Tamara non c’è. Gli Strangers di Bertino & Roberts.

Quando si parla di Home Invasion, si introduce un discorso complesso sull’applicazione al genere, in questo caso l’Horror, di quella che è la componente della violazione del nucleo di affetti familiari che è rappresentato dalla casa. Ma se nei film di possessione diabolica la casa rappresenta un luogo infestato da cui cercare di fuggire, in questo ambito essa assurge a fortino da difendere. Il problema di questo comparto cinematografico non è più il dove,  ma il quando e soprattutto da parte di chi dovrebbe essere condotta questa azione violenta e scellerata. Nel corso degli anni 2000, l’Horror ha rinverdito questo cine-concept (in voga già 47 anni prima se si pensa al magistrale Cane di paglia realizzato nel 1971 da Sam Peckinpah) traendone infinita linfa vitale e dando modo a titoli più o meno eclatanti, di fare capolino sul mercato internazionale. Nel 2008 è lo sconosciuto regista Bryan Bertino a dire la sua in tale contesto realizzando l’eccellente The Strangers. Cominciamo col menzionare il fatto che la pellicola viene purtroppo erroneamente accostata al genere orrorifico, dal momento che il suo nucleo narrativo e il livello di violenza in esso contenuto rimandano più ad un thriller efferato. La storia è estremamente semplice. Due coniugi in profonda crisi matrimoniale, si recano nel loro chalet di montagna per passare una breve sosta di riflessione sulle problematiche sentimentali che li attanagliano. D’improvviso, quando tutto sembra andare chiarendosi, bussa alla loro porta una ragazza il cui volto viene nascosto dall’ombra del buio di fuori. La giovane chiede se in casa vi sia una certa Tamara, sconosciuta ai coniugi i quali le fanno presente l’errore commesso. La ragazza va via senza dire una parola. Da quel momento i due coniugi piombano in un incubo senza fine.  Raccontata così la storia sembra avere la forza di un piccolo cortometraggio a causa della sua elementarità, ma Bertino è uno che sa il fatto suo e proprio questa estrema sinossi narrativa nelle sue mani diventa dinamite pura, metodo di sperimentazione visiva. Dal nulla il regista, infatti, trae quella non risposta a ciò che accade. Coadiuvato dalla strepitosa performance di Liv Tyler nel ruolo di Kristen McKay e dalla forza interpretativa di Scott Speedman nei panni di suo marito James Hoyt, dosa sapientemente la suspense, relegandola a intuizioni visive notevolissime. Influenzato pesantemente dal modus operandi carpenteriano, Bertino ne raccoglie la lezione e la plasma sul nulla, sull’atto violento senza limiti ma anche senza un nesso logico relegandone le motivazioni in una violenza innata, attonita quasi normale nella sua attuazione. La stessa Dollface, la ragazza che bussa alla porta, interpretata con spietata lucidità dalla modella Gemma Ward, sembra, assieme ai suoi due scellerati compagni, una sorta di reboot dell’icona Michael Myers, ma allo stesso tempo sembra essere forte ispirazione estetica per i degenerati protagonisti della trilogia de La Notte del Giudizio di DeMonaco. The Strangers agisce sulle paure ancestrali e trascina lo spettatore nella casa insieme ai suoi proprietari. Non dà spiegazioni come non si pone domande, è un cine-concept che rende giustizia alla banalità del Male (“Vivi nel peccato?”, domanda che uno dei due piccoli catecumeni rivolge a Dollface, senza maschera alla fine pellicola, a cui prontamente la killer risponde “A volte”) sviscerata da un punto di vista esterno il quale prende forma nell’eccezionale montaggio elaborato da Kevin Greutert che alterna momenti enfatici con transizioni lievi a tagli netti e precisi quasi a provocare ferite nella visione. Il tutto viene convogliato nella grande cornice fotografica realizzata da Peter Sova il quale ci fa letteralmente vivere tutti i colori del buio, di una notte profonda che sembra entrare nell’abitazione inondando stanze e pareti. Proprio negli antri bui affiorano luminose le maschere dei tre assassini i quali giocano con le vittime con una presenza/assenza agghiacciante tanto da far arrivare la tensione a livelli a volte insostenibili, complice anche il magnifico corredo sonoro composto dal duo musicale statunitense Tomandandy caratterizzato da uno score synth con forti derive Trance. La musica è la vera padrona della visione a cui si accompagna alternando momenti di calma apparente a silenzi ingannevoli.  In tal modo l’atto violento viene a caricarsi nella sua profetica messinscena fino a deflagrare nel finale cupo e poco consolatorio in cui l’urlo agghiacciante e straziato di Kristen echeggia sotto i titoli di coda. Il finale non fu gradito negli Stati Uniti proprio a causa di questa chiusura troppo feroce e la pellicola uscì censurata. Col passare del tempo The Strangers è divenuto un piccolo cult meritandosi la riedizione in DVD nella versione integrale (84 minuti a fronte degli 81 della versione ridotta). Proprio dal suo successo nasce un travaglio sia dal punto di vista creativo sia da quello squisitamente produttivo per la creazione di un sequel. La pellicola proponeva già una struttura estremamente semplificata, tale da rendere quasi impossibile un seguito degno di nota, ma soprattutto in grado di sostenere tale perfezione tecnica. Devono, infatti, passare circa dieci anni, prima che il regista Bertino consegni una nuova  sceneggiatura nelle mani del collega Johannes Roberts. Il passaggio di regia coincide anche con una nuova produzione e una nuova distribuzione le quali passano rispettivamente dalla Rogue Pictures alla Aviron Pictures e dalla Universal Pictures alla Notorius Pictures. Nasce così The Strangers: Prey At Night, che si piazza al terzo posto nella classifica dei film più visti dell’anno con un incasso di 30 milioni di dollari. Il canovaccio di partenza è lo stesso. Una nuova famiglia composta dai coniugi Mike (Martin Henderson) e Cindy (Christina Hendricks) e dai figli Kinsey (Bailee Madison) e Luke (Lewis Pullman, figlio del più noto Bill), va a far visita ai nonni che vivono in un camping nei pressi di una zona collinare, molto vicina ai luoghi in cui sono avvenuti i sanguinosi fatti del capitolo precedente. Anche loro sentiranno bussare alla porta della loro roulotte e una voce reclamerà ancora una volta la presenza di Tamara. Anche qui siamo di fronte a una famiglia inizialmente disfunzionale in cui il fratello e la sorella sono rimossi dai propri ruoli solo da semplici rancori esistenziali, mentre i genitori cercano di placarne lo spessore con eventuali accorgimenti di stampo middle class. Inizialmente la pellicola parte come il classico esempio di ricalco di vecchi stilemi, quasi confondendosi con un prodotto straight to video, ma tali incertezze, vengono subito smentite con il calare della notte grazie a cui Roberts innesca il prevedibile meccanismo Home Invasion facendolo collidere con la dimensione Slasher che agisce da contorno, ma non ne diventa mai protagonista. Gli omicidi sono gli anelli di una catena evolutiva della forsennata ricorsa alla salvezza. Il trovarsi con le spalle al muro, fa dei giovani protagonisti delle persone in grado di mettere in atto la più spietata vendetta e una lotta alla pari con gli sconosciuti nemici (Wes Craven insegna). Assistiamo così a un furore cieco e gli scontri tra vittima e carnefice sembrano quasi trasfigurare dalla realtà regalandosi una dimensione propria, che va oltre la visione. Concetto questo che il regista magistralmente sottolinea nel dicotomico accostamento tra visione e score che culmina nell’eccellente e disturbante scena dello scontro tra Luke e Man in the Mask nella piscina di una casa con il dolce sottofondo di Total Eclipse Of The Heart di Bonnie Tyler. Riguardo il montaggio, elaborato per l’occasione da Martin Brinkler, la storia viene narrata in modo molto meno tagliente e le azioni vengono caratterizzate da una struttura visiva molto più fluida, ma non per questo meno angosciante trovando giusta cornice nella fotografia elaborata in modo esemplare da Ryan Samul (trascinante l’andamento funebre dell’auto data alle fiamme in piena notte). Lo score di Adrian Johnston è poderoso e azzeccato e ben si alterna alle numerose hits Hard-Metal che di volta in volta irrompono nella scena sotto forma di palinsesto radiofonico delle radio delle automobili dei protagonisti. The Strangers: Prey At Night risponde alla necessità di approfondire il Male già esposto nel primo capitolo, spingendosi fino alla deriva mentale degli antagonisti di cui finalmente vengono svelate le fattezze. Inquietante la risposta di Dollface alla domanda di Kinsey: “Ma perché fate questo?”… “Perché no?”. Un colpo di fucile riporta il tutto alla pari, mentre lo spettatore rimane in uno stato di allarmante indeterminatezza, come se nessuno fornisca lui, come ai protagonisti, una risposta logica a ciò che avviene. La fine della pellicola chiude, momentaneamente, un dittico che ha saputo evolversi nonostante la scarna struttura narrativa e l’elementarità del soggetto. Due pellicole che si compensano a vicenda, ma che alla fine non forniscono una vera e propria fine, quasi a lasciare in sospeso un discorso di cui si è consapevoli del non poter mai aver conclusione. D’altronde il vero Male è puro, innato e come gli sconosciuti delle pellicole, non ha senso di avere senso. Eccellente escalation d’ansia per una storia che speriamo non si vada rovinando nel finale con il solito e insulso seguito dettato dai numeri di mercato. Se le buone idee vi sono vengano pure, altrimenti addetti ai lavori generosamente astenersi.
Alessandro Amantini

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