Contagio o contaminazione? L’ironia graffiante di Come un gatto in tangenziale

Due Ciak d’oro e due Nastri d’Argento ai migliori attori protagonisti (con un altro aggiuntivo alla migliore commedia) e tre candidature per i migliori attori protagonisti e non ai David di Donatello. Anche senza questi prestigiosi riconoscimenti, Come un gatto in tangenziale, film del 2017 diretto da Riccardo Milani, è da considerarsi comunque un buon film. Oltre che buono, soprattutto intelligente, perché ha nella sua sceneggiatura un discorso sociale non banale riguardante il fenomeno della contaminazione etnica. Monica e Giovanni vivono nella stessa città, Roma, ma in due universi completamente differenti. Il primo fa parte di un team di Think Tank, pensatori che studiano i fenomeni sociologici riguardanti le periferie degradate d’Italia e ne sviluppano, di conseguenza, progetti e relazioni da presentare al Parlamento europeo per ottenere la concessione di fondi per rilanciare le periferie medesime; la seconda, invece, non è una pensatrice, ma in periferia ci vive davvero e precisamente a Bastogi, la zona più isolata e difficile di Roma, in un condominio dove vivono anche numerose altre etnie. Motivo d’incontro tra i due è l’amore adolescenziale che sboccia tra Agnese e Giulio, rispettivamente figlia di Giovanni e figlio di Monica, che a discapito dei pregiudizi sociali vivono con leggerezza la purezza del loro sentimento. E sarà proprio questa occasione a far comprendere a entrambi quanto l’estrazione sociale altolocata di Giovanni sia complementare a quella di bassa borgata di Monica e viceversa, donando un messaggio politico importante basato, sì, sulla tolleranza dello straniero, ma soprattutto sulla conoscenza della realtà quotidiana di entrambi. Parlare di progetto di rilancio delle periferie senza conoscerne le problematiche e disprezzare il mondo culturalmente più evoluto (visto come un pretesto per affondare ancora di più nel fango in cui si vive) è uno spunto di narrazione molto interessante, proprio perché Giovanni e Monica sono il  rovescio della stessa medaglia. L’amore tra i due ragazzi è soltanto un pretesto per far comprendere reciprocamente ai due quanto entrambi abbiano pregiudizi riguardo ai mondi di non appartenenza che poi, una volta uniti, rappresentano sempre la stessa realtà. Di questo film, quindi, oltre alla sceneggiatura, vanno elogiati sicuramente (e non perché premiati) Antonio Albanese e Paola Cortellesi, capaci di donare due figure tristi, malinconiche e ancorate alle proprie convinzioni che soltanto nel loro sentimento reciproco riescono finalmente a essere sé stesse. Vanno elogiati anche i due ragazzi, gli esordienti Luca Angeletti e Alice Maselli (nei panni di Giulio e Agnese) che rendono al meglio i rispettivi ruoli con semplicità e genuinità. E va elogiata pure Sonia Bergamasco, qui nei panni dell’ex moglie radical chic Luce, moderna sessantottina che di fronte al sentimento proletario della figlia rinnega in un battito di ciglia convinzioni e idealismi, tradendo in questo modo la loro vera identità. Un film corale, quindi, che ha nei due protagonisti l’input giusto per lasciarsi godere. E che ha nel cameo di Claudio Amendola (qui straordinario nel ruolo di Sergio, ex marito di Monica, parrucchiere coatto e mesciato dalla lama facile, più volte in carcere per i suoi colpi di testa) uno dei suoi tanti punti di forza, tra cui spicca anche un altro cameo illustre, quello di Franca Leosini nei panni di sé stessa, frequentatrice della tranquilla spiaggia di Capalbio, contrastante con l’ambiente rozzo e affollato di Coccio di Morto a Fiumicino. Come un gatto in tangenziale ha quindi il merito di mostrare tutti i limiti dei pregiudizi esistenti non tra italiani e stranieri, bensì tra italiani stessi, portando alla luce il fatto che la contaminazione deve prima di tutto partire dall’abbattimento delle barriere sociali e culturali esistenti all’interno della stessa etnia di appartenenza, per poi combattere e, possibilmente eliminare, quelle esistenti nei confronti altrui. E il finale della pellicola (che non sveliamo) dimostra proprio questo: che alcune storie possono durare molto di più di un gatto in tangenziale, non sempre destinato a una vita breve e infelice.
Giorgia Amantini

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