I muri non crollano. L’etica bionda di Leitch

Il vento che cambia, porterà una nuova speranza e una nuova visione dello stato delle cose e seppellirà il passato perso nelle drammatiche politiche divisioniste. Tutto ciò è concettualmente ravvisabile nel famoso brano Wind Of Change (dall’album Crazy World, 1990) che il gruppo Heavy-Metal Scorpions realizza in onore della caduta del Muro di Berlino. Non è un caso che il regista David Leitch non abbia inserito questo brano nel poderoso “vintage corale” che costituisce lo score del suo Atomica Bionda (2017). Già, perché la pellicola di Leitch ci restituisce una visione della “Berlino liberata” tutt’altro che rosea e piena di speranze. Partendo dall’omonima graphic novel di Antony Johnston e Sam Hart, il regista statunitense ne coglie l’essenza drammatica, disillusa e senza redenzione in risposta alla forsennata decerebrazione tipica della tamarragine action 2.0. Fa parlare i protagonisti e li posiziona in un gioco al massacro dove l’unica colpa della loro vita è proprio il prenderne parte. In Atomica Bionda tutto assume un senso a cominciare proprio dalla dirompente colonna sonora dove alle esecuzioni “private” di Tayler Bates si affiancano hits di culto degli anni 80. Ecco quindi che le vie notturne di Berlino Est vengono cullate dalla meravigliosa Cat People (putting Out Fire) di David Bowie, mentre i sobborghi e i Pub della Berlino Ovest si vestono di Electro Gothic con la mitica Behind the Wheel dei Depeche Mode. Tutti brani che, in un modo o in un altro, non lasciano scampo alla speranza, anzi la riducono al minimo sindacale. Ma quando il freddo calore dello score svanisce l’unico rumore che echeggia è quello del passo deciso in tacchi a spillo di  Lorraine Broughton, al secolo Charlize Theron, spia dell’ MI6 dalla bellezza disarmante ma dall’ambiguo passato, la quale non disdegna la natura violenta del suo lavoro a cui trova rimedio con continui bagni nel ghiaccio, quel tanto che basta a non accusare dolore durante i feroci combattimenti che è costretta a interpretare nelle sue missioni. Lorraine si aggira in una Berlino che alterna squarci di luce a quadri plumbei (grande il lavoro sulla fotografia curato da Jonathan Sela) i quali diventano piccole introduzioni ai capitoli di cui si compone il ferreo rapporto che essa sta redigendo ai suoi superiori (tra cui ritroviamo il sempre immenso John Goodman nel ruolo del dirigente F.B.I. Emmett Kurzfeld) durante l’incipit del film. La pellicola, infatti, avanza su una narrazione in parte devoluta a flashback e in parte a rivelazioni diluite in spin off di contesto in grado di chiudere il cerchio e quadrare la visione. Il montaggio eseguito da Elísabet Ronaldsdóttir è forsennato ed entra in perfetta simbiosi con il ritmo musicale che lo accompagna quasi a non lasciare spazio a vuoti ritmici. Inquadrature e primi piani si mescolano in un caleidoscopio di ralenty e velocizzazioni che però non arrivano mai all’effetto frastornante e quindi non intaccando mai la comprensione della storia. Tra i coprotagonisti ritroviamo il bravissimo  James McAvoy che dopo la superba interpretazione di Kevin “L’Orda” Wendell Crumbin in Split (2016) di  M. Night Shyamalan, ci restituisce un altro personaggio complesso e atipico come l’agente segreto David Percival. L’uomo, professionalmente doppiogiochista e d’indole nichilista rappresenta per Lorraine l’anello di congiunzione tra due mondi, quello berlinese e quello britannico, i quali nonostante l’abisso sociale che li divide vengono accomunati dagli stessi intenti. Il recupero di una famigerata lista di spie e di segreti di stato nascosta in un orologio da polso, diventa il leitmotiv di una rincorsa alla cancellazione della faccia sporca dell’essere in risposta alle convinzioni che nel Muro di Berlino avevano finora trovato la loro culla. Il monologo finale di Percival, ormai morente, sull’essenza del proprio ruolo nel mondo è un Mea Culpa personale e nello stesso tempo un De Profundis collettivo in cui a disturbare non sono tanto le considerazioni dell’inutilità di se stessi, ma piuttosto la lucida presa di coscienza del fatto che sì, crollano i muri, ma quello vero, quello che ci divide psicologicamente rimane sempre in piedi evidenziando costantemente la stupidità del credere nel cambiamento e consolidando sempre più la necessità umana della menzogna come spina dorsale di una vita al limite di se stessa. Tutto intorno ruota una girandola di anime perdute in un’istantanea sociale (splendida la ricostruzione d’epoca operata da David Scheunemann) cronologicamente tanto lontana quanto drammaticamente contemporanea, quasi a materializzare le parole di Percival. Ma la storia deve andare avanti e se non si può cambiarla, allora tanto meglio arrendersi e sopravvivere come sceglie Lorraine che nell’ultima mezz’ora dà vita a una folle miscela di violenza e azione come non se ne vedevano dai tempi d’oro di Donner. Ogni respiro sembra essere esalato per l’ultima volta e i corpi diventano mappe geografiche del dolore. Ogni oggetto, chiavi, scale o porte, diventa un modus operandi di annientamento dell’altro in un perverso gioco al massacro (visivamente dolorosissime alcune scene di pestaggio). E se neanche centinaia di ombrelli neri aperti servono a ripararsi da piogge di proiettili, ecco che allora il tradimento avanza inesorabile sotto di essi, senza lasciare in piedi nessuno e mettendo in discussione anche le proprie identità (di spessore la riflessione sul rapporto amoroso tra la protagonista e la neo-spia Delphine Lasalle, interpretata da Sofia Boutella sempre in bilico tra verità e menzogna professionale). Lorraine tornerà viva a casa, una casa scellerata eretta sull’ambiguità della propria identità in un finale pirotecnico che rivelerà un’amara verità. E mentre l’ombra cupa dell’anima si spegne sulle strade del ritorno, i passi si perdono negli echi lontani di una malinconica e profetica London Calling eseguita da The Clash quasi a identificare che la strada verso casa è lastricata di dolorose rinunce e consapevoli perdite che tutti, prima o poi, siamo costretti a fronteggiare in cambio di una personale sopravvivenza.
Alessandro Amantini

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