L’amore sofferto. Histoire d’O.

“Una donna? Impossibile! Questo non può essere stato scritto da una donna…!” tuonò Albert Camus. Che storia è quella di O? Domanda lecita. Già, perché il film del francese Just Jaeckin tratto dall’omonimo romanzo scandalo di Anne Desclos (che firma la sua opera sotto lo pseudonimo di Pauline Réage), è pietra miliare del cine-contesto Anni ’70. Figlio minore del 1975, anno che vede picchi estremi di provocazione nel Salò di Pasolini e nel Salon Kitty di Brass, Histoire d’O è un diamante di sensualità e perversione incastonato nella migliore tradizione letteraria (magistralmente cine-trasposta dallo sceneggiatore Jean-Baptiste Rossi). Censurata e criticata oltremodo dai benpensanti dell’epoca, la pellicola viene aggredita soprattutto per una componente fondamentale: a parlare di una storia intrisa di pratiche BDSM è proprio una donna. La stessa O narra e vede con gli occhi della stessa autrice Declos e lo fa con un’intensità di veduta e una minuziosità di devoti particolari che scavalcano la retorica della trattazione, quella del patinato, per arrivare alle movenze psicologiche che innescano l’universo che prende forma nella vita attorno alla protagonista. Guardando il film si ha quasi l’impressione che la devianza sessuale trovi in quel di Roissy una dimensione quasi metafisica, un corredo di sentimenti borderline che nessuno è in grado di decifrare se non ne fa parte (significativo l’anello col simbolo della schiavitù dato a fine addestramento alle “educande” della comunità). A prestare il volto alla giovane O ritroviamo una Corinne Cléry di una bellezza disarmante in grado letteralmente di bucare lo schermo e avvolgere con un solo sguardo lo spettatore. Al suo fianco vi è un giovanissimo Udo Kier nei panni del malsano amante René (amante e “talent scout” sessuale) il quale la introduce ai giochi sessuali e al rigore delle disposizioni impartite dagli educatori della società segreta capitanata da Sir Stephen H. (interpretato da Anthony Steel) . O pagherà il prezzo dell’amore malsano destinato a Sir Stephen con la perdita di una innocenza solamente paventata dalla sua giovane età e riprenderà in mano la sua vita proprio grazie all’ostentazione di una forza carnale e pulsante che la porterà ad essere “degna” del sentimento del proprio uomo (fatale il marchio improvviso da parte di O sulla mano dell’uomo nella conclusione della pellicola) e della propria dimensione di sottomissione. Aprendosi, le porte del castello di Roissy scaraventano la giovane fotografa in un percorso educativo pregno di pratiche di flagellazione, umiliazioni e sevizie sessuali alla fine del quale vi è il conferimento di appartenenza a una oligarchia sotterranea e perversa. Inutile dire che per comprendere la levatura tecnica del film, bisogna apprezzarne la visione la quale giganteggia grazie a una cura maniacale per la fotografia, magistralmente orchestrata dal maestro Robert Fraisse (che apprezzeremo ancor più nel 1993 con la candidatura agli Oscar per L’amante di Jean-Jacques Annaud) che ci restituisce, grazie a un complesso tappeto di sfumature visive viranti al semi-bagliore onirico, una dimensione mistica dove la pratica dolorosa del sesso sembra entrare in simbiosi col vero amore. O non è vittima, anzi sa benissimo quello che vuole e quanto costi raggiungerlo. Accetta le umiliazioni di stupri, orge e piercing sapendo che il calvario conduce all’amore per il suo uomo. La figura femminile assume un ruolo di contorno, quasi ad essere un tassello di una sorta di fratellanza della sottomissione. E’ proprio tale componente, letterariamente profonda, ma cinematograficamente compresa male dal pubblico e dalla critica, che costa alla pellicola il rogo della censura iniziando un percorso di controversie giudiziarie che porterà la pellicola a notevoli mutilazioni. Solo qualche anno fa la pellicola (a cui ormai è stata riconosciuta valenza artistica) è stata editata in DVD nella sua versione integrale (100 minuti anche se si parla di una fantomatica versione francese di 105) con divieto ai minori di 18 anni. Altra componente fondamentale che sancisce la riuscita visiva della pellicola è la straordinaria colonna sonora realizzata dal maestro Pierre Bachelet che amplifica ancor più la dimensione sovrumana e mistica degli ambienti e dei sentimenti di O durante le pratiche a essa inferte. I titoli di testa non lasciano posto a dubbi e la Main Theme (da lasciar letteralmente senza fiato lo spettatore) che avvolge le foto della Cléry in veste BDSM rende una perfetta simbiosi cognitiva riguardo la trattazione a venire. Basterebbe solo questo frangente filmico per annientare completamente l’intero côté di ridicolo erotismo della trilogia delle 50 sfumature (2015-2018) tratte dai romanzi della Leonard. Histoire d’O sa osare e lo fa con una dirompenza che spiazza il pubblico, soprattutto quello femminile (siamo negli anni ’70 in fin dei conti) tanto da lasciarlo stordito e affascinato al contempo. Il film rende giustizia alla sua natura letteraria e ne restituisce tutta la sensualità che non scade mai nella rappresentazione del ridicolo o del voyeurismo a buon mercato. Cosa che succede invece, nei due sequel ufficiali Histoire d’O, ritorno a Roissy (1984, di Éric Rochat) e Histoire d’O 3 – The Story of O: Untold Pleasures (2002, di Phil Leirness) che sposano a pieno il mainstreaming e la scatologia filmica distruggendo quello che con tanta cura il prototipo aveva saputo innescare. Che dire di Histoire d’O? Semplicemente che è opera a sé stante, in grado di turbare ma non di eccedere nel compiacimento della sua stessa trattazione. Un film di provenienza alta, letteraria con uno sguardo alla provocazione e una strizzata d’occhio all’esercizio filmico. Un prodotto che è invecchiato in modo eccellente, ancora insuperato proprio grazie al suo disancorarsi dall’ambito semplicemente di effetto. Un film semplicemente incompreso, per niente misogino (come più volte additato) e forse anche fin troppo avanti e contestatore per i tempi in cui viene realizzato. A suo modo spartiacque per un genere. Da riscoprire.
Alessandro Amantini

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