Eroi contro: la filosofia marveliana degli Avengers

Parlare del progetto cinematografico degli Avengers curato dalla Marvel Cinematic Universe significa omaggiare prima di tutto chi ha reso possibile tutto ciò, inventando uno stile narrativo visionario, anticonformista e avanguardistico: il grande Stan Lee che ci ha lasciato il 12 Novembre 2018 alla veneranda età di 96 anni dopo averci donato una collezione di supereroi senza i quali non saremmo diventati quello che siamo. Sì, perché la filosofia di Lee è sempre stata quella di mostrare dei superuomini nel loro aspetto non soltanto super, ma soprattutto umano. Senza ombra di dubbio, personaggi come Spider Man, L’incredibile Hulk, Iron Man, Thor e Magneto, la sua creatura più riuscita appartenente al mondo tormentato e drammatico degli X-Men, sono stati creati pensando all’evoluzione/involuzione che il mondo subiva a partire dal secondo dopoguerra dove il terrore che un secondo olocausto atomico si potesse riproporre ha agitato positivamente la mente di questo genio creativo (e, insieme a lui, anche quella di molti altri) che ha sfornato personaggi in grado di lottare e proteggere il genere umano, facendone essi stessi parte con le loro fragilità. Tutti (a parte qualche eccezione come il mitologico Thor, legato alle leggende nordiche) sono diventati supereroi loro malgrado a causa di esperimenti genetici, fughe radioattive, studi scientifici del genoma umano, incidenti di percorso. Concepire, quindi, un progetto cinematografico basato sulle graphic novel della Marvel che ad oggi conta venti pellicole (con altre quattro sicure in fase di produzione) ha qualcosa di straordinario che soltanto le moderne tecnologie potevano rendere al meglio per mostrarle nella loro imponenza e magnificenza. In passato, vari omaggi sono stati resi ai personaggi sopra accennati, ma i film finora realizzati non hanno eguali per impiego di effetti speciali e visivi e di budget miliardari che producono, come effetto dolby, incassi altrettanto miliardari in tutto il mondo. Il tutto, condito anche dalla bravura e dall’ironia degli interpreti che, di volta in volta, si sono calati perfettamente nel proprio personaggio, evidenziandosi tic, nevrosi, fobie, angosce, timori, avvicinandoli ancora di più al nostro modo di essere e di sopravvivere. La saga degli Avengers, dei Vendicatori quindi, colpisce proprio per questo aspetto, così come colpivano al cuore le storie narrative contenute nei fumetti, veri capolavori che a partire dagli Anni Cinquanta hanno accompagnato la storia americana e internazionale con il loro stile post-atomico e gigionesco, facendoci comunque riflettere sulla cattiveria e la cupidigia del genere umano. Venti film, dicevamo (più altri che arriveranno nei prossimi mesi), che raccontano l’universo Marvel attraverso un ordine di uscita che stravolge quello cronologico. Questo primo volume dedicato ai primi dieci film della saga nasce proprio per colmare questa lacuna narrativa, raccogliendo al suo interno una prima antologia cinematografica da vedere secondo l’ordine indicato, per destreggiarsi meglio nel filone narrativo che sarà importante ritrovare quando i nostri eroi si riuniranno in vari capitoli per combattere insieme il male. Da non perdere assolutamente all’interno delle pellicole, poi, gli esilaranti cameo del compianto Stan Lee e le piccole pillole inserite nei titoli di coda che, obbligatoriamente, dovrete gustare fino all’ultimo imperdibile secondo.
Captain America – Il primo vendicatore (2011). Il capostipite (a livello di cronologia storica e non di uscita nelle sale delle pellicole) della saga dedicata agli Avengers targati Marvel Comics è l’eroe più amato e significativo dell’intero universo fumettistico americano. Captain America – Il primo vendicatore rappresenta, infatti (come nella maggior parte dei supereroi) il simbolo per eccellenza della potenza e della propaganda americana del 1941, anno della sua nascita artistica marveliana per mano di Joe Simon e Jack Kirby che diedero ai cittadini degli Stati Uniti una speranza a cui aggrapparsi per sconfiggere il regime nazista che all’epoca imperava in Europa minacciando il resto del mondo. E proprio gli elementi storici (l’esercito di Hitler, la sua ossessione per l’occulto e l’esoterismo che pervade anche i suoi più stretti seguaci) sono parte integrante della pellicola dove il perfido capo dell’HYDRA Schmidt (interpretato dal magnifico Hugo Weaving, già ammirato in pellicole di culto come quelle delle trilogie di Matrix e de Il signore degli anelli), che si scoprirà essere il perfido Teschio Rosso, entra in possesso del Tesseract, un antico manufatto nordico in grado di sprigionare energia e potere tali da annientare il mondo intero. E qui entra in gioco lo smilzo e insulso Steve Rogers (un Chris Evans, ex I Fantastici 4, reso nella prima parte del film magrissimo dalle moderne tecnologie digitali), ripetutamente rifiutato dai reclutamenti dei volontari per il fronte, che riesce ad essere ammesso alla fine grazie all’interessamento del dottor Erskine (il sempre grandioso Stanley Tucci, qui in una prova breve ma degna di nota) che, sperimentando un potentissimo siero, lo trasforma in un super soldato dotato di forza sovra umana. Ed ecco che Rogers diventa per tutti Captain America dopo aver compiuto i primi atti eroici, trasformandosi da fenomeno da baraccone in costume bianco, rosso e blu in un vero soldato in grado di combattere e vincere sul campo di battaglia, agli ordini del Colonnello Phillips (un Tommy Lee Jones sornione e guascone che ci piace da morire con il suo sarcasmo perfettamente integrato nel senso leggero della pellicola) e supportato dall’amore della bellissima agente Peggy Carter (la bravissima Hayley Atwell). Captain America – Il primo vendicatore, quindi, è un film di puro intrattenimento, ma come sempre succede per le saghe tratte dai fumetti (vedi, ad esempio, la trilogia originale degli X – Men) riesce a coinvolgere lo spettatore grazie alla psicologia degli eroi protagonisti. Il ragazzino innamorato della propria ideologia di pace e giustizia non a caso viene scelto dal Dottor Erskine per guidare l’esercito americano contro quello nazista, simbolo di una nazione ferita dall’attacco di Pearl Harbour che, entrando in guerra, ha sete di vendetta per l’affronto subito. I vendicatori, quindi, sono pronti a sacrificare la propria vita in nome del proprio paese e a vendicare, appunto, solo a prima vista la morte dei propri amici e soldati, diventando il simbolo, lo ripetiamo, di una concezione democratica basata purtroppo sulla necessità della vendetta medesima. Però Captain America è un eroe positivo ed è inserito in un contesto fumettistico d’impatto che unisce perfettamente verità storica con finzione futuristica. Ed ecco che nel film si cominciano a intravedere i futuri personaggi Marvel che caratterizzeranno il proseguo (sempre nel filone logico-narrativo e non cronologico di uscita nelle sale) della saga. Un certo Howard Stark vi dice qualcosa? No? Allora quando conoscerete il nome da supereroe del figlio tutto il vostro mondo cambierà e sarete pronti a immergervi nel secondo (in realtà primo!!!) film della saga che risponde al nome di Iron Man (vedi articolo successivo). Resta da dire, comunque, che Captain America – Il primo vendicatore, nonostante le moderne tecnologie digitali, non risente troppo delle medesime e il contesto storico (il 1942) viene integrato con esse in un modo non troppo destabilizzante. Da segnalare, infine, per i veri cultori di cinema, una citazione d’autore nell’inseguimento nella foresta delle truppe americane di quelle tedesche, un richiamo (non sappiamo quanto non voluto dal regista Joe Johnston) della scena madre di Star Wars – Il ritorno dello Jedi che ci fa sorridere e nello stesso tempo inorgoglire, perché citare George Lucas (anche se il regista ufficiale della pellicola è Richard Marquand) non è mai banale, ma solo doveroso se si è amanti del genere. Film godibile e scorrevole nei suoi quasi 120 minuti, quindi, con un finale aperto che riporta il nostro eroe nel 2012 a contatto con una realtà interrotta settanta anni prima e che comporterà, poi, i risvolti previsti nelle pellicole successive riguardanti il nostro grande eroe stellato.
Iron Man (2008). Un regista esplosivo come Jon Favreau, un protagonista eccezionalmente goliardico come Robert Downey Junior e un antagonista cattivissimo interpretato magistralmente da Jeff Bridges. Basta questo terzetto d’archi a orchestrare un meccanismo perfetto che risponde al nome di Iron Man, prima pellicola della saga dei vendicatori, cronologicamente successiva alle imprese di Captain America – Il primo vendicatore (vedi articolo precedente). E la storia del mitico Tony Stark (che riprende sessant’anni dopo le gesta e le vicende di Howard Stark) è nota a tutti, solo che il guizzo di sceneggiatura sta nell’attualizzarlo alla moderna situazione terroristica in Afghanistan ponendo l’attenzione sulle controverse politiche statunitensi nel campo del traffico delle armi. Non a caso la pellicola è datata 2008, un anno storico per gli Usa, dove viene eletto per la prima volta un presidente afro-americano che farà della lotta alle lobby delle armi il punto di forza della sua legislatura. E non a caso Tony Stark, leader delle Stark Industries, vola in territorio afghano per vendere all’esercito americano il missile più potente da lui creato, il Jericho, che però è anche nelle mire dei nemici. Nemici che gli tendono un agguato dal quale il nostro eroe (non ancora super) viene salvato dal compagno di cella Yinsen (che gli installa un elettromagnete a batteria al centro del petto in grado di tenerlo in vita) e viene costretto dai suoi rapitori a realizzare per loro il missile medesimo. Ma il nostro Stark non realizza quanto richiesto, bensì un’armatura in grado di renderlo potente grazie all’invenzione del Reattore Arc a base di palladio, in grado di potenziare l’elettromagnete stesso. E qui comincia il bello perché Iron Man è un concentrato di esplosioni e di combattimenti che si alternano alla nuova vita del protagonista che, tornato in patria, si redime e cerca (riuscendoci) di ricreare la medesima armatura per tutelare le popolazioni mondiali, non per ucciderle sulla base della controversa democrazia a stelle e strisce. E in questo viene supportato dalla dolce, ma determinata, assistente Pepper Pots (una Gwyneth Paltrow completamente a suo agio in una parte leggera e ammiccante) e dal colonnello Rodhes (Terrence Howard, qui ottima spalla di Downey), ma non dal collega Stane (Jeff Bridges) che, pur di mantenere gli affari loschi della società, non esita a costruire anch’egli la stessa armatura per contrastare lo spirito di vendetta del proprio superiore diventando il suo primo antagonista, Iron Monger. Tutto questo scorre ovviamente in centoventisei minuti che passano in fretta, senza tempi morti, in puro stile Marvel Studios  che riesce a trasformare il sogno dei lettori dei fumetti  di veder trasposto sul grande schermo il proprio supereroe preferito in realtà. Gli effetti speciali, come per Captain America – Il primo vendicatore, sono abbondanti però non stonano, anzi. Colpiscono per la loro perfezione. Parlando di dieci anni fa sa di avanguardistico la concezione digitale e tecnologica dell’impianto dell’armatura su Stark, dei suoi tentativi goffi di collaudare i congegni, dei suoi voli icariani lungo il globo per sfidare l’universo. Ma Iron Man non è solo intrattenimento, ma anche, come detto prima, denuncia sociale. Ci piace di più di Captain America – Il primo vendicatore, perché ha una struttura più fumettistica. A volte, nel montaggio, i cambi di scena sono sottolineati dai classici volta pagina, come se fossimo davvero in una striscia fumettistica da leggere e gustare. Così come funziona tutto l’impianto narrativo costruito attorno al protagonista: il suo lato da don Giovanni, la sua ricchezza affascinante, il suo avere un debole (ricambiato) per la bellissima e insostituibile Pepper, la sua ironia pungente e goliardica, il suo fedele e affezionato assistente meccanico e tutti altri piccoli espedienti che valgono il prezzo del biglietto. Come il finale, che ci traghetta incuriosendoci verso il secondo capitolo della trilogia (in realtà terzo della saga) Iron Man 2. Che avrà di nuovo la faccia da schiaffi impagabile del grande Downey Junior.
Iron Man 2 (2010). Azione sfrenata, introspezione all’acqua di rose e tanto, tanto rumore. Sono questi gli elementi vincenti di Iron Man 2, secondo capitolo della trilogia dedicata all’uomo d’acciaio, ma terzo della saga iniziata con Captain America – Il primo vendicatore e proseguita, appunto, con il primo  Iron Man. A tutto questo unite un Robert Downey Junior sempre più irresistibile, la regia sempre più adrenalinica di Jon Favreau e un Mickey Rourke che stentiamo a riconoscere sotto i tratti devastati dalla chirurgia plastica nei panni del perfido antagonista Ivan Vanko. E il gioco è fatto. Il film decolla con una partenza drammatica che introduce proprio il personaggio di Rourke, un fisico in cerca di vendetta nei confronti di Tony Stark a causa della politica militare di del padre nell’ex Unione Sovietica. Ma a legare questi due personaggi è anche il perfezionamento del famoso Reattore Arc, ora vero protagonista della storia. Protagonista in Tony Stark, alla ricerca di un potenziamento del medesimo a causa delle problematiche fisiche legate all’utilizzo del palladio nel suo cuore artificiale (che troverà risoluzione proprio grazie alle invenzioni di Edward Stark padre); protagonista in Ivan Vanko, che lo utilizza per creare una macchina in grado di fronteggiare il nostro eroe; protagonista in Justin Hammer (un Sam Rockwell debordante nei panni del perfido e ambiguo venditore di armi omonimo, antagonista proprio di Stark), che vuole creare un esercito di pseudo Iron Man per portare ancora più in alto la potenza militare statunitense, anche stavolta rappresentata dal fido colonnello Rhodes (un Don Chadle perfettamente a suo agio nel sostituire il suo predecessore, Terrence Howard). Ma Iron Man 2 non è soltanto azione, introspezione all’acqua di rose e rumore. Per fortuna, è anche ironia. Trascinante, simil british, irresistibile, soprattutto nei duetti tra Stark e la fedele assistente Pepper Potts (una Gwyneth Paltrow che ci piace sempre di più con la sua aria svagata e scanzonata), con battibecchi e scambi di battute veloci e d’alta scuola che esaltano soprattutto i doppiatori italiani e portano all’inevitabile dichiarazione d’amore finale. Ma Iron Man 2 introduce anche altri due personaggi che avranno un ruolo importante nell’intera saga: la misteriosa esperta di arti marziali Natasha Romanoff, alias Natalie Rushman, agente segreto dello S.H.I.E.L.D. e il suo capo Nick Fury, interpretati rispettivamente da una Scarlett Johansson esplosiva e un Samuel L. Jackson che valgono il prezzo del biglietto. Prime avvisaglie della fondazione del progetto Avenger che si erano già viste nel finale di Captain America – Il primo vendicatore e che porteranno, poi, al proseguo della storia creando l’esercito Marvel più venerato del mondo fumettistico. Ciò che ci piace di questa pellicola, oltre al puro divertimento e all’intrattenimento che sono la base di ogni singolo film della saga, è il suo prendersi in giro. Molte scene, infatti, tendono a ridicolizzare la figura del supereroe mostrandolo proprio per ciò che è: un essere umano come tutti gli altri, in preda a crisi esistenziali tipiche di tutti noi comuni mortali (Iron Man ubriaco alla festa che se la fa nel costume e lo scambio di vedute tra lo stesso Stark e Nick Fury all’interno di una ciambelleria americana rendono perfettamente il messaggio che stiamo dando!). Un capitolo che non annoia, più casinista del precedente, ma sicuramente più efficace che non fa rimpiangere di aver pagato il biglietto. Non è cinema d’autore, certo, ma scorre veloce e diverte. In puro stile marveliano. Che ci piace tanto.
L’incredibile Hulk (2008). Diciamocela tutta. A noi, questa versione de L’incredibile Hulk targata Louis Leterrier (regista anche del fortunatissimo remake Scontro tra titani del 2010) non ci dispiace affatto. Secondo capitolo della saga dedicata agli Avengers, ma cronologicamente collocato dopo i fatti accaduti in Captain America – Il primo vendicatore e i due Iron Man, nel 2008 non venne molto apprezzato dai cultori del fumetto perché ritenuto troppo politico e non conforme all’universo Marvel. Politico, perché il nostro caro Bruce Banner (un Edward Norton in parte, nonostante le critiche ricevute per la sua caratterizzazione un po’ più blanda rispetto al personaggio delineato nel fumetto e nelle varie serie televisive, tra cui quella mitica degli Anni Ottanta con Lou Ferrigno, qui presente in un piccolo cameo come Robert Downey Junior nei panni di Tony Stark nel finale), dopo aver sperimentato su sé stesso gli effetti della sua ricerca modificando geneticamente il proprio essere e mettendo in pericolo l’amata Betty Ross (una Liv Tyler simpatica e intensa, sicuramente molto più valorizzata che in altre sue uscite cinematografiche), si rifugia allontanandosi dal perfido generale Ross (interpretato da un William Hurt perfettamente a suo agio in questo ruolo grazie alle sue mostruose capacità recitative) nelle zone più affamate del Sudamerica. Lo incontriamo, infatti, prima in Brasile e poi in Messico, da dove riuscirà a rientrare negli Usa con la speranza di poter guarire dalla sua doppia identità. E in questo molti ci hanno visto un duro attacco all’amministrazione americana pre-Obama, colpevole di politiche di sfruttamento e di chiusura verso i due paesi suddetti. Il buon Bruce cerca e trova momentaneamente la calma necessaria a non far uscire la rabbia esplosiva del suo Hulk interiore proprio in quei paesi, volendo sottolineare il discorso sociale sopra accennato nei confronti di un paese contraddittorio e controverso come gli Usa. Ma torniamo alla pellicola e alla presunta sua non conformità, che ritroviamo soltanto nel fatto che Bruce non viene investito dai raggi gamma nel tentativo di salvare l’amico Rick Jones come nel fumetto, ma ne sposa il filone narrativo riguardante l’auto sperimentazione. Quindi, in entrambi i punti di vista, il film secondo chi scrive non è né politico né poco conforme, riuscendo invece a fornire scene d’azione adrenaliniche e ben congegnate. Un plauso va soprattutto ai titoli di testa dove, in pochi minuti dove scorrono i credits, viene riassunta tutta la storia di Bruce attraverso flashback montati ad arte, che ci portano subito nel nuovo universo del personaggio. Oltre a elogiare Edward Norton, Liv Tyler e William Hurt, elogiamo anche il solito, inimitabile e maledettamente bravo Tim Roth, qui nei panni del soldato Emil Blonsky, che accetta di sottoporsi a una sperimentazione che, causa ulteriori complicazioni, lo trasformerà nell’alter ego cattivo di Hulk, nonché suo nemico storico Abominio. E anche qui la pellicola riesce, grazie a una sceneggiatura curata ed efficace, a delineare perfettamente la psicologia dei vari personaggi: Bruce cerca in tutti i modi di disfarsi del potere che lo condanna a una non vita impedendogli persino di amare Betty, Ross cerca attraverso l’esaltazione di servire il proprio paese senza comprendere la deriva verso cui lo sta portando insistendo su manipolazioni genetiche e idee di super soldati subumani e Blonsky da sfogo alla propria rabbia sociale, alla frustrazione di una vita fatta solo di combattimenti e uccisioni, desiderando diventare ciò che la società vuole che egli sia: un mostro. E in tutto questo ritorna sempre la filosofia Marvel di base nel ribadire, ancora una volta, che i mostri non nascono tali, ma prendono corpo soltanto per la stupidità e l’incoscienza umana. Non è un caso che la rabbia di Hulk si plachi a contatto con Betty, proprio come nella favola de La Bella e la Bestia o nell’osannata (giustamente) creazione di King Kong, dove il sentimento che muove il mondo e salva vite è sempre lo stesso: l’amore. Che nemmeno le radiazioni possono sopire.
Thor (2008). Dio benedica Kenneth Branagh. In questo caso, sarebbe più opportuno dire Odino, visto che il grandissimo regista e attore britannico rende omaggio in un genere che non gli appartiene, il fantastico, alla mitologia nordica maneggiando autorevolmente la storia affascinante e bellissima di Thor, che prima di essere un personaggio fumettistico creato dalla Marvel è proprio uno dei maggiori esponenti della mitologia suddetta. E quando si tratta di mostrare imponenza e magniloquenza, Branagh non ha eguali. Rimasto nella storia per aver interpretato e diretto una versione cinematografica di 242 minuti dell’Amleto shakespeariano, Hamlet appunto (di cui più diffuse sono, purtroppo, la versione ridotta di 150 minuti e quella televisiva di 125, assolutamente da trascurare), Branagh ci riconduce ai stessi fasti e alla stessa grandezza della sua opera omnia grazie ad effetti speciali visivi di altissimo livello. Mentre Hamlet era imponente nella sua resa scenografica e recitativa (impressionante la fedeltà al testo originale, con una sceneggiatura curata da Branagh stesso che stupisce per perfezione ed emotività), Thor ovviamente colpisce per le sue ambientazioni fantastiche e per il fascino emanato dalle caratteristiche dei personaggi mitologici che incontriamo. Bandito dal Regno di Asgard di cui è erede e futuro sovrano dal padre Odino (interpretato da Sir Anthony Hopkins, attore feticcio di Branagh nonché solita gioia recitativa per i nostri occhi e orecchi) per essersi ribellato alle sue volontà invadendo Jothuneim, il regno dei Giganti di Ghiaccio, il nostro eroe (cui presta anima e soprattutto corpo l’enorme Chris Hemsworth con un’interpretazione folle e spaccona, in puro stile Marvel) viene scagliato insieme al suo martello magico Mjolnir (da cui viene separato) sul nostro pianeta, uno dei nove facenti parte del cosmo di Odino e con il quale si riesce a comunicare e viaggiare attraverso il Bilfrost, un potente teletrasporto governato dal guardiano di Asgard, Heimdall (nei cui panni si cala perfettamente l’attore afro-americano Idris Elba). E sulla Terra, Thor sarà aiutato a riconquistare il proprio vessillo e a tornare ad Asgard per salvarlo dalle perfide mani del fratellastro Loki (l’esordiente Tom Hiddleston, qui in una interpretazione intensa cui rende merito) da un gruppo di ricercatori capitanato dalla bella e imbranata Jane Foster, una Natalie Portman sempre più a suo agio in produzione del genere dopo la sua partecipazione alla seconda trilogia di Star Wars nei panni della bella Amidala. E qui arriva la maestria di Branagh che riesce a trasformare un giocattolone rumoroso in una quasi tragedia shakespeariana. Intendiamoci, Thor è divertente e spaccone al punto giusto, gli ingredienti Marvel sono sapientemente confezionati e amalgamati (soprattutto nelle scene in cui i fedeli amici di Thor sbarcano sulla Terra per riportarlo indietro, confrontandosi con la nostra razza con conseguenze facilmente prevedibili) e anche la cronologia con la precedente pellicola ci porta a intuire ciò che potrebbe accadere in futuro. Ma ciò che lo rende in un certo senso più d’autore rispetto agli altri è proprio lo scontro generazionale mostrato nel rapporto tra Odino e i suoi figli, legittimo il primo, adottivo il secondo, portando alla luce sentimenti contrastanti che porteranno Thor, dopo la sua esperienza terrestre, a diventare degno erede al trono, e Loki a perdersi nell’universo celeste, divorato dalla propria ambizione. E tutto questo viene incastonato perfettamente tra inseguimenti mozzafiato, combattimenti super visionari, ironia british tipica del regista e tantissima adrenalina. Da sottolineare, nel tutto, anche il ritorno sul grande schermo di Renee Russo nei panni della regina Frigga, una graditissima partecipazione di un’attrice troppo spesso sottovalutata e che ricordiamo soprattutto per la dirompente e scatenata Lorna Cole di Arma Letale capitoli 3 e 4. Un intrattenimento d’autore, quindi, che diverte e affascina, in puro stile Branagh che non delude mai le aspettative del pubblico.
The Avengers (2012). Iron Man, Thor, l’Incredibile Hulk, Vedova Nera, Captain America e la new entry Occhio di Falco (interpretato da Jeremy Renner), coadiuvati da Nick Fury e dalla sua agenzia S.H.I.E.L.D per sconfiggere il perfido e vanitoso Loki tornato da Asgard per governare la Terra grazie al suo esercito di Chitauri e al ritrovamento del Tesseract che i nostri eroi, tutti insieme per la prima volta, devono invece proteggere. Signori e signore, vi abbiamo appena raccontato The Avengers, primo film collettivo dei Vendicatori datato 2012 che riunisce tutti i personaggi finora cronologicamente incontrati, sapientemente e freneticamente diretti da Joss Whedon (conosciuto soprattutto nell’ambiente televisivo per aver creato il fenomeno di Buffy l’ammazzavampiri), che ci trascina in 142 minuti di adrenalina e divertimento. Fa effetto vedere tutti i supereroi Marvel insieme, soprattutto perché gli attori sono un concentrato di ironia e bravura che crea un amalgama spettacolare. Chris Hemsworth (Thor) e Tom Hiddleston (il fratello Loki) danno vita a combattimenti fratricidi dal forte impatto visivo, mentre Scarlett Johansson (Natasha Romanoff, alias Vedova Nera) è perfetta e affascinante nel suo ruolo di spia, coadiuvata dal collega Jeremy Renner (Clint Barton, alias Occhio di Falco), prima reso nemico da Loki poi di nuovo collaboratore, col quale forma una macchina da guerra inarrestabile. Ma è il trio Robert Downey Junior (Tony Stark, alias Iron Man), Chris Evans (Steve Rogers, alias Captain America) e l’altra new entry Mark Ruffalo (Bruce Banner, alias l’Incredibile Hulk, che non fa rimpiangere certamente Edward Norton, non pervenuto in questa produzione forse per problematiche contrattuali) a fare faville. I battibecchi tra i tre sono da prima pagina: il british humor di Stark è devastante di fronte alla rigidità e al patriottismo esemplare del capitano Rogers e la calma apparente di Banner si inserisce perfettamente in questi meccanismi, stravolgendoli nel momento in cui fa emergere il proprio alter ego. E a capo di tutto, non poteva mancare un direttore d’orchestra come Samuel L. Jackson nei panni di Nick Fury a rendere perfetto un sincronismo che non fa acqua da nessuna parte. La pellicola, infatti, è un concentrato di effetti speciali visivi imponenti, ma è anche una grande prova tecnica nel saper ricostruire, attraverso flashback e piccoli riferimenti, tutte le vicende che hanno portato i vendicatori a incontrarsi e combattere insieme contro un nemico comune. L’abilità degli sceneggiatori, infatti, è quella di non lasciare nulla di scontato nello spettatore il quale, anche se non avesse visto i film precedenti o li avesse visti in ordine cronologico o meno, saprebbe comunque raccapezzarsi nelle singole storie rappresentate. Ed ecco che in due scene riappare Pepper Pots (Gwineth Paltrow), collaboratrice e amante di Stark, per non far dimenticare il legame che li unisce nella trilogia originale di Iron Man, mentre in un frame sul pc viene mostrato il profilo di Jane Foster (Natalie Portman), arruolata e protetta dal governo dopo le vicende accadute nel primo film della futura trilogia dedicata al suo innamorato Thor. Battute esilaranti, introspezione all’acqua di rose, adrenalina che scorre a fiumi e drammi esistenziali che spariscono al primo scudo lanciato, volo incrociato e ruggito inumano, oppure alla prima frecciata letale e arte marziale acrobatica: tutto queste è The Avengers e ne consigliamo vivamente la visione a un pubblico baby, adolescente, adulto, anziano e ultra centenario, perché la potenza di questo giocattolone rumoroso sta proprio nell’autocelebrazione (come sempre in queste produzioni) del mito americano, fatto di idealismo ed esaltazione. Della serie, siamo forti, siamo belli, siamo intelligenti e salveremo il mondo: perché loro, nei supereroi, ci hanno sempre creduto e ci credono ancora. Noi un po’meno, ma di fronte a blockbuster come questi viene davvero in mente di iniziare a farlo. Soprattutto perché ci svuotano la testa e ci portano nel magico universo Marvel, facendoci tornare una nostalgia canaglia.
Iron Man 3 (2013). Travolgente. Iron Man 3, capitolo conclusivo della trilogia dedicata all’uomo di ferro interpretato ancora una volta da Robert Downey Junior, non può essere definito che così grazie alla regia sincopata di Shane Black (già sceneggiatore negli Anni Ottanta/Novanta di film culto come Arma Letale del 1987) che sostituisce l’acrobatico Jon Favreau (che aveva diretto i primi due film della saga e  che qui si ritaglia una piccola parte nei panni di Harold “Happy” Hogan, amico e guardia fidata del nostro psichedelico Tony Stark), al solito cast collaudato formato, oltre che da Downey Junior, anche dagli insostituibili Gwineth Paltrow e Don Cheadle (ancora una volta, rispettivamente, nei panni di Pepper Potts e del colonnello Rhodes, alias Iron Patriot o War Machine come desiderate voi!) e a un cattivo che più cattivo di così si muore come il dottor Aldrich Killian, interpretato dalla new entry esplosiva Guy Pearce. E come sempre accade nei film della saga Avengers, anche questo può essere visto nell’ordine cronologico in cui ve lo siamo proponendo oppure slegandolo dall’ordine medesimo, ma unendolo necessariamente con i primi due capitoli della trilogia di appartenenza. La storia parte da lontano, dal 1999, dove un Tony Stark ancora sbruffone e venditore non redento di armi di distruzione di massa per il governo americano non da la possibilità al dottor Aldrich Killian di esporgli la sua idea di manipolazione genetica del cervello umano. E proprio da questo antefatto, che scorre sulle note orgogliosamente italiane di Blue (Da Ba Dee) degli Eiffel 65, si costruisce tutto l’impianto narrativo del film che ci porta nella crisi di coppia tra Tony e Pepper (causata dai continui attacchi di panico di lui residuati dal finale quasi apocalittico de The Avengers), nell’arrivo di una minaccia terroristica che potrebbe celare ben altro dietro le spoglie del criminale pakistano Mandarino (nei cui panni troviamo un Ben Kingsley eccezionalmente sornione, comico e versatile), nel complotto escogitato dalle alte sfere della politica americana (dove spicca il ruolo del vicepresidente Rodriguez interpretato dal compianto Miguel Ferrer) e nel ritorno proprio del perfido Killian, ora in grado di perfezionare il suo disegno manipolatore del passato, il programma Extremis, grazie all’arruolamento di ex militari reduci di guerra mutilati che vedono nella tecnica di sperimentazione infuocata la loro occasione di rinascita e di rivincita verso quello stato che per primo li ha abbandonati al loro destino. Un Tony Stark in crisi, quindi, non solo negli affetti, ma anche nei confronti del suo amico Hogan, gravemente ferito dai suoi nemici e per cui reclama vendetta. Vendetta che sarà consumata grazie all’aiuto del fedele J.A.R.V.I.S., l’intelligenza artificiale di Tony, che sarà in grado di clonare l’Iron Man originale in altre armature gemelle, tra cui la più importante, la Mac 42, capace di riunirsi a Stark anche a distanze siderali. Un po’ alla Jeeg Robot d’acciaio, dove Hiroshi richiamava i componenti del robottone dall’amica Miva e il paragone tra questo film e l’eroe manga giapponese non è del tutto da buttare, vista la loro filosofia tormentata e il difficile rapporto con rispettivi padri. Tra distruzioni apocalittiche (la casa/base di Stark crolla rovinosamente sotto i colpi spietati degli elicotteri da guerra di Killian con effetti speciali da capogiro), crisi esistenziali, amici e amori in pericolo Iron Man 3 scorre per 130 minuti senza pause, portandoci nel solito universo Marvel fatto di trovate geniali (la scena della distruzione dell’Air Force One presidenziale e le sue conseguenze sono da urlo), avventure irrefrenabili, sentimenti contrastanti e amori eterni. Perché il finale del film, che non sveliamo per chi non lo ha ancora visto, si riduce sempre al solito messaggio positivo dell’universo di appartenenza: l’amore salverà il mondo, sempre, anche senza supereroi. Che continueranno a sopravvivere e a difenderci solo se questo amore continuerà a esistere e resistere nei secoli.
Thor – The Dark World (2013). Ottavo film in ordine cronologico della saga degli Avengers e sequel di Thor, Thor – The Dark World è l’ennesimo esempio di come il personaggio semi divino creato dalla Marvel possa affascinare più e meglio degli altri. Intendiamoci, tutti i personaggi incontrati finora possiedono una psicologia ben delineata con i rispettivi tratti caratteriali che sfociano, poi, nell’ironia dirompente (su tutti, straordinari l’Iron Man di Robert Downey Junior e L’incredibile Hulk di Mark Ruffalo nel primo film dedicato alla nascita della squadra degli Avengers), ma il Thor di Chris Hemsworth ha un guizzo in più che non deriva tanto dalla bravura del suo interprete (che, però, non è in discussione) quanto dalla mitologia che aleggia intorno al suo personaggio, integrando perfettamente il suo mondo con quello umano. La storia dell’Universo composto da Nove Regni (tutti i pianeti del sistema solare) governati dal grande Odino (ancora una volta un immenso Anthony Hopkins a giganteggiare su tutti) e pacificati dal suo figlio prediletto Thor, unita a quella del genere umano non soltanto dal Tesseract, ma anche dall’amore per la bella scienziata Jane Foster (una Natalie Portman sempre più ironica e convincente nel suo ruolo), affascina e intriga perché lega, appunto, realtà e leggenda, venendo resa da una prima trasposizione cinematografica imponente e regale quasi quanto il suo regista (Kenneth Branagh) e da una seconda, più fantastica e fantascientifica, che risponde in parte alla mano sapiente di Alan Taylor (già regista di episodi de Il Trono di Spade e de I Soprano) e all’utilizzo smodato di effetti speciali visivi da urlo. Ma Thor – The Dark World è ancora una volta il pretesto per vedere l’eterna lotta tra il protagonista e suo fratello Loki (indubbiamente il personaggio più amato, anche nella sua negatività, dai fan Avengers grazie alla magistrale interpretazione di Tom Hiddleston) che sembra scemare dopo la morte della madre Frigga (Renee Russo) per vendicarla dalla malvagità del potente e orribile Malekith (il britannico attore teatrale Christopher Eccleston), signore degli Elfi Oscuri, in passato sconfitto dal Re Bor (padre di Odino) avendo perso l’Aether (il Male Oscuro) che, guarda caso, viene riportato in vita attraverso il corpo di Jane proprio sulla Terra, scatenando l’invasione di Asgard e la successiva guerra nei due mondi. Ma ciò che ci piace davvero tanto di questa pellicola, oltre a quanto già detto, è l’espediente scientifico che fa da base alle proprietà chimiche e fisiche dell’Aether stesso, in grado di generare un mondo magnetico parallelo che può risucchiare in spazi temporali diversi, ma istantanei, oggetti e persone, facendoli viaggiare alla velocità della luce. Fautore di questa scoperta è il professor Erik Salvig (il folle e bravissimo Stellan Skarsgard, altra vera anima della storia di Thor) che, insieme a Jane e Thor, cerca di difendere la Terra proprio dall’attacco di Malekith. Ed ecco che merita un plauso l’utilizzo degli effetti speciali e della computer graphica per ricreare l’invasione aliena nel bellissimo osservatorio inglese di Greenwich, dove la convergenza astrale dovuta all’allineamento dei Nove Regni, produce il meccanismo magnetico sopra descritto, generando venti minuti di pellicola che da soli valgono il prezzo del biglietto. Così come valgono il prezzo del biglietto la scena finale (che non sveliamo, ma che merita un elogio per la sua genialità), quella in cui Thor prende la metropolitana per raggiungere Greenwich (esilarante) e quella del funerale della Regina Frigga (in stile mitologico, con l’avanzamento del corpo in mare che viene onorato dal fuoco delle frecce scagliate sopra di esso come nella tradizione celtica, fino a illuminare il cielo che si arricchisce di una nuova stella). Tutto questo è Thor – The Dark World, quindi, che non possiede la magnificenza del capitolo originario (e che solo Kenneth Branagh poteva dare), ma che va oltre, portandoci dentro la storia e coinvolgendoci più nell’universo commerciale  Marvel degli Avengers. Che ci piace sempre di più.
Captain America – The Winter Soldier (2014). Secondo film della trilogia, ma nono nell’ordine cronologico della saga, Captain America – The Winter Soldier non tradisce le aspettative e risulta essere ancora più coinvolgente e interessante del capostipite, Captain America – Il primo vendicatore. Diretto nel 2014 dai fratelli Anthony e Joe Russo (registi del fortunato Tu, io e Dupree del 2006), riprende le vicende narrative del capitano Steve Rogers (il sempre atleticamente perfetto Chris Evans, qui in una delle sue prove migliori) due anni dopo gli eventi accaduti nel film The Avengers (vedi il box in alto). Rogers è ora al servizio dello S.H.I.E.L.D. e del suo mentore Nick Fury (nei cui panni, anche stavolta, ritroviamo il grande Samuel L. Jackson) e insieme a Natasha Romanoff alias Vedova Nera (una Scarlett Johansson sempre più perfetta nell’acrobatico e affascinante ruolo  della spia russa) e il veterano Sam Wilson alias l’alato supereroe di colore Falcon (interpretato da Anthony Mackie, straordinario in The Hurt Locker di Kathrin Bigelow del 2009) deve proteggere informazioni importanti trafugate dalla collega durante una missione che porterà a scoprire un lato oscuro dello S.H.I.E.L.D. stesso di cui nessuno, compreso Fury, era a conoscenza. A parte lo spietato segretario generale dello S.H.I.E.L.D. Alexander Pearce, ruolo che il divo hollywoodiano Robert Redford riesce a cucirsi addosso senza sfigurare nel panorama artistico giovanile che lo circonda. Ma allora, chi è il Soldato d’Inverno di cui si accenna nel titolo? È proprio il prodotto del lato oscuro dell’organizzazione che, nata per difendere e proteggere il popolo americano e quello mondiale dalle insidie e dai pericoli nascosti nella società moderna, diventa invece il catalizzatore di un progetto neo-nazista (creato dal vecchio scienziato visionario Arnim Zola) per far rinascere sotto copertura l’HYDRA, creando il caos come forma di paura e di controllo delle menti umane. E il Soldato d’Inverno non è altro che il frutto di questa involuzione sociale di cui è stato vittima il migliore amico di Rogers, quel Bucky Barnes (interpretato sempre dall’ottimo Sebastian Stan) che nel primo capitolo si sacrificava per salvare proprio l’amico d’infanzia durante il secondo conflitto mondiale e che ora è il suo peggior alter ego. Ed è proprio questo intreccio a rendere finora il progetto di Captain America il più valido di tutti insieme alla trilogia di Thor. Intendiamoci, ogni personaggio affrontato nell’universo Marvel ha il suo fascino: Iron Man colpisce per la sua straordinaria ironia, L’incredibile Hulk per la sua vita tormentata, Thor per la sua imponenza e magnificenza, ma Captain America ha un suo particolare risvolto politico. La tecnologia viene utilizzata, infatti, per scopi non umanitari e lo stesso S.H.I.E.L.D. rappresenta il fallimento del sogno americano incarnato proprio da Rogers, diventando l’antitesi di ciò che avrebbe dovuto essere in realtà nella memoria dei suoi padri fondatori, tra cui Stark padre e l’amata Peggy Carter, ora quasi centenaria e molto malata. Ovviamente, anche qui gli effetti speciali non mancano, ma a differenza degli altri film dedicati al progetto Avengers sono di contorno alla storia che prende il sopravvento rendendo la pellicola più narrativa e meno rumorosa. Una sceneggiatura che scava un po’ più a fondo nella psicologia dei protagonisti e in quella della società americana, quindi, sempre contestata ma ben rappresentata dall’universo Marvel, con uno sguardo al futuro che già precorreva i tempi. Fantascienza che oggi, nel suo lato negativo, è realtà e che soltanto supereroi come Captain America possono cercare di proteggere sacrificando la propria esistenza. Eroi antichi e leggendari, che si pongono al servizio dell’umanità e che per raggiungere il loro scopo sono pronti anche a mettere in gioco la propria identità. Il finale, che non sveliamo, parte proprio da questo nuovo corso per Fury, Natasha e Rogers, gettando le basi per il terzo capitolo della trilogia che (vedi box successivi) non ha deluso, come sempre, le attese.
Guardiani della Galassia (2014). Può un personaggio completamente digitalizzato rubare la scena agli altri in carne e ossa? Sì, può. Come accaduto per la trilogia de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson con il personaggio straordinario di Gollum ideato dalla mente geniale dello scrittore J. R.R. Tolkien, anche nei Guardiani della Galassia (decimo film dell’universo Marvel e della saga dedicata agli Avengers, diretto dallo scoppiettante James Gunn) a rubare la scena ai suoi partners è un piccolo procione logorroico e dispettoso, cacciatore di taglie, che risponde al nome di Rocket Raccoon (nella versione originale doppiato da Bradley Cooper, in quella italiana da Christian Iansante). Che incontra sulla sua strada il furfante galattico Star Lord (un Chris Pratt che dopo i fasti di Jurassic World, azzecca l’interpretazione più goliardica e simpatica della sua carriera), in passato Peter Quill, rapito da bambino sulla Terra dopo la morte della madre e cresciuto dal pirata spaziale Yondu Udonda dei Ravagers (il sempre fortissimo Michael Rooker che tutti noi ricordiamo nel ruolo di Frank Baily in Mississippi Burning – Le radici dell’odio di Alan Parker del 1988) che lo inizia alla sua stessa attività. Ma, una volta cresciuto, Star Lord viene in possesso della misteriosa sfera Orb sul pianeta Morag e, tentando di rivenderla, scopre il potere che essa può generare nei confronti della Galassia. Ma la sfera è ambita non soltanto dal suo mentore Yondu, ma anche dal perfido Ronan l’accusatore (il bravissimo Lee Pace) che vuole impadronirsene per sollevare il potere del grande Tanos, Re dell’Universo e diventarne egli stesso il padrone. Per farlo, invia alle calcagna di Star Lord sul pianeta Xandar, capitale dell’impero Nova, l’aliena Gamora (una Zoe Saldana sempre più a suo agio nei panni di personaggi fantastici dopo il successo di Avatar di James Cameron del 2009) per recuperare la potente arma, non sapendo che la donna vuole vendicarsi dei soprusi subiti cercando di utilizzarla per sconfiggerlo. E, in un turbinio di vicende che non sveliamo, Star Lord, Gamora, Rocket e il fido Groot (un albero umanoide gigante in grado di rigenerarsi, doppiato nella versione originale da Vin Diesel, in quella italiana da Massimo Corvo) finiscono in prigione e riescono a evadere insieme a Drex il distruttore (il grande ex wrestel Dave Bautista, qui eccezionale nel suo ruolo di gigante senza cervello), in cerca di vendetta contro Ronan per avergli ucciso la famiglia. Guardiani della Galassia, quindi, a prima vista può essere considerato al di fuori dell’universo Avengers perché sembra quasi un capitolo a sé stante, completamente scollegato con gli altri film della saga. Eppure, andando più a fondo, i nostri quattro supereroi hanno molto in comune con i loro predecessori: tutti hanno un fortissimo senso di giustizia e hanno avuto un passato colmo di disperazione e sofferenza. Il giovane pirata spaziale Peter Quill viaggia, ad esempio, senza mai separarsene, con il proprio walkman, unico ricordo della madre scomparsa contenente pezzi musicali degli Anni Settanta e Ottanta, mostrando il suo lato fragile e nostalgico. Il suo girovagare nello spazio, poi, ricorda molto un’altra icona del cinema spaziale, quell’Han Solo di Star Wars che a bordo del mitico Millennium Falcon si univa alla Ribellione galattica cancellando il suo passato da contrabbandiere. Certamente l’astronave di Quill, la Milano, non è il Millennium e il suo modo di essere non è paragonabile alla cialtroneria del suo ispiratore, eppure riesce a colpire al cuore con la sua ironia e sfacciataggine, unite a una dolcezza improvvisa che emerge spesso nei confronti della bella, ma dura, Gamora. A parte questi piccoli dettagli, comunque, la pellicola è godibile e scorre in 120 minuti di pura adrenalina. Le battaglie spaziali sono numerose e imponenti grazie anche al massiccio supporto della tecnologia digitale e, soprattutto quella finale, ricorda moltissimo quella del primo capitolo di Star Wars: mettete una sala digitale dove sono riuniti i governatori di Nova, capeggiati dalla splendida Glen Close nei panni del comandante Irani Rael, che guardano in tempo reale in una sfera intergalattica l’andamento della battaglia medesima, fino alla vittoria conquistata con il sacrificio di molti piloti dell’aviazione stellare. Tutto ciò non vi ricorda il conto alla rovescia che precede l’esplosione della Morte Nera sotto gli occhi ansiosi della principessa Leia Organa e dei suoi generali ribelli proprio nel finale del primo film della saga di Guerre Stellari? Noi cultori del genere rispondiamo con un sì deciso, anche se quella storia, avvenuta Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, resterà unica per sempre.
Giorgia Amantini

TO BE CONTINUED…

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