L’Italia della porta accanto. Tutti noi L’abbiamo fatta grossa

Lo abbiamo più volte detto e lo ribadiamo. A noi Carlo Verdone piace tanto e anche se a volte, di recente, le sue pellicole sono meno forti rispetto a quelle passate, possiamo dire che ognuna contiene sempre ciò che lo contraddistingue: l’amarezza tipica della commedia all’italiana che soltanto lui riesce ancora a concepire e realizzare. Anche L’abbiamo fatta grossa, sua pellicola del 2016, rispecchia ancora una volta questa caratteristica che è fondamentale nella cinematografia del regista romano. L’intreccio è molto teatrale e vede coinvolti l’investigatore privato Arturo Merlino (Verdone), ex carabiniere spiantato, divorziato e ospite in casa della pittoresca zia Elide e l’attore teatrale in procinto di separazione Yuri Pelagatti (nei cui panni troviamo un Antonio Albanese in formissima). Motivo dell’incontro è la richiesta di Yuri di far pedinare e intercettare sua moglie Carla (la Clotilde Sabatino di Un posto al sole) per provare la sua infedeltà e farsi togliere l’assegno di mantenimento. E proprio da questa intercettazione (che per sbaglio non coinvolge l’amata consorte, ma una coppia diversa) nasce l’intrigo su cui si svilupperà tutta la trama. Arturo e Yuri entreranno in possesso, pedinando erroneamente la signora, di una valigetta con un milione di euro in contanti, appartenente a un elegante e misterioso uomo in nero (il solito grandissimo Massimo Popolizio) che soltanto alla fine svelerà la sua vera identità. Denaro che i due non spenderanno, ma che decideranno di nascondere nella tasca di un cappotto dello zio defunto di Arturo in attesa di sviluppi e riscontri sul caso, pagando però le conseguenze della decisione medesima. Verdone, si sa, è il migliore per quanto riguarda la creazione di situazioni borderline e in questa pellicola di situazioni del genere ce ne sono parecchie: la scena del teatro, dove Yuri riconosce dal palco in platea l’uomo che gli da la caccia, è concepita con una maestria comica d’altri tempi, così come la scena del centro benessere dove i due uomini, per asciugare in fretta il denaro recuperato all’interno del cappotto fradicio a causa di un imprevisto, si rifugiano in una stanza con lettino solare riuscendo a creare una gag che strappa le lacrime per il suo intelligente concepimento. Certo, la coppia Albanese-Verdone funziona e tiene alto da sola il ritmo del film, anche se tra i due chi spicca di più è sempre il regista romano che, indiscutibilmente, si mangia a suon di battute il rivale. La pellicola, quindi, è divertente e scorre veloce e il suo piglio teatrale ne valorizza la sceneggiatura che è fatta di battute non banali ed esilaranti e che mostra, come sempre, la quotidianità italiana con il solito sorriso amaro. La gag della banconota da cinquecento euro che nessun commerciante riesce a cambiare ai due malcapitati rispecchia perfettamente il momento economico che stiamo vivendo, l’onestà di fondo dei protagonisti (un po’ come quelli de La banda degli onesti di Camillo Mastrocinque con il trio Totò, Peppino De Filippo, Giacomo Furia) verrà ripagata “all’italiana” in un finale non scontato, ma amarissimo e il falso moralismo e perbenismo che impera nella società di oggi è concentrato nella figura dell’uomo elegante vestito di nero che, come sempre, si rivelerà essere un elemento di spicco della contemporaneità italiana. Un bel film, quindi, che non raggiunge i livelli passati toccati da Verdone nei suoi capolavori, ma che ha qualcosa da dire. E nell’universo cinematografico italiano, Carlo Verdone è rimasto uno dei pochi, se non addirittura l’ultimo, a voler sempre dire qualcosa. Con il sorriso e la leggerezza che lo contraddistingue e con la solita ironia amara che non lascia scampo a buonismi falsi e inopportuni.
Giorgia Amantini

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