Eroi in crisi: i tormenti esistenziali e i limiti umani degli Avengers

Se nei primi dieci capitoli della saga dedicata agli Avengers (vedi Volume 1) abbiamo imparato a conoscere, di volta in volta, le loro psicologie e il loro carattere rapportati esclusivamente alle minacce provenienti dall’esterno del nostro pianeta, nel secondo blocco di pellicole, oltre all’introduzione di nuovi personaggi come Doctor Strange, Ant-Man, Black Panther e Spiderman, troviamo i nostri supereroi meno super di quanto li avevamo lasciati. La conversione (e, quindi, l’evoluzione dei personaggi), infatti, stavolta avviene attraverso un percorso più tormentato di quanto lo sia stato in precedenza. Il culmine delle crisi esistenziali e di coscienza che affliggono Tony Stark dopo Avengers: The Age of Ultron e che saranno palesi in Captain America: Civil War, sono proprio  il frutto dei limiti umani che fanno parte della natura di ognuno di loro. In Stark, ad esempio, ci sono il rimorso e la paura di poter generare nuove stragi di innocenti dopo quella perpetrata a Sokovia, in Captain America la fedeltà e la lealtà per la patria subisce un forte scossone quando la patria stessa lo etichetta come fuorilegge per la sua rinuncia a sottoscrivere un patto d’intesa che ne limita la potenzialità di azione, in Vedova Nera e Hulk l’amore diventa un sentimento impossibile da provare a causa non solo della loro natura, ma anche della loro incapacità a volerlo vivere fino in fondo, in Thor la strage del suo popolo e della sua famiglia influisce sul suo desiderio di vendetta tarpato dal dolore e dalla sofferenza, in Doctor Strange la rinuncia a diventare di nuovo il brillante chirurgo che era prima dell’incidente a favore del suo nuovo ruolo di difensore del tempo e del pianeta passa attraverso una scelta/non scelta dolorosa legata al suo forte senso di responsabilità, in Gomora il sacrificio di sé stessa sarà necessario in nome dell’amore che prova per il suo Star Lord, mentre per Wanda e Visione l’amore che li lega verrà ripagato soltanto con il reciproco sacrificio di cui entrambi non avranno, però, rimpianti. Sono soltanto alcuni esempi, quelli sopra citati, di una serie di film che ci porta dentro un universo fatto di sofferenza e di mutamento, culminando appunto in una guerra civile tra i nostri supereroi che, però, al momento giusto (quando il grande gigante Thanos minaccerà l’estinzione della Terra essendo in possesso di tutte le Gemme dell’infinito in Avengers: Infinity War), non esiterà a finire in nome di un desiderio collettivo di salvezza. Intendiamoci, tutte le pellicole sono sempre caratterizzate da un’ironia di fondo che le rende gradevoli e che non snaturano la filosofia marveliana di base, però stavolta le sceneggiature sono molto più curate e complesse, nonché ammirevoli soprattutto quando si tratta di affrontare la coralità delle psicologie. Sotto questo punto di vista, Captain America: Civil War e Avengers: Infinity War sono migliori rispetto a tutte le altre, perché riescono a legare fatti, vicende e situazioni contemporaneamente senza far perdere il filo allo spettatore, mantenendo una coerenza narrativa indispensabile alla loro resa e non deludendo le aspettative. Possiamo, quindi, affermare con certezza che il secondo blocco di film dedicati alla saga dei Vendicatori analizza, in modo molto più intimo e personale, l’identità interiore e i tormenti di ognuno dei personaggi rendendoli ancora più affascinanti e vicini a noi. Veder litigare e combattere Iron Man e Captain America è il simbolo della disfatta mondiale non solo della difesa del proprio territorio, ma anche di un’ideologia non più condivisa. Così come lo sterminio del popolo di Asgard cela, al suo interno, un discorso non banale sulla problematica attuale dell’immigrazione. Film, quindi, che affrontano a modo loro l’attualità e la contemporaneità, nascondendo tra le righe un grave monito per le attuali diplomazie internazionali, incapaci di affrontare e risolvere insieme le problematiche che affliggono il pianeta e trasportando tale incapacità sul grande schermo dandole il corpo e, soprattutto, l’anima dei nostri grandi eroi. Mai, come in questa serie, meno super e più uomini, con poteri e responsabilità non solo da conservare, ma da porre al servizio della salvezza del genere umano a fronte di rinunce troppo pesanti da sopportare. Salvezza che viene risucchiata da un vortice improvviso e inarrestabile, rimanendo sospesa e indefinita, proprio come spesso succede anche nella realtà.
Guardiani della Galassia – Volume 2 (2017)Quali sono i punti di forza di quell’enorme giocattolone rumoroso (ma soltanto in apparenza) che risponde al titolo di Guardiani della Galassia – Volume 2? Innanzi tutto, l’undicesimo film della saga dedicata agli Avengers ha una creatività visiva dirompente che viene abilmente sottolineata dal concepimento dei titoli di testa e coda. Sempre accompagnati da una colonna sonora a cavallo tra gli Anni Settanta e Ottanta, i titoli suddetti sono una gioia per gli occhi e per lo spirito portandoci inizialmente dentro la storia attraverso la conquista da parte dei nostri quattro supereroi Star Lord, Gamora, Drex e Rocket di batterie intergalattiche appartenenti alla razza dorata dei Soveraign la cui Regina Ayesha, in cambio, offre loro la ribelle Nebula come pagamento per i servizi resi. Ma il folle Rocket ruba un paio di batterie intergalattiche, scatenando l’ira dei Soveraign che li inseguono in tutta la galassia facendoli precipitare sul pianeta di Berhert, dove i nostri incontrano l’ambiguo Ego che si scoprirà, poi, essere il padre alieno di Quill. Fino a qui niente di gran che, a parte il solito e per fortuna riconfermatissimo cast originale che vede ancora Chris Pratt, Zoe Saldana, Dave Bautista e il logorroico Bradley Cooper nel doppiaggio del procione Rocket giganteggiare e gigionare nei rispettivi ruoli ormai calzanti a pennello. Ma è proprio dall’incontro con Ego che prende il via una narrazione del tutto nuova. Nei suoi panni ritroviamo un Kurt Russell in splendida forma che rivela al figlio la sua natura semi divina volendo, solo in apparenza, ricucire il rapporto inesistente tra i due, mentre in realtà lo vuole sfruttare per poter potenziare l’energia di cui è formato soltanto per plasmare l’Universo a sua immagine e somiglianza. E qui entrano in gioco non solo i compagni di Quill nel volerlo salvare dai loschi piani di Ego, ma anche una vecchia conoscenza come Yondu Udonda (il sempre blu elettrico Michael Rooker) che, accogliendolo tra i suoi Ravager da bambino, lo ha protetto dalle mire del Celestiale Ego, responsabile non solo della morte dell’amata madre del ragazzo, ma anche di altri bambini come lui per raggiungere il suo folle obiettivo di conquista. Ma sopra tutti i personaggi che conosciamo, tre new entry valgono il prezzo del biglietto. Cominciamo con Baby Groot, ancora una volta doppiato da Vin Diesel (erede del grande Groot del primo capitolo), minuscolo, tenero, poco sveglio, amante della musica pop di Quill e coccolato da tutti come fosse uno di famiglia. Praticamente irresistibile. Continuiamo con l’aliena telepatica Mantis (interpretata dall’attrice francese Pom Klementieff) in grado di percepire col solo tocco delle mani le sensazioni e i sentimenti presenti all’interno degli esseri umani ed esplosiva nei suoi duetti comici con il duro Drex (che ne fa la sua vittima preferita). Finiamo con il capitano dei Ravager Stakar Ogord nei cui panni, in un cameo di lusso, troviamo un Sylvester Stallone ancora in piena forma nonostante l’età e la chirurgia plastica avanzanti. Guardiani della Galassia – Volume 2, quindi, è un concentrato ancora una volta di effetti speciali visivi eccezionali e di buoni sentimenti che legano i vari personaggi abbattendo ogni diversità. Un film godibile per tutti, che scorre veloce e adrenalinico per 130 minuti senza mollare mai l’attenzione dello spettatore, conquistato dalla faccia da schiaffi di Quill, dai modi rudi di Drex, dalla bellezza di Gamora, dall’ironia esplosiva di Rocket e dalla tenerezza di Baby Groot che scandisce a colpi di danza un soundtrack Anni Settanta/Ottanta da veri intenditori. Divertente, rilassante, geniale. Ancora una volta diretto dalla mano sicura e spumeggiante di James Gunn.
The Avengers – The Age of Ultron (2015). Quando un’intelligenza artificiale viene creata sulle caratteristiche di un’altra intelligenza artificiale sfruttando l’energia della Gemma della mente, una delle Gemme dell’Infinito, ci si illude che possa assimilarne in tutto o in parte gli effetti benefici. Ma quando questa realtà artificiale è J.A.R.V.I.S. e il suo clone è Ultron tutto questo viene ribaltato e ciò che ne esce è un qualcosa di potente che ha un fine onorevole, quello di salvare il mondo dalle violenza e dalla propria involuzione per evolverlo ancora, con un mezzo per raggiungere tale fine molto ortodosso, cioè estinguere la razza umana considerata ormai all’apice del proprio progresso e incapace di progredire ancora di più votandosi all’auto distruzione. E chi può fermare tutto questo se non i nostri amati supereroi Marvel? Benvenuti nella trama di Avengers: The Age of Ultron, film del 2015 (e, quindi, dodicesimo film Marvel) diretto ancora da Joss Whedon e infarcito dalla solita banda che ormai abbiamo imparato ad amare. Riecco, allora, Thor (Chris Hemsworth), Iron Man (Robert Downey Junior), Captain America (Chris Evans), Occhio di Falco (Jeremy Renner) Vedova Nera (Scarlett Johansson) e l’incredibile Hulk (Mark Ruffalo) combattere ancora una volta insieme per sconfiggere a Sokovia (un paese dell’Europa dell’Est) la rinata organizzazione pseudo nazista H.Y.D.R.A. capeggiata dal perfido Barone Strucker, ancora in possesso dello scettro di Loki (qui non pervenuto) contenente proprio la gemma della mente, in grado di dominare il genere umano. Ma Tony Stark, per difendere il suo genere di appartenenza e i suoi amici, utilizza proprio la potenza della medesima per effettuare la clonazione suddetta grazie all’aiuto di Bruce Banner, generando però Ultron, l’intelligenza artificiale sopra citata con un difetto di fabbricazione molto pericoloso. Da qui si dipanano le vicende narrate nella pellicola che tra inseguimenti mozzafiato, effetti speciali visivi sempre più eccezionali (la scena finale in cui i nostri eroi salvano gli abitanti della città di Sokovia lievitante è da impazzire!), risvolti sentimentali imprevedibili (come quello impossibile tra Natasha e Bruce e quello familiare di Occhio di Falco, addirittura papà e marito devoto!), scontri ideologici (quelli tra Tony e Steve Rogers su tutti, a causa della manipolazione scientifica da lui operata), ritorni graditi (come War Machine o Iron Patriot e Falcon, nei cui panni ci sono sempre Don Cheadle e Anthony Mackie, qui entrambi in parti minori) e new entry da paura (i gemelli Pietro Quicksilver Maximoff e Wanda Scarlett Maximoff, interpretati rispettivamente da Aaron Taylor Johnson  ed Elizabeth Olsen, prima nemici poi alleati degli Avengers) scorre in 141 minuti di pura adrenalina. Non ci si stanca di vedere la saga perché ogni volta la sceneggiatura pone dei risvolti improvvisi che tengono viva l’attenzione dello spettatore, non deludendolo. Ovvio che la computer grafica vince facile, ma senza l’impianto narrativo sempre più coerente e sempre più strettamente legato alle vicende dei capitoli cinematografici precedenti, tutta la saga non varrebbe granché. La critica ha definito Avengers: The Age of Ultron un giocattolone rumoroso senza arte né parte, ma in realtà non è così. Sicuramente è molto più rumoroso dei suoi predecessori (aumentando i supereroi protagonisti, aumenta gioco forza il rumore!), però contiene sempre la filosofia basilare della Marvel. E l’incarnazione finale di J.A.R.V.I.S. nella sua forma umana di Visione (o Vision in originale, interpretato da Paul Bettany) non è scontatamente pacifica, perché l’umanizzazione di un’intelligenza artificiale, seppur derivante da un programma creato per generare pace e fratellanza tra i popoli, non disdegna il secolare dibattito sul controllo/non controllo dell’uomo sulle creature da esso plasmate. La pellicola, insomma, ci piace proprio perché lascia aperti sempre nuovi scenari. E perché, tra un supereroe e un altro, riporta in vita ancora una volta lo S.H.I.E.L.D., capeggiato dall’insostituibile Nick Fury (Samuel L. Jackson), facendo presagire un ulteriore, straordinario, psichedelico e adrenalinico terzo capitolo della saga. Che non vediamo l’ora di raccontare.
Ant-Man (2015). Ironico, intelligente, trascinante e innovativo. Nel 2015 la saga degli Avengers si arricchisce di un personaggio molto amato tra i fan dei fumetti Marvel. Ant-Man, infatti, può essere considerato un piccolo genio nel suo universo microscopico e mai come in questo caso il termine microscopico calza proprio a pennello. Diretto da Peyton Reed (il regista dello scoppiettante Abbasso l’amore (Down with Love) del 2003), è cronologicamente posto al tredicesimo posto nell’ordine di visione dei film della saga e vanta, come del resto tutti i suoi predecessori, un cast che si districa sapientemente nei meandri scientifici della storia. Scott Lang (interpretato da un Paul Rudd al massimo della sua forma fisica e recitativa) è un ex ingegnere elettronico appena uscito di galera per aver rubato dei dati importanti contro la società per cui lavorava (rea di aver truffato i propri clienti), smascherandone i loschi piani. Non trovando lavoro a causa della sua fedina penale sporca e ansioso di ricucire il rapporto con la figlioletta Cassie, il ragazzo accetta di scassinare insieme all’ex compagno di cella Luis (il pazzoide ed eccezionale Michael Pena) e alla sua banda la cassaforte de ricchissimo scienziato Hank Pym (nei cui panni troviamo una vecchia volpe come Michael Douglas che dirige magistralmente la sua orchestra di giovani leve), senza immaginare che questo furto gli cambierà la vita per sempre. Scott, infatti, scoprirà il segreto tenuto nascosto dall’uomo, una volta facente parte dello S.H.I.E.L.D. (come mostra l’antefatto ambientato nel 1989 in cui Pym si scontra con Howard Stark non volendogli vendere la formula chimica della propria invenzione) e abbraccerà la sua causa umanitaria: diventare, dopo un addestramento semi – militare aiutato dalla figlia di Pym, Hope (Evangeline Lilly, l’indimenticabile Kate, protagonista di Lost), Ant-Man, L’Uomo Formica, in grado di diventare microscopico e tornare grande nell’arco di pochi secondi per penetrare all’interno della società e rubare la tuta de Il Calabrone, ideata dall’allievo ingrato di Pym, Derren Cross (l’attore televisivo Corey Stoll), per essere venduta alla neonata H.Y.D.R.A. Il film ha tra i vari punti di forza (oltre i soliti effetti speciali sempre più straordinariamente speciali e un cast molto affiatato e goliardico anche tra i co primari, tra cui spicca su tutti l’ex Camelot Bobby Cannavale nei panni dell’imbranato poliziotto Jim Paxton) l’ingegnosità e il supporto scientifico delle idee lanciate, soprattutto nell’inversione del processo nel regno quantico subatomico, colpevole di aver trattenuto e mai rilasciato l’adorata moglie di Pym, Janet, alias The Wasp (l’alter ego femminile di Ant-Man). In più, aggiungiamo anche un pizzico di citazionismo e il gioco risulta ancora più vincente. Un paio di sequenze in giardino e quella finale nel plastico dei trenino della figlia Cassy, infatti, ricordano rispettivamente il Disneyano Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi (piccolo cult del 1989) e il mitico Beetlejuice – Spiritello porcello di Tim Burton del 1988. Da citare, inoltre, l’incontro/scontro tra Ant-Man e Falcon (Anthony Mackie), che darà via nel finale al reclutamento del ragazzo nella banda degli Avengers. Ant-Man, quindi, ci piace perché è una pellicola che ci riporta ancora una volta nella psicologia del personaggio, tormentato dal proprio passato di criminale e dall’allontanamento dalla figlia Cassy. Rapporto che ricorda nel film quello mai costruito tra Pym e sua figlia Hope dopo la morte di sua madre e che, nella scena finale che non sveliamo, si consoliderà grazie al preziosissimo regalo del genitore, presagendo il secondo capitolo. Veloce, scoppiettante, umoristico e mai noioso. Ant-Man è un film che si lascia bere tutto d’un fiato e che non delude le aspettative. Un vero Marvel Movie. Piccolo, piccolissimo, microscopico, ma gigante nella sua resa scenica.
Captain America: Civil War (2016). Seguire la trama di Captain America: Civil War, quattordicesimo film della saga degli Avengers diretto ancora una volta da Anthony e Joe Russo come i suoi predecessori Captain America – Il primo vendicatore e Captain America: The Winter Soldier (vedi Volume 1) non è difficile per la storia narrata, ma per raccapezzarsi nella guerra civile che scoppia all’interno del gruppo dei nostri super eroi. Guerra fratricida che vede da un lato il gruppo formato da Vedova Nera (una Scarlett Johansson sempre più acrobatica), War Machine o Iron Patriot (il sempre godibile Don Cheadle), Visione (il sempre più psichedelico Paul Bettany) e le new entry Black Panther (Chadwick Boseman che nel 2017 avrà una pellicola tutta per sé) e Spiderman (il simpatico Tom Holland che avrà, in futuro, una trilogia tutta sua), guidato da un remissivo Iron Man (l’eterno e unico Robert Downey Junior) che accetta dalle Nazioni Unite e dal segretario di stato Ross (interpretato ancora una volta da William Hurt, incontrato ne L’Incredibile Hulk del 2008, vedi Volume 1) di porre limiti alla pericolosità degli Avengers, firmando un patto di tregua. Patto che non piace ai restanti membri degli Avengers, ovvero Falcon (Anthony Mackie, sempre più perfetto nei panni del supereroe volante), la new entry Ant-Man (la faccia da schiaffi Paul Rudd, qui nel suo ruolo migliore), Occhio di Falco (il sornione Jeremy Renner non in versione familiare, stavolta), la telepatica Wanda/Scarlet (una lanciatissima Elizabeth Olsen) e il Soldato d’Inverno Bucky Burnes (l’intenso Sebastian Stan), tornato stavolta non per combattere contro i suoi nemici giurati, ma per scoprire definitivamente le sue origini di guerriero sperimentale dell’H.Y.D.R.A. e allearsi con il capo dei ribelli, nonché amico d’infanzia, Captain America (il sempre più convincente Chris Evans). Quindi, in un turbinio di contrasti (primo fra tutti, quello tra i due amici ora nemici poi di nuovo amici Tony Stark e Steve Rogers), di segreti svelati (è il Soldato d’Inverno ad aver ucciso i genitori di Stark quando ancora era programmato per uccidere), di antagonisti vendicatori come il Dottor Helmut Zemo, interpretato dal bravissimo Daniel Bruhl (che vuole distruggere gli Avengers generando la guerra civile del titolo solo per vendicare la morte della sua famiglia nella strage di Sokovia avvenuta in Avengers – The Age of Ultron, vedi Volume 1), di sentimenti nascenti (quello tra la veggente Scarlet e il romantico Visione, oppure quello tra Rogers e l’Agente 13, alias Sharon Carter, la nipote dell’amata ormai defunta Peggy, interpretata da Emily Van Camp) e di scene d’azione da cardiopalma (su tutte, quella in cui i nostri supereroi arrivano allo scontro frontale ferendo il malcapitato War Machine), il film si snoda in una narrazione più intensa che in passato. La psicologia tormentata dei personaggi nel momento in cui diventano avversari è ben orchestrata, così come è perfetto il finale che rimette in chiaro gerarchie e intenzioni, affetti e amicizie. Perché Captain America: Civil War è un’esplosione di quelle che sono le paure dei nostri supereroi nel momento in cui si rendono conto di non riuscire a dominare i propri poteri. Consapevolezza che genera in Stark e nei suoi adepti paura e senso di responsabilità che, portati all’estremo, creano di conseguenza coraggio e senso del dovere in Rogers e compagni, per poi riunirsi nel momento in cui si prende coscienza dell’assurdità di una guerra interna inutile, dannosa e pilotata solo per scopi personali. Un bel film, una bella trama, una bella sceneggiatura e un ottimo impianto scenico dove inserire narrativamente ben dodici supereroi, senza perdere niente delle rispettive psicologie. Il miglior film della trilogia di appartenenza, che presagisce l’arrivo di altri personaggi Marvel di cui non vediamo l’ora raccontare le grandiose gesta.
Black Panther (2018). Quindicesimo film nella cronologia della saga dedicata agli Avengers e datato 2018 (quindi, recentissimo), Black Panther riassume quanto finora narrato nei capitoli precedenti. Sintesi dovuta al fatto che finalmente scopriamo l’origine del vibranio, il potente metallo di cui è composto lo scudo a stelle e strisce di Captain America. Un elemento che proviene da un meteorite caduto sulla Terra in un tempo imprecisato e che il Wakanda (stato simile all’Eldorado sudamericano o all’Atlantide greca) celato dietro una copertura di facciata fatta di montagne che lo rendono povero agli occhi degli Occidentali, possiede grazie al tramandarsi di generazione in generazione della potenza e della forza della Dea Pantera. La quale, contenuta nell’Erba a forma di Cuore, si manifesta nei Re della tribù trasformandoli, appunto, in Black Panther. E la storia narra le vicende del nuovo Re del Wakanda, T’Challa (l’attore televisivo Chadwick Boseman) che, insieme all’amata Nakia (l’attrice keniota Lupita Nyong’o), alla sorella Shuri (la scoppiettante Letitia Wright) e alla madre Ramonda (la sempre bravissima Angela Bassett), cerca di difendere il proprio paese dalla vendetta di suo cugino Erik Killmonger (il Michael B. Jordan di Creed – Nato per combattere e Creed II) che vuole utilizzare il vibranio per assoggettare tutti i popoli della Terra. La pellicola ha una durata considerevole (137 minuti, come nella media degli altri capitoli dedicati agli Avengers), però è proprio questo suo dilungarsi a dare forza a una storia che per qualità tecnica, impatto emotivo e imponenza ricorda molto da vicino Thor (vedi Volume 1). In quest’ultimo, infatti, vengono mostrati i rapporti familiari e le credenze mitologiche nordiche a contatto con un’umanità corrotta e priva di valori della Terra; in Black Panther succede esattamente la stessa cosa e la sete di vendetta di Killmonger nei confronti di T’Challa (a causa dell’assassinio di suo padre da parte dello zio Re avvenuta nel 1992) si staglia perfettamente nelle tradizioni delle tribù africane. Quanto Thor è magnificente nella resa scenica del Pianeta Asgard, tanto Black Panther è straordinario nel mostrare (grazie anche alle moderne tecnologie grafiche) l’universo colorato, i paesaggi meravigliosi e i tramonti struggenti di quel paese unico che è l’Africa. Inoltre, aggiungiamo anche un significato politico non banale: in un’epoca di chiusura politica nei confronti delle razze, la possibilità che sia proprio uno stato come il Wakanda (africano e quindi popolato da persone di colore) a detenere lo strumento più potente (il vibranio) per migliorare e sviluppare ancora di più le moderne conoscenze scientifiche (grazie agli studi di Shuri, capace di ricostruire interamente un organismo vivente rigenerando addirittura il tessuto osseo e midollare di un umano) è di messaggio forte e chiaro ai governanti attuali. In Black Panther la diversità viene abbattuta e tutti gli uomini sono in grado di contribuire all’evoluzione del pianeta mettendo a disposizione ciò che hanno, senza permettere di sfruttarlo per fini diversi da quelli umanitari. L’apertura finale di T’Challa al mondo reale, la sua volontà di costruire un centro di soccorso internazionale in America e di svilupparne un altro scientifico in grado di approntare tecnologie sconosciute per migliorare la vita di tanti bisognosi né è la più alta rappresentazione. Così come l’aiuto fornito dall’ agente C.I.A. Everett Ross (il britannico Martin Freeman che tutti ricordiamo in Love Actually – L’amore davvero, già visto in Captain America: Civil War) per gratitudine nei confronti di un popolo che gli ha salvato la vita, rappresenta quell’integrazione tanto cercata e troppe volte sbandierata senza avere basi solide a suo sostegno. Un film bellissimo, che ha sbancato meritatamente i botteghini incassando in tutto il mondo circa 1 miliardo e 300 mila dollari e che ha, tra i suoi punti di forza (oltre a quanto sopra detto), la potenza dirompente di Danai Gurira (qui nei panni del generale guerriero Okoye), l’interpretazione essenziale di Daniel Kaluuya (il condottiero W’Kabi, già visto nell’indipendente Scappa – Get Out), quella elettrizzante di Andy Serkis (di nuovo nei panni del mercante d’armi Ulysses Klaue, già visto in Avengers: The Age of Ultron, vedi Volume 1) e quella come sempre magnifica e d’impatto di Forest Whitaker (il fedelissimo, ma sfortunato, Zuri).
Spider-Man: Homecoming (2017). Nel 2017 la saga degli Avengers si arricchisce di un’altra chicca che, a prima vista, potrà sembrare scontata, visto che sul supereroe protagonista sappiamo tutto, ma proprio tutto. E invece, guardando Spider-Man: Homecoming ci rendiamo conto che di scontato non c’è nulla. A differenza della trilogia di Spiderman (curata dal grande Sam Raimi agli inizi del secondo millennio) dove il personaggio di Peter Parker (interpretato amabilmente, allora, dal giovane Tobey Maguire) viene mostrato in modo molto più adulto e tormentato, in questo nuovo capitolo ritroviamo lo spirito fracassone e giovanile di un Peter Parker adolescente (nei cui panni si destreggia alla grande Tom Holland, già visto in Captain America: Civil War) che moltissimo ha in comune con l’ironia del fumetto di appartenenza. Ed è proprio questo lato giovanilistico a rendere il film godibile, perché Spider-Man, ansioso di entrare a far parte ufficialmente della squadra degli Avengers, difficilmente segue le direttive del suo mentore Tony Stark (il sempre amatissimo Robert Downey Junior nei panni di Iron Man) e del suo controllore Happy Hogan (interpretato ancora una volta dal regista della trilogia di Iron Man, Jon Favreau, vedi Volume 1), cercando gloria personale nell’inseguire e scovare un pericolosissimo criminale in possesso di una tecnologia avanzata (rubata dopo la battaglia di New York avvenuta in The Avengers, vedi Volume 1) capace di renderlo indistruttibile. E qui compare uno dei più amati antagonisti dell’Uomo Ragno, Adrian Tooms alias Avvoltoio, nella cui farraginosa armatura si cala perfettamente a suo agio il redivivo Michael Keaton, il Batman cinematografico reso immortale dal genio di Tim Burton nei primi due capitoli della tetralogia dedicata all’Uomo Pipistrello (Batman e Batman – Il ritorno, rispettivamente del 1989 e del 1992). Una coincidenza, quest’ultima (sia Batman che Avvoltoio hanno, infatti, molta dimestichezza in volo!), che risulta piacevole grazie alla solita interpretazione di spessore resa dall’attore, la cui età avanzata non smentisce le sue indiscusse capacità recitative. E tra un volo e una maratona di decathlon, un party di adolescenti e una rapina da sventare, un amore impossibile da vivere (quello per la coetanea Liz, figlia proprio di Adrian Tooms) e un altro in procinto di sbocciare (quello per la sua eterna amica Mary Jane Watson), Peter subirà il solito processo di maturazione che lo porterà a comprendere la forza dei suoi poteri e la grandezza delle sue responsabilità. Valori che culmineranno nella scelta finale di non rimanere nel quartier generale degli Avengers, ma di tornare a vigilare le strade di New York accudito dalle amorevoli cure della zia May (nei cui panni ritroviamo la sempre splendida Marisa Tomei che con la sua leggerezza dona quel pizzico di ironia in più che non guasta). Spider-Man: Homecoming, quindi, ha dalla sua parte un perfetto connubio tra il prequel della vita adulta di Peter Parker e il meccanismo visivo, dove gli effetti speciali non sovrastano mai la narrazione, ma si integrano con essa culminando nell’adrenalinica scena d’azione del traghetto. Il tutto orchestrato dall’esordiente regista americano John Watts che, insieme a una sceneggiatura originale e sarcastica, riesce a creare una pellicola di intrattenimento che, però, subisce il fascino del solito tormento interiore del protagonista. Anche se giovane, Peter Parker incarna comunque incertezze e timori di un’intera generazione che, anche se si evolve continuamente, si specchia sempre nella sua inesorabile contemporaneità. Godibile, divertente, trascinante. Con un seguito in uscita che siamo sicuri non ci deluderà.
Doctor Strange (2016). Parlare di Doctor Strange, diciassettesima pellicola (per cronologia) della saga degli Avengers (in realtà realizzata nel 2016 contemporaneamente a Captain America: Civil War) non è per niente semplice. Perché a differenza degli altri capitoli della saga suddetta, Doctor Strange strano lo è per davvero. Strano, però, nel senso di magico, visionario, rivoluzionario. Sì, perché addentrarsi in 115 minuti di effetti speciali e visivi da capogiro (non a caso la pellicola è stata candidata proprio in questo settore ai premi Oscar 2017), mescolati con una narrazione filosofico-new age che eleva il Nepal a centro spirituale e mistico dell’umanità e collegati con una psicologia più tormentata e complessa di tutti gli altri supereroi finora incontrati, significa perdersi, positivamente, in un mondo del tutto nuovo che non annoia, ma affascina e conquista. Il dottor Stephen Strange (interpretato dal talentuoso e granitico attore britannico Benedict Cumberbatch, già visto nella trilogia de Lo Hobbit) è un brillante e cinico chirurgo newyorkese di fama mondiale che, a causa di un incidente automobilistico, subisce gravissime conseguenze alle mani che nemmeno otto operazioni riescono a guarire. Scosso dall’accaduto, Strange rifiuta le amorevoli cure della dolce Christine Palmer (Rachel McAdams, qui in un ruolo che ne valorizza la versatilità tra il comico e il drammatico) e, venuto a conoscenza di un metodo orientale di guarigione non convenzionale grazie all’ambiguo Jonathan Pangborn (il sempre gradevole Benjamin Bratt), si reca a Kamar – Taj dove entra in contatto con un gruppo di tibetani, tra cui il diffidente Karl Mordo (Chiwetel Ejiofor, che ricordiamo giovanissimo in un piccolo ruolo in Love actually – L’amore davvero), discepoli dell’Antico (una Tilda Swinton androgina), l’entità benevola che attraversa i secoli per proteggere i santuari spirituali del mondo (Hong Kong, New York e Londra) dalle mire del Dormammu, la Dimensione Oscura, tra le cui fila spicca l’ex allievo Kaecilius (Mads Mikkelsen, conosciuto grazie al remake-kolossal Scontro tra titani del 2010) in cerca del dominio assoluto. La storia, come si comprende, non è simile alle altre raccontate sinora nelle pellicole precedenti e questo è già un punto a favore di Doctor Strange che mescola sapientemente azione e misticismo rendendo la resa intrigante. Una sorta di Thor all’orientale, diretta ritmicamente dallo specialista del genere Scott Derrickson e ricca di una tecnologia digitale che ti fa saltare dalla sedia. Il potere, infatti, dei nostri eroi (siano essi positivi o negativi) sta proprio nella manipolazione temporale che permette loro di essere in più dimensioni contemporaneamente, grazie anche all’Occhio di Agamotto, capostipite degli stregoni nonché una delle Gemme dell’Infinito, in grado di fermare l’azione temporale in cui ci si trova immersi. Immaginate, quindi, questo elemento principale reso attraverso cambi continui non solo della dimensione temporale, ma visiva: palazzi e grattacieli che ruotano, strade e vicoli che si alternano in basso e in alto, uomini e veicoli che avanzano o si ritirano a seconda della manipolazione subita. Tutto questo nell’arco di pochi minuti che fanno sembrare Doctor Strange una continua montagna russa dove poter salire e scendere a proprio piacimento senza nemmeno accorgersene. Esperienza sicuramente da vivere al cinema, ma che anche in poltrona produce i suoi straordinari effetti. Così come, il tormento, il dolore e la scelta finale di Strange di diventare un paladino dei difensori del mondo, rinunciando al proprio beneficio di poter tornare a operare. Scelta legata, ovviamente, anche all’amore ritrovato per Christine e a un senso di responsabilità sentito nei confronti di un mondo che seppur pieno di ambiguità non merita l’estinzione. Finale che prelude, ovviamente, al ritorno futuro di Doctor Strange nel gruppo degli Avengers, come mostrato nella scena finale dei titoli di coda. Insomma, Doctor Strange non delude grazie al suo mix di azione, filosofia, ironia e drammaticità, che lo rendono sicuramente più interessante e più adulto degli altri film della saga. E più divertente grazie anche al suo mantello dispettoso che, però, diventerà il simbolo stesso della sua redenzione.
Thor: Ragnarok (2017). Ragnarok doveva essere e Ragnarok è stato. In tutti i sensi. Thor: Ragnarok, appunto, diciottesima pellicola della Marvel dedicata alla saga degli Avengers, dalla prima scena ai titoli di coda è proprio la fine del mondo. Sì, perché, stavolta il nostro Dio del Tuono (interpretato dal sempre aitante e prestante Chris Hemsworth), abbandonato dall’amata Jane Foster (si sapeva già dal termine del secondo capitolo della trilogia, Thor: The Dark World, che Natalie Portman non avrebbe fatto più parte del cast, vedi Volume 1), inizialmente combatte e sconfigge l’entità demoniaca Surtur conquistando la sua corona dannata in grado di distruggere Asgard e provocare, appunto, il Ragnarok se unita con la Fiamma Eterna. Poi torna al suo regno di appartenenza smascherando il fratello Loki (l’eccezionale, isterico, egocentrico e perfetto Tom Hiddleston di cui noi fan non possiamo proprio fare a meno!) celato sotto le mentite spoglie di Odino (ancora una volta, anche se ultima, Anthony Hopkins) inviato da Loki stesso in Norvegia per attuare il suo piano di conquista. E nel rincorrere il fratello combina guai, il nostro eroe incontrerà sulla sua strada una nostra vecchia conoscenza, il Doctor Strange (già intravisto insieme a Thor nella scena finale dei titoli di coda del film omonimo) che permetterà loro di raggiungere il genitore ormai morente in terra nordica, riportando in vita con il suo decesso la potente e malvagia sorella Hela (una Cate Blachett sempre più a suo agio in produzioni fantasy), ovvero la Morte, che ambisce alla conquista (riuscendoci) del trono legittimo di Asgard e del mondo intero. La trama, quindi, si snoda in una narrazione che pescando sempre nella tradizione mitologica rende affascinante l’intreccio, unendolo con una resa visiva ancora più grandiosa dei capitoli precedenti. Ma il talento del regista Taika Waititi (terzo direttore dopo Kenneth Branagh e Alan Taylor) sta soprattutto nel ritmo donato a una pellicola che pur durando 130 minuti scorre come un fiume in piena e ha dalla sua tre punti di forza: il personaggio del Gran Maestro, governatore di Saakar, pianeta in cui Loki e Thor vengono fatti prigionieri dopo essere scappati dalla furia di Hela, interpretato dallo psichedelico, ammiccante, ambiguo e sempre recitativamente straordinario Jeff Goldblum (un habitué del genere, vista la sua partecipazione a pellicole del rango de La mosca, Jurassic Park, Indipendence Day e via dicendo); la tostissima cacciatrice di taglie SR – 142 (nei cui panni troviamo la bravissima Tessa Thompson), che si scoprirà essere l’ultima sopravvissuta alla strage delle Valchirie per mano di Hela prima che Odino la ripudiasse ed esiliasse; il ritorno (finalmente!) del gigantesco omone verde Hulk, precipitato su Saakar dopo i fatti di Avenger: The Age of Ultron, che dopo ben due anni di combattimenti ritrova la forma e i panni dello scienziato saputello Bruce Banner (il sempre piacevole Mark Ruffalo), unendosi alla squadra per riportare l’ordine su Asgard. La sceneggiatura, quindi, offre molti spunti per ricollegare fatti e vicende con i capitoli precedentemente realizzati e non fa acqua perché innestando nuovi personaggi con quelli già conosciuti, riesce a trasformare la storia evolvendola nel suo giusto finale, dando anche un messaggio politico molto forte. Per salvare la propria civiltà (in questo caso quella asgardiana guidata nell’esodo dal regno dal fedele Heimdall, sempre interpretato da Idris Elba), bisogna sacrificare quanto di più caro si possiede, mantenendo però intatta la propria identità. La frase Asgard non è un luogo, ma è un popolo riflette perfettamente il momento storico che stiamo vivendo in ambito migratorio e cadendo Asgard sotto la lotta tra Hela e Surkur (riportato in vita proprio per distruggere il male in esso ormai contenuto), non si uccidono gli usi e le tradizioni di un popolo, ma solo il suo contenitore materiale. La chiave sociale nascosta tra le righe in questo giocattolone non risente, quindi, della leggerezza con la quale viene mostrata. Così come la pellicola non risente del citazionismo, fortemente voluto da parte del regista, della popolazione del pianeta Saakar, simile in tutto e per tutto (nei suoi costumi e nei suoi usi) al pianeta Tatooine e al suo gangster mostruoso Jabba The Hutt della saga di Star Wars, qui ricalcato in modo umanamente più elegante anche se gigionesco dal Gran Maestro. Indubbiamente, tra tutte le trilogie presenti all’interno del progetto Avengers, quella dedicata a Thor è la più affascinante e riuscita, mentre narrativamente ed emotivamente più potente resta sicuramente quella dedicata a Captain America.
Avengers: Infinity War (2018). Avete presente tutti i personaggi Marvel incontrati finora? No? Facciamo un piccolo riassunto. Finora abbiamo avuto il piacere di vedere all’opera Captain America, Iron Man, Thor e suo fratello Loki, l’Incredibile Hulk, Vedova Nera, Visione, Wanda, Falcon, Spiderman, War Machine (o Iron Patriot), Doctor Strange, Black Panther con la sorella Shuri e la fedele Okoye, The Winter Soldier e tutta la truppa dei Guardiani della Galassia composta da Star Lord, Gomora, Drex, Groot, Rocket Raccoon, Nebula e Mantis. All’appello mancano soltanto, per esigenze di copione, Occhio di Falco e Ant-Man, ma il risultato raggiunto sa di straordinario. Basta contare il numero di personaggi sopra elencati (ben 23!) per comprendere quanto Avengers: Infinity War sia stato complesso da realizzare e gestire. Non parlando del budget stanziato per un cast di attori stellare che comprende tutti gli artisti incontrati finora, da Robert Downey Junior a Chris Evans, da Chris Hemsworth a Scarlett Johansson, da Mark Ruffalo a Paul Bettany e via dicendo (compresi anche i camei di altri minori, come quello dell’onnipresente Gwyneth Paltrow nei panni di Pepper Potts), la pellicola è imponente sia per la sua durata (149 minuti dove incontriamo quattro filoni narrativi distinti che poi si uniscono nel finale apocalittico per combattere il grande Thanos, interpretato da Josh Brolin) che per gli effetti speciali visivi utilizzati. Entrambi a servizio di una sceneggiatura che, tra tutte quelle scritte appositamente per le reunions dei Vendicatori, è sicuramente la più elaborata e strutturalmente difficile da gestire. In questo, un plauso va dato alla regia sicura di Anthony e Joe Russo (già veterani della saga avendo diretto il secondo e il terzo capitolo di Captain America  e il primo Ant-Man, vedi Volume 1 e box in alto) che riescono a seguire le vicende dei nostri supereroi in quattro fasi distinte: quella riguardante Iron Man, Spiderman e Doctor Strange impegnati nella difesa della Gemma del Tempo in possesso proprio di Strange, catturato e portato a bordo della nave spaziale del seguace di Thanos, Fauce d’Ebano; quella riguardante Captain America, Vedova Nera, Hulk e Falcon che cercano di proteggere la Gemma della mente incastonata nel cervello elettronico di Visione, sempre più unito all’amata Wanda; quella riguardante Thor, Rocket Raccoon e Groot (non più baby, ma con le caratteristiche inquiete tipiche di un adolescente in balia dei videogames!) impegnati sul pianeta Nidavellir (uno dei nove regni) per poter ricostruire (grazie all’aiuto dell’ultimo superstite della stirpe dei nani) un’arma forgiata con la stessa luce stellare del Mjolnir (il martello di Thor) in grado di distruggere Thanos per vendicare la morte di suo fratello Loki e lo sterminio a bordo della loro nave spaziale di tutti i superstiti asgardiani; quella riguardante Star Lord, Gomora, Drex, Mantis e Nebula, destinati sul pianeta Ovunque, sede del Collezionista (un Benicio del Toro che abbiamo incontrato spesso nelle scene dei titoli di coda dei precedenti capitoli) per difendere la Gemma della Realtà, ovvero l’Aether che, purtroppo, cade nelle mani di Thanos così come la sfortunata Gomora, la figlia tanto amata che il gigante dell’Universo non esiterà a sacrificare per impossessarsi della Gemma dell’Anima, custodita da Teschio Rosso (incontrato in Captain America: Il primo vendicatore, vedi Volume 1) sul pianeta Vormir. Quattro fasi complesse, quindi, che alla fine si riuniscono in una quinta ambientata in Wakanda, nella patria del principe T’Challa, alias Black Panther dove tutti i nostri eroi cercheranno di estrapolare la Gemma della mente da Visione, combattendo contro l’esercito di Thanos già in possesso di tutte le altre. Il finale è apocalittico e scorre in un susseguirsi di battaglie terrestri e spaziali che porteranno al sacrificio di alcuni personaggi e alla scomparsa misteriosa di altri grazie alla Gemma del Tempo manovrata dal Doctor Strange. Un finale apertissimo, quindi, che neanche la consueta scena contenuta nei titoli di coda riesce a chiarire del tutto, con una polverizzazione cosmica dei nostri protagonisti che presagisce l’uscita del capitolo finale (almeno così si dice!) della saga dedicata ai Vendicatori, cioè Avengers: End Game di prossima uscita. Che non vediamo l’ora di vedere, visto che Avengers: Infinity War ci ha trascinato in un vortice di situazioni, vicende, battaglie e scelte esistenziali importanti che hanno diritto ad avere (si spera!) un finale degno di questo nome.
Ant-Man and the Wasp (2018). Esilarante. Tre anni dopo l’uscita del primo capitolo Ant-Man (vedi box sopra), Ant-Man and the Wasp non delude le aspettative e ci riporta nelle atmosfere goliardiche, casiniste ed elettrizzanti tipiche del suo protagonista. L’Uomo Formica (che ancora una volta ha la faccia da schiaffi di Paul Rudd), stavolta, ha messo la testa a posto. Dopo aver violato la libertà vigilata per partecipare alla battaglia in Captain America: Civil War (vedi box in alto) e aver patteggiato con il governo americano tre anni di domiciliari, il nostro Scott Lang è quasi alla fine della sua condanna quando nella sua vita fanno ritorno l’amata Hope (la scoppiettante Evangeline Lilly) e suo padre Hank Pym (l’inossidabile Michael Douglas) che sono in grado di riportare indietro l’amata Janet (una bellissima Michelle Pfeiffer che il tempo non riesce proprio a scalfire) attraverso la costruzione di un tunnel in grado di mettere in comunicazione la Terra con il Regno quantico. La trovata geniale del tutto sta proprio nelle caratteristiche quantistiche della materia: la sceneggiatura, infatti, si fa notare proprio grazie a intuizioni scientifiche che rendono Ant-Man and the Wasp davvero intrigante. Il continuo rimpicciolimento/ingrandimento dei personaggi, dei luoghi, dei veicoli, addirittura dell’intero edificio contenente il tunnel suddetto, che viene conteso come fosse una pacco postale nella scena dell’inseguimento mozzafiato tra le strade di New York, affascina e conquista, così come l’ironia devastante che caratterizza il rapporto di Ant-Man con Hope, Hank e il suo scalcinato trio di amici ex detenuti dove spicca per ingegno e cialtroneria il macchiettistico Luis (sempre il divertente Michael Pena). Così come affascina e conquista il legame quantistico studiato in fase di sceneggiatura tra Scott e Janet, in grado di impossessarsi di una parte del suo cervello per comunicare con i suoi cari grazie all’incontro avvenuto alla fine del primo capitolo dove Scott riusciva a tonare indietro, portando inconsapevolmente con sé proprio il sub-inconscio di Janet. Ciò che piace di questo personaggio è il suo essere volutamente sopra le righe. Sicuramente molto simile al fumetto originale, Scott Lang rappresenta un supereroe molto atipico nella produzione marveliana, vicinissimo per carattere e ironia a un altro supereroe scavezzacollo, Spiderman. Ant-Man non ha il piglio serioso e patriottico di Captain America, il fascino e l’ingegno di Iron Man, la prestanza fisica di Thor o la rabbia di Hulk. Ant-Man è semplicemente uno di noi, abbastanza sfigato, ma buono, con un amore appassionato per la figlioletta, per la famiglia e per la bellissima Hope di cui non può fare a meno. E questo suo essere viene sapientemente coadiuvato dalla regia attenta di Peyton Reed e da una storia che si incastona perfettamente in effetti speciali da urlo. Un altro punto vincente della pellicola, inoltre, l’introduzione di un nuovo personaggio, Ghost (fantasma), interpretato dalla giovane Hanna John Kamen, alias Ava Starr che da piccola, a causa di un esperimento non riuscito di cui Hank fu responsabile, viene invasa dalle radiazioni quantiche diventando semi-materia. Una condizione che la rendono prima antagonista e poi alleata di Ant-Man, visto che l’unica in grado di riportarla a una semi-normalità è proprio Janet con i suoi nuovi poteri energetici. Aiuto che le sarà concesso grazie anche all’appoggio del mentore Bill Foster (interpretato da Laurence Fishburne), ex collega di Hank, che non l’abbandonerà nella sua dura battaglia. Nel finale trascinante, i titoli di coda ci ricollegano pienamente al precedente Avengers: Infinity War, visto che l’intera famiglia Pym sparisce nel nulla lasciando Ant-Man all’interno del Regno quantico, dove era stato spedito per raccogliere materia quantistica necessaria per la guarigione di Ava. Un finale, quindi, che presagisce gli eventi che saranno narrati in Avengers: End Game. Che speriamo spieghi a noi tutti moltissime cose.
Giorgia Amantini

TO BE CONTINUED…

 
 
 
 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...