Il crollo del sogno americano: Scappa – Get Out

Il discorso sociale affrontato in Scappa – Get Out, film del 2017 diretto da Jordan Peele (che ha vinto anche il premio Oscar 2018 per la migliore sceneggiatura), possiede un’originalità e una forza narrativa che soltanto i film indipendenti possono avere, grazie alla volontà dei registi e degli sceneggiatori dei medesimi di voler raccontare in maniera diversa e innovativa, con un profondo impatto emotivo, aspetti della cultura americana radicati nelle sue travagliate origini. L’idea di mostrare la società americana (quelle bianca, borghese e all’apparenza politically correct) come un nugolo di schiavisti ancorati a un esperimento scientifico degli Anni Sessanta nei confronti degli afro-americani (razza da sempre considerata inferiore, ma ora necessaria per la riuscita del folle e grottesco piano) sotto un punto di vista noir che ricorda un po’, come affermato dal regista stesso, La notte dei morti viventi di George A. Romero del 1968 è davvero geniale. Geniale nella resa scenica, dove la storia viene narrata in un clima di tensione crescente che fa presagire sin da subito chi sono i colpevoli senza, però, scadere nella banalità grazie a un montaggio pulito, asciutto e privo di sottofondo musicale, per dare ancora più incisione al pathos e all’angoscia generata dalla storia, geniale anch’essa. Raccontando le vicende del giovane fotografo di colore Chris Washington (è proprio un caso che un nero abbia il cognome del fondatore nonché primo presidente degli Stati Uniti?), interpretato dall’intenso Daniel Kaluuya, invitato dalla fidanzata Rose Armitage (l’ottima esordiente Allison Williams) a trascorrere un week end insieme per presentarlo ufficialmente ai suoi e che, dopo varie vicissitudini, si rende conto di essere l’ennesimo trofeo d’asta di un gruppo elitario di bianchi necessitante del suo fisico e della sua mente per poterlo rendere schiavo e manovrarlo come un automa dopo il lavaggio del cervello subito a causa dell’ipnosi perpetrata su di lui dalla psichiatra capofamiglia Missy Armitage (la grande Catherine Keener, sempre perfetta in ruoli estremi e drammatici), la sceneggiatura (ribadiamo, premiata con l’Oscar) si snoda veloce e intensa sulla presa di coscienza del ragazzo, sul precipitare degli eventi e su un finale thriller/horror che non lascia spazio a redenzione alcuna. Ed è geniale anche il mostrare un esperimento scientifico post secondo conflitto mondiale (da cui, però, riprende i principi cardini della filosofia nazista quali la superiorità della razza, lo scarto di quella più debole e inutile, nonché la prospettiva di uomini perfetti mossi dall’intelletto e dalla fisicità della razza eletta) in chiave sociale, ribadendo la necessità della diversità dei popoli come elemento basilare di ogni società. Il fatto che siano le persone di colore le prescelte a colmare, attraverso le loro doti cognitive e fisiche, le mancanze di quelle bianche (per di più americane) è un messaggio chiaro alle politiche razziali di chiusura operate dall’attuale amministrazione americana. Sono le persone di colore, quindi, la base portante di una civiltà che è nata sullo sfruttamento, sulla violenza e sulla schiavitù delle medesime e che, dalle proprie origini, deve necessariamente trarre forza e nutrimento per potersi evolvere e completare. Un plauso doveroso, quindi, va ancora una volta alla sceneggiatura curata del regista stesso che ha avuto il coraggio di mostrare, attraverso uno sguardo diverso e originale, il suo punto di vista. Proprio come Romero fece con il capolavoro suddetto in quel 1968 che portò, sì, una rivoluzione globale in termini di diritti civili e politici, ma che ancora oggi, complici l’ottusità e l’ignoranza imperante negli attuali governatori internazionali coadiuvati anche da una tecnologia inebetente e incontrollata, non ha prodotto l’evoluzione intellettuale sperata. E che speriamo, prima o poi, trovi il meritato riscontro.
Giorgia Amantini

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