demarcazione tra le due ere rappresentate rispettivamente dal “Mussolini pensiero” e dalla tecnologia imponente, quanto inutile, che egli si trova ad affrontare. Ma come guardare a Sono tornato? Semplicemente con forte rispetto, dal momento che ci troviamo di fronte a un Cinema che non fa prigionieri. Il regista napoletano cala luci e ombre sulla vicenda, iniziando il percorso narrativo con una sorta di fragile incipit venato di piccoli innesti di humour nero e cinico. Massimo Popolizio è in splendida forma e ci restituisce un Duce allusivo, che ammicca furbescamente alla camera e si stizzisce nel prendere atto che Roma è pervasa da piazze dedicate a quelli che un tempo furono suoi nemici, in cui circolano autobus che vomitano una popolazione multi etnica in cui anche la dimensione omosessuale trova “sacrilego” elogio (irresistibile il frastuono morale dello statista di fronte al bacio tra i due edicolanti gay). Ma se tutto sembra virare al comico mediante espedienti anacronistici (la chiave nascosta sotto il vaso ornamentale di Villa Torlonia, ormai museo, in cui dover passare un’amara “notte insonne”) e rincorse al machismo esasperato d’inquadramento militare che si scontra con la gentilezza gracile del permessivismo di una civile convivenza, d’improvviso la pellicola cambia bruscamente registro. L’ultimo sorriso ci viene regalato dall’irruzione del redivivo statista nel consiglio di amministrazione dell’emittente televisiva di Canaletti, capeggiata da un’amorale Katia Bellini, manager rampante il cui volto è quello di una stupenda Stefania Rocca alla cui corte (dei miracoli) ritroviamo Gioele Dix nel ruolo del suo vice Daniele Leonardi titubante sull’etica pressappochista della TV. Ma il baratro è dietro l’angolo. Quello rappresentato da Miniero è un Duce tutt’altro che umoristico, anzi a differenza del passato impara alla svelta da i propri sbagli e come un’Intelligenza Artificiale fagocita ferocemente l’inesorabile ascesa del suo nuovo tempio di potere che trova nella “chiesa catodica” la sua massima espressione (formidabili le scenografie concettualmente dicotomiche elaborate da Tonino Zera). Più volte elogia la potenza del mezzo televisivo, bandendone però l’uso sciatto e inconsapevole che i normali civili ne fanno (dura la constatazione del fatto che in TV ci sono solo programmi per cucinare come drammatico è il parere rivolto all’essere solo selfie). Il neo-Mussolini ricostruisce la propria immagine tramite gli sbagli degli altri con consapevole manipolazione dell’opinione pubblica di cui sfrutta tutte le debolezze. Ritroviamo, quindi, masse pronte a indignarsi per l’uccisone di un cane, ma che sono pronte a dare ascolti da capogiro a colui che professa un duro corredo filosofico a sfondo razziale. Ebrei, neri e razze di ogni tipo vengono bandite con la scusa che di TV si tratta e nulla più, ma il discorso è proprio qui. Miniero ce lo sbatte in faccia come uno schiaffo. “Il Fascismo non l’ho inventato io, ma l’ho solo stimolato. Esso era innato già negli esseri umani” dice  Mussolini. Ed è vero. Il Male, l’odio sono forti proprio perché circolano in mezzo alla gente e l’indifferenza ne è il massimo catalizzatore. Lo scherzo come risposta a qualsiasi sconcertante nefandezza, preso a pretesto di mezzo per sostituirsi al non coraggio di voler vedere o affrontare, diviene spina dorsale di un sistema etico degenerato e spiazzante. Il lungo silenzio del Duce, il suo sguardo annichilente alla platea al di là del suo microfono nella sua prima apparizione TV è da antologia e Popolizio si cala tremendamente nel personaggio con uno sguardo che buca letteralmente lo schermo. Lo stesso sguardo con cui sancirà la propria impotenza di fronte al ricordo dello sterminio ad opera delle leggi razziali che Lea, nonna della ragazza di Canaletti (una bravissima Ariella Reggio) gli urlerà in faccia prima di cacciarlo di casa. L’Alzheimer di cui l’anziana è malata, più che una degenza sembra quasi un dono che permette alla donna di veder quello che gli altri non riescono (o non vogliono) vedere, dando agli occhi nuova luce per illuminare il nemico, quello vero, quello autentico. Autenticità che lo stesso Canaletti rinverrà terrificato nella registrazione da lui effettuata nel parco in cui casualmente si vede l’arrivo del Duce sulla Terra. Il ragazzo, inorridito dalla sconcertante scoperta, cercherà in ogni modo di fermare l’ascesa telecratica del redivivo mentore del Male, ma l’odio, una volta innescato diviene inarrestabile e la sua potenza viene condensata negli ultimi 15 minuti della pellicola in cui assistiamo a una sorta di scatto anacronistico, in cui ci viene mostrata una folla ormai pervasa dall’ombra di un nuovo incubo che in auto scorazza per le strade della capitale, una Roma che sembra di nuovo calarsi nel buio di un ricordo. Al fianco del Duce ritroviamo la figura di Katia Bellini, sorta di moderna Clara Petacci, che con devozione assoluta si immola alla causa scellerata del redivivo dittatore, lo elogia e lo vittimizza tanto quanto basta a far si che i suoi gesti prendano la forma di una controtendenza della pubblica opinione. L’auto che traghetta i due verso il potere si inserisce in un quadro funereo che tutto intorno ha la stessa atmosfera inquietante della piazza statunitense in cui qualche minuto dopo si sarebbe consumato l’omicidio Kennedy. Miniero firma un opera terrificante, senza redenzione e non consolatoria, in grado di scuoterci nel profondo. Popolizio riesce con grande forza a spingerci a guardarci dentro, a far cadere la coltre di menzogne (come il suo Duce definisce l’operato degli inutili politici di turno) che ci impedisce di scrutare il vero. TV e realtà si fondono in un gioco talmente barbaro e drammatico da plasmare l’incubo peggiore: il negazionismo. Questa sorta di scusa per poter chiudere gli occhi sul passato e aprirli sulle menzogne di un futuro inquietante. Era da molto tempo che al Cinema non veniva portato un discorso di così ampio spessore e, come tutte le opere scomode che si rispettano, il film di Miniero ha avuto vita breve nelle sale italiane. Tutta la pellicola viene percorsa da una vena di sottilissima malinconia per un qualcosa che poteva (e doveva essere) evitato e che ha prodotto nel tempo quello che oggi siamo diventati perdendo tutti qualcosa a cui tenevamo (fatale la visione dell’amata Clara da parte del Duce in un articolo sul web in cui le lacrime ne sottolineano il decesso). Sono tornato ribadisce a più riprese che la dittatura, l’antisemitismo o qualsiasi atto di annientamento del prossimo è da ricercare dentro ognuno di noi. É lì la chiave di lettura per evitare di innescare meccanismi perversi e controversi al fine che la storia non debba ripetersi e con essa anche quella che ognuno di noi porta dentro di sé, anche solo con un ricordo, con un semplice gesto, rimanendo se stessi.
Alessandro Amantini

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