Al posto di Dio. Il credo di Aronadio.

Dopo la Trilogia Smetto quando voglio di Sibilia, il Cinema italiano di genere fa un ulteriore passo avanti. Stiamo parlando del fenomeno IO c’è (2018) di Alessandro Aronadio. Complice ancora una volta il poliedrico Edorado Leo (qui anche in fase di sceneggiatura a otto mani assieme al regista, Valerio Cilio e Renato Sannio) il quale interpreta Massimo Alberti, proprietario (per lascito) di un piccolo Bed & Breakfast che presto subisce un tracollo finanziario dovuto in parte a una mala gestione dell’attività e in parte al calo dei clienti a beneficio di un ostello di carità cristiana di fronte al suo albergo. Come consulente fiscale Alberti ha al suo fianco la sorella Adriana (Margherita Buy) la quale lo appoggia in tutto e per tutto nella frode fiscale, nonostante debba sedare continuamente le liti tra il consorte e suo fratello in cui emergono rancori e frustrazioni reciproci. Evadere le tasse è il fulcro rotativo dell’improvvisato imprenditore il quale con la complicità della consanguinea e co-proprietaria dell’albergo, riesce nell’intento fin quando il mondo gli crolla addosso sotto i colpi dei controlli dell’Erario. La svolta per Alberti arriva quando, spiando dall’interno (si finge pellegrino), l’attività ecclesiastica delle dirimpettaie sorelle, ne carpisce il segreto che coincide con le falle di un sistema legale con cui si può eludere, senza violarlo, il sistema fiscale. Da questo momento il protagonista ingaggia con le “sante donne” una lotta all’ultimo “sacrilegio” arrivando, con l’aiuto dello squinternato scrittore e compagno della ex moglie Marco (un sempre bravo Giuseppe Battiston), a fondare una nuova religione, lo IOismo, una sorta di barzelletta con la quale tutti i devoti riconoscono il proprio io come il vero Dio da seguire. Non ci sono regole, non vi è peccato dal momento che ognuno di noi è fautore del proprio futuro e delle proprie azioni che sono quindi sempre giuste. In poco tempo la nuova religione diventa culto e si espande sfuggendo al controllo del suo stesso creatore. Il sentirsi padroni di se stessi senza assoggettarsi a regole (bella la trovata della carrellata di visite che Alberti rivolge a numerose sedi religiose) fa breccia nel cuore di disadattati, barboni e di poveri cristi senza un perché, con un vuoto esistenziale come bagaglio scomodo da trasportare (il capo clochard, il disabile redento interpretato da Massimiliano Bruno ne sono solo alcuni esempi). Riassunto così, il progetto di Aronadio sembra quasi ridursi a mero pretesto per un macchiettiamo esasperato da toni parodistici, ma niente è come sembra dal momento che IO c’è è forse uno dei film più complessi dell’ultimo decennio. Venato da un impercettibile malessere ben covato sotto la coltre di commedia scanzonata, il film propone un quadro desolante e ci pone di fronte a numerose domande a cui non possiamo fare a meno di trovare amare risposte. Al centro della narrazione troviamo la religione che viene smontata pezzo dopo pezzo, di quello che è il frasario, il pregiudizio, il preconcetto e l’illusione fino ad esasperarne la presa di coscienza del credere a ciò che non si può provare. Le suore dirimpettaie sono tutt’altro che benevole e angeliche, anzi sono predisposte alla facile guerriglia (l’imbrattamento dei muri con scritte moralmente giuste), chiedono soldi solo formalmente in modo spontaneo (la tariffa minima è 40 euro!) e non disdegnano di utilizzare epiteti tutt’altro che in odor di santità (magnifica la sboccata Suor Assunta interpretata da Gegia) nei confronti del concorrente. Chiariamo bene, il film non parteggia per nessuno dal momento che nessuno è onesto. Tutt’intorno si muove un mondo in cui emarginati o gente con problematiche sociali serie si ritrovano a essere pedine di un gioco scellerato di rincorsa al pressapochismo e alla cialtroneria (concettualmente deviante la scena del battesimo nella piscina dell’albergo santificato dal neo-guru Alberti). Ma Edoardo Leo non ne deride le conseguenze, anzi ce le pone di fronte evidenziandone la profondità che in modo terrificante assume un effetto domino inarrestabile degno delle migliori esternazioni di Umberto Eco (anche lui sempre poco conciliante nei confronti del Clero). La religione è un affare e come tale è predisposta al raggiro, all’elusione delle temute decurtazioni erariali. Riesce a gettare fumo negli occhi facendo leva sulle debolezze, ma a volte fagocita i propri creatori annientandoli (drammatico il discorso che Marco fa a Massimo sul terrazzo della sua casa/albergo riguardo il fatto che ciò che è stato innescato andrà avanti con o senza il proprio creatore). IO c’è parla alla gente, non smonta credenze, ma ne esaspera i toni facendone emergere tutto quello che in un primo momento passa inosservato. Colui che si erige a santone di un credo e fa leva su coloro che si nutrono di speranze, ha nelle mani un potere talmente forte il quale, sfuggendo al controllo, può portare all’epilogo più tragico. A tal proposito riveste enorme spessore la figura di Teresa (una splendida Giulia Michelini), ragazza che si getta anima e corpo nel proprio io, per poter combattere senza l’aiuto medico, il cancro di cui è affetta. Di fronte a tale scoperta Alberti comprende la falla moralmente degenerante delle proprie azioni che lo porterà addirittura a celebrare una funzione funebre per uno dei defunti adepti. Tutto si mescola nella figura del protagonista in cui il rigore morale e  il rimorso si scontrano con l’inarrestabile ascesa della propria creatura (che farà della sorella l’ennesima vittima in grado di distruggere il proprio matrimonio rincorrendo futili avventure amorose). Finirà molto male in un epilogo in cui la guarigione di Teresa, improvvisa e fortuita senza necessaria operazione in ospedale, coinciderà con la beatificazione di Massimo ormai arrestato per frode. Non c’è dubbio che Il film di Aronadio concettualmente incuta paura. Se sezionato chirurgicamente ci fornisce le armi per poter rilevare un quadro sociale contemporaneo allarmante in cui tutti sono pronti ad aprire le porte di casa a chiunque professi la soluzione ai loro problemi (emblematica la conversione al culto IOista dell’emissario statale incaricato di verificarne la sostanziale buona fede). C’è molta religione, ma anche molta politica in IO c’è dal momento che anche lo Stato, con le sue leggi erariali futili e stolte riesce sempre a trovare la strada del perdono in mezzo al peccato che spesso si tinge di quel famoso colore dei soldi più volte decantato in altri luoghi cinematografici. Lo Stato e La Chiesa, queste due identità sociali che in nome di un falso riconoscimento di un’indipendenza reciproca, entrano in simbiosi tramite lo sfacelo della promessa. Citando Umberto Eco possiamo dire che (D)IO c’è, lì in quella zona grigia, in quella linea di demarcazione in cui il l’indemoniato può nascere dal veggente, dove il Male nasce dal troppo timor di Dio che porta la convinzione cieca a divenire pericoloso fondamentalismo. Il progetto va visto perché secondo noi di Arcadicultura, rappresenta una delle vette di esternazione di un pensiero tanto complesso quanto ben visibile se comunicato in modo così elementare come hanno saputo fare Aronadio & Co. La semplicità come sorta di decodifica di discorsi profondi i quali sono sotto i nostri occhi da sempre senza che noi potessimo accorgersene, troppo persi in una macro visione delle cose, sancendo la polverizzazione di tanti micro universi. Da vedere o rivalutare.
Alessandro Amantini

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