Cattivi maestri. La storia americana di Kaye.

Cosa è American History X? Semplicemente un capolavoro dal momento che come dice il titolo è una storia americana qualunque, quella che riguarda, però, tutti e tutto. Nel 1998 un esordiente Tony Kaye, professionista del videoclip e dell’elaborazione spot (suoi i lavori per ADIDAS e VOLVO), ci narra la violenza, dura e pura. La struttura geneticamente cine-essenziale tipica dello spot, rende giustizia a una messinscena che si scrolla di dosso tutta la componente retorica e melensa della trattazione per arrivare a individuare l’origine del Male. A differenza delle precedenti opere di molti suoi colleghi, il regista britannico realizza una pellicola disturbante e con uno spessore etico/morale imponente, che piomba come un fulmine a ciel sereno nel panorama cinematografico degli anni ’90. Alla sua uscita molte furono le polemiche sollevate a causa della rappresentazione dell’odio razziale del film, ma esse rimangono solo sterili esercizi di una critica falso intellettuale. La storia è quella di Derek Vinyard, delfino di Cameron Alexander, leader di una sedicente organizzazione per l’elogio della supremazia della razza bianca. Tra i discepoli di Cameron c’è anche Danny, fratello di Derek, il quale venera quest’ultimo come un Dio e ne ricalca gli atti e le convinzioni socio-politiche. La storia di Derek ci viene restituita a colpi di flashback grazie a una narrazione per sottrazione (splendido il montaggio realizzato a quattro mani da Gerald B. Greenberg e Alan Heim) contrapponendo la dimensione presente con quella passata mediante l’uso alternato del colore al bianco e nero. Kaye cura personalmente la fotografia realizzando un lavoro eccezionale con cui il bianco e nero livido e straniante va di pari passo con la crescente e ansiogena discesa agli inferi del protagonista. Il suo corpo tonico, bianco con sopra incisi i simboli del suo credo (la svastica a posto del cuore) ci vengono delineati quasi a far intendere l’esaltazione della pelle bianca in barba a quella nera che si perde nel buio dei contorni. L’accecante odio porterà le convinzioni di Derek fino all’omicidio che trova nella terrificante sequenza d’apertura la sua dimensione e il suo senso più compiuto di atto di annientamento umano. Il carcere rappresenterà per Derek una rinascita, ma anche l’inizio di una vita di dolorosa presa di coscienza e dal tragico epilogo. Keye risponde a Hitler decodificando il proprio anti-credo con 119 minuti di pura denuncia, tutti sorretti dall’impressionante performance di un giovane Edward Norton il quale si getta anima e (soprattutto) corpo nel ruolo di un demone tutto terreno, di una materializzazione di un odio cieco e disorientato. L’omicidio del giovane di colore, componente di una gang afro-americana avversaria, sul ciglio del marciapiede è forse una delle più dolorose e disturbanti scene di morte del Cinema contemporaneo. Proprio in questo frangente si comprende la differenza tra Derek e il fratello Danny interpretato con grande contenimento dal bravissimo Edward Furlong. Nonostante la spropositata e terrificante reazione (il ragazzo di colore aveva solo tentato di rubare l’auto del protagonista) da parte del fratello, Danny ne sposa l’abisso e lo consegna alla scrittura di una tesina, quella che il suo professore, di colore, Dr. Bob Sweeney (Avery Brooks) gli impone in sostituzione della precedente in cui il ragazzo esaltava il Mein Kampf. La figura di Sweeney rappresenta il tramite per la redenzione di Derek (intensa la scena della visita nel carcere dopo la violenza subita dal protagonista) il quale, una volta uscito di prigione, porterà a termine una vendetta contro la sua stessa organizzazione arrivando a pestare Cameron, interpretato da uno Stacy Keach viscido come pochi. Il tutto si risolverà nel peggiore dei modi, con l’imprevisto che non ti aspetti e che diventa tragica realtà. Keye ci sbatte in faccia quello che siamo diventati e quel poco di umano che ci resta, lo relega solo in piccole parvenze che prendono corpo in scene a dir poco memorabili quanto dolorose. Tra tutte ricordiamo l’amarissimo scontro di vedute tra il protagonista e la sua ragazza Stacey (una ferina Fairuza Balk) con il professore ebreo Murray (Elliott Gould) durante il pranzo organizzato in casa Vinyard in cui la madre Doris (una straordinaria Beverly D’Angelo) prende le parti del professore, suo compagno, insieme a Davina (Jennifer Lien) sorella di Derek. Nella fase finale assistiamo a una trasformazione delle vedute in pura violenza verbale fino a sfociare nell’atto violento e cieco contro il proprio sangue. Momenti di alta tensione atti a delineare come la violenza, quella che esplode improvvisa e senza senso va ricercata nel quotidiano, culla di consuetudini che nascondono problematiche profondissime (importante la frase del professore Murray alla madre di Derek, “Tu non sai in che mondo vivono i tuoi figli”, prima di lasciarla definitivamente). Problematiche che sfociano anche in una visione distorta della politica e della stratificazione sociale (tragica è la sequenza dell’insegnamento di vita a un giovane e ingenuo Derek per mano del defunto padre Dennis interpretato con freddezza nel famoso flashback da William Russ). Parole come sussidio, disoccupazione, emarginazione e colore della pelle assurgono a ruolo di anelli di una spina dorsale di un sistema di prevaricazione e di violenza che si insinua tra la gente e viene sorretto dal malcontento di quest’ultima. Disagio questo, che il regista ribadisce a più riprese come conseguenza di una politica fondata sulla morale d’accatto, su di una falsa democrazia fondata sulla detenzione di armi in casa per fini personali. La rincorsa all’armamento, la mancanza di una sicurezza che gli Stati Uniti non garantiscono prendono forma nelle parole di Cameron, ma anche nella ferma convinzione dei suoi seguaci che altro non sono che il prodotto di un’emarginazione sociale (funzionale il discorso di Derek nel reclutare seguaci facendo leva sui loro problemi e sul malcontento prima di fare irruzione nel supermarket). American History X dà voce all’odio mettendone in risalto la sua ambigua fascinazione in modo di ottenere l’effetto contrario e cioè di far comprendere l’irreversibilità dell’innesco della violenza che, una volta generata diviene inarrestabile a prescindere se la si subisce o la si infligge (bella la metaforica sequenza di apertura e chiusura pellicola con in sottofondo lo struggente score elaborato da Anne Dudley). Il carcere, questa sorta di calvario terreno, per Derek rappresenterà la conciliazione con il suo io, il capire che tutti sono soldati come tutti possono essere prigionieri e allora “Qui dentro il negro sei tu!”, come gli urla in faccia il suo nemico/amico di colore Lamont (Guy Torry) durante una condivisione di turno di lavoro. Il ragazzo sarà colui che farà aprire gli occhi a Derek sulla realtà e la molteplicità di modi in cui può essere interpretata se non distorta, ma soprattutto lo salverà dalla violenza dei detenuti. Lo scambio di battute tra i due in lavanderia del carcere, è forse la sequenza più bella di tutta la pellicola, in cui si ride molto, ma nello stesso tempo si assiste a quella comunanza di vedute che è la vita, il rispetto dell’altro e l’annientamento dell’odio. Kaye ci mostra Derek e Lamont ridere assieme con una devozione assoluta tanto che l’incontro tra i due assume connotati giganteschi quasi a individuare non solo una sorta di armistizio morale, ma anche la speranza che ci possa essere un domani senza il timore che l’incubo possa tornare. Secondo chi scrive American History X dovrebbe essere proiettato nelle scuole, mediante l’uso, però, di mediatori didattici, altrimenti si potrebbe incorrere in fraintendimenti riguardo il messaggio. Il film va visto, ma va anche compreso perché è una sorta di bignami dei delitti e delle pene aggiornato alla contemporaneità. Dopo la pellicola di Kaye, molti sono stati gli epigoni (L’onda realizzato nel 2008 da Dennis Gansel oppure The Believer [2001] di Henry Bean), ma nonostante la buona fattura, nessuno di essi ha saputo scavare a fondo come quest’opera. Una pellicola intrisa di dolore, ma anche di speranza, al fine di non dimenticare mai chi siamo e dove stiamo andando.
Alessandro Amantini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...