“ViSibilia”. Un capolavoro d’esordio. SMETTO QUANDO VOGLIO – La trilogia.

Possiamo tranquillamente affermare che è da molto tempo che stavamo aspettando qualcosa del genere. Un guizzo, un raro caso che divenisse improvvisamente “dogma” da seguire per assistere finalmente alla vera rinascita del Cinema italiano di genere. Non importa di quale genere stiamo parlando, l’importante è che tale miracolo avvenga e possa ancora avvenire in futuro. Stiamo parlando della trilogia Smetto quando voglio (2014-2017) per la regia d’esordio nel lungometraggio di Sydney Sibilia. Il regista salernitano dimostra di aver assimilato tutto, ma proprio tutto, il Cinema che conta e non solo vedendolo, ma deframmentandolo in piccole particelle per poi ricomporlo come pochi hanno saputo fare. A differenza dei Manetti Bros Sibilia non solo reinventa un nuovo linguaggio visivo, una sorta di neo cine-grammatica, ma lo spinge al paradosso fino ad arrivare al più allucinato e divertente atto compiuto di presa di coscienza filmica. Ma proseguiamo per piccoli steps. Si parte dal 2014 con il primo capitolo Smetto Quando Voglio che vede come protagonista un nutrito gruppo di laureati brillanti e di vulcanica inventiva, i quali scelgono la via illegale (realizzare delle smart drugs) in risposta a una società che, tra una raccomandazione e l’altra, li ha sbattuti fuori dalla realtà. Segregati presso insulse cattedre scolastiche, o vessati tra i piatti di una cucina di ristorante, i nostri cominciano a scalpitare dignità, spinti anche da irreparabili problemi personali come la droga, il divorzio o il degrado morale. A capitanare il gruppo di “social-reietti” ritroviamo un bravissimo Edoardo Leo nei panni del Dottor Pietro Zinni, laureato in Chimica e costretto dalle circostanze a elemosinare un posto da insegnante presso la “corte dei miracoli” dello squallido e scorretto Professor Seta (un Sergio Solli in grande spolvero). L’ennesima truffa sociale (raccomandazione altrui) a suo scapito e il continuo degenerare della sua vita matrimoniale (con la moglie Giulia, una splendida Valeria Solarino), porta Zinni a elaborare una molecola di droga che per sua composizione non rientra nella lista ufficiale delle droghe conosciute. Ciò porterà il laureato a divenire un trafficante di droga per fini sociali, escalation possibile se non con l’aiuto dei suoi vecchi amici di sventura scolastica. Il primo a essere tirato dentro l’operazione è Alberto Petrelli un altro genio della Chimica che è costretto a fare il lavapiatti a causa di un passato di dipendenza dalle droghe. A interpretare lo sventurato vice ritroviamo un debordante Stefano Fresi, sempre a proprio agio in ruoli borderline. Sarà proprio lui a sintetizzare la molecola della potente droga “invisibile”. Ma se creare una droga già è un gran passo, non è da meno riuscire a commercializzarla traendone profitti ma calcolandone anche i costi, le procedure di smercio e via dicendo. E’ proprio questa serie di necessità che porterà Zinni e Petrelli ad assoldare altri nuovi collaboratori. La squadra prende corpo con l’arrivo di due stralunati esperti di latino Mattia Argeri (Valerio Aprea) e Giorgio Sironi (Lorenzo Lavia), dell’esperto in Statistica dedito al Poker, Bartolomeo Bonelli (Libero Di Rienzo), l’ingenuo Arturo Frantini (Paolo Calabresi) archeologo rispettoso della magniloquenza delle opere storiche e dell’antropologo Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti) aspirante sfasciacarrozze. Da subito la collaborazione risulta a dir poco dinamitarda e il gruppo deflagra come una bomba in una realtà che sembra andare troppo stretta alla possanza demente delle loro azioni. La squadra assurge a parodia criminale e alcune scene entrano di diritto nell’immaginario collettivo 2.0. Si parte con l’esilarante serie di provini per l’assunzione presso uno sfasciacarrozze da parete di Andre De Sanctis il quale viene più volte bocciato perché scoperto laureato invece che in possesso di requisiti delinquenziali. Il “Sei laureato….?” del datore di lavoro rivolto in modo sospetto contro il candidato è da lacrime agli occhi. Allo sventurato lavapiatti Petrelli, Sibilia riserva una scena da antologia, quella dello sballo a causa dell’assunzione di una pastiglia durante la creazione della droga sintetica in laboratorio. E’ proprio da tale delirio che comincia a snodarsi l’intreccio nel quale anche i capitoli successivi della trilogia rimarranno imbrigliati in una splendida e unica cornice spazio/temporale. Capitoli in cui ritroviamo anche tutti i suoi compagni di sventura come Bonelli, alle continue prese con debiti di gioco conseguenza della sua ostinazione nel voler decodificare una sedicente formula statistica nel Poker. Debiti continuamente contratti con dei Sinti circensi che altro non sono che la famiglia della sua fidanzata. L’uscita dalla finestra della roulotte del circo sotto una pioggia di colpi di fucile è al limite della demenza e si lascia vedere con gran gusto come massicce dosi di risate a crepapelle vengono provocate dall’improviso blocco dei lavori nelle fognature da parte di Frantini al fine di salvare un reperto archeologico venuto alla luce durante gli scavi. I lavori verranno costantemente bloccati in più riprese con buona pace dei sottoposti operai in vera e propria crisi lavorativa. E mentre la “missione illegale” prende corpo tra finte rapine con armi del Cinquecento rubate a musei e inseguimenti con tanto di navigatore latino da parte dei due esperti Sironi e Argeri, la concorrenza comincia ad accusare il colpo sulla domanda di mercato. Ecco che entra in scena “Er Murena”, al secolo Neri Marcoré il quale dà vita ad un falso d’autore come pochi. Il delinquente non è altri che la spassosa caricatura che il dottor Claudio Felici, esperto anch’esso in scienze chimiche, elabora per farsi spazio nel mondo criminale, seconda culla dopo quella mancata dell’insegnamento. Eccezionale la caricatura romana della voce e l’atteggiamento da macho sfregiato (in realtà la cicatrice è conseguenza di un incidente). Proprio dall’incontro/scontro tra “Er Murena” e Zinni nasce la seconda sequenza cardine dell’intera trilogia. Il secondo capitolo Smetto Quando Voglio: Masterclass, infatti, si aggancia al primo proprio tramite la lotta intestina che si consuma nel carcere in cui i due sono rinchiusi mentre in parallelo il terzo capitolo Smetto Quando Voglio: Ad Honorem prende forma dall’incidente d’auto di Petrelli provocato dalla distrazione di quest’ultimo per un macchinario per fabbricare sostanze chimiche rimorchiato da un auto nella corsia parallela. L’incidente porterà il gruppo di sprovveduti spacciatori direttamente nella tana del villain di turno. Se in Smetto Quando Voglio: Masterclass, abbiamo l’entrata in squadra dell’esperto di esplosivi Lucio Napoli (un sempre grande Gianpaolo Morelli), nell’ultimo capitolo ritroviamo uno spietato Luigi Lo Cascio, già introdotto come personaggio a fine secondo capitolo, nel ruolo del chimico dal passato tragico Walter Mercurio, che progetta un attentato chimico all’interno di un’affollata facoltà universitaria.  Dall’incidente di Petrelli si comincia a comprendere quale sia la struttura che Sibilia sceglie per il suo modulo narrativo. Riuscire a ricostruire tutta la storia del progetto Smetto Quando Voglio è cosa ardita e molto complessa. Noi di Arcadicultura possiamo solo dire che mai come in questo caso siamo di fronte a una svolta cinematografica. Sibilia dimostra di aver assimilato anni di Cinema con la “C” maiuscola, divorando avidamente Action (l‘irresistibile e notevole scena dell’assalto al treno in corsa con i mezzi del conflitto nazista rubati al Museo dello Sbarco) e Drama (la miriade di sottotesti di cui il progetto è pregno), ma strizzando l’occhio alla Black Comedy (il pestaggio del Petrelli per mano degli uomini di “Er Murena” rimane gradevolmente dura) e al Grottesco (l’ambiente carcerario e l’attentato all’università). La sua è un’idea di visione a cui il Cinema italiano dovrà abituarsi in quanto non facente parte del suo corredo genetico. Siamo di fronte a un progetto all’americana con una dimensione visiva che si mette al servizio di una narrazione per continui salti spazio/temporali e suggestivi passaggi paralleli. Il tutto sembra a volte poco chiaro, ma sequenza dopo sequenza, il regista guida sapientemente lo spettatore verso il filo logico e unico che porta all’obbiettivo finale. Ma allora ci potremmo domandare se la formula Sibilia inizia e finisce solo nella semplice destrutturazione della narrazione? Affatto. La formula tarantiniana fa solo da involucro a una storia pensata con un’umiltà e con una dedizione profondissime. Siamo di fronte a un Cinema che vuole parlare di sé ma anche di noi, della società e del suo autolesionismo. Dentro il progetto Smetto quando Voglio possiamo tranquillamente affermare, senza peccare di esagerazione, che vi è un capolavoro soprattutto grazie ai continui riferimenti, diretti e spericolati, alle problematiche odierne. Lo humour stempera la drammaticità solamente in favore della narrazione, ma il contenuto rimane amaro costringendoci a sorridere di gusto ma a masticare amarissimo. Sibilia lancia un forte schiaffo a un certo perbenismo plasmato sul rigore culturale, deflagra moralità d’accatto (vedi la scena della mancata cattedra di Zinni di fronte al viscido Seta) e ne evidenza lo stato comatoso che esse provocano nel dinamismo sociale. Tutti i protagonisti sono laureati in cerca di una dignità che la società gli ha strappato violentemente. Non importa la barricata, a Sibilia non interessa chi è cattivo o chi è buono dal momento che tale distinzione non può esistere in un girotondo di soli perdenti. Il coma esistenziale fa convergere i destini dei “reietti culturali” verso orizzonti inesplorati, dell’arrangiamento da cui il salto per la dimensione delinquenziale è breve. Ma il regista non si ferma a ciò e si spinge oltre delineando l’incapacità delle istituzioni di fronteggiare il problema. La stessa lista delle così dette Smart Drugs, è un equivoco morale profondissimo che mette in grado malavitosi di svolgere lavori non punibili la cui domanda è la sempre crescente necessità di sballo da parte dei giovani. Temi forti i quali trovano forte spessore nella figura della moglie di Zinni, Giulia che pone sempre il marito di fronte al dubbio morale che attanaglia il suo operato (magnifica la sequenza dello scontro di vedute di fronte al centro di recupero tossicodipendenti) e nell’impossibile collaborazione tra l’integerrima poliziotta Paola Coletti (Greta Scarano) e il commissario Galatro (Francesco Aquaroli) a causa delle differenti vedute riguardo il “metodo” di risoluzione dei problemi che man mano prendono forma e dimensione sempre più amplificate. Ma se la droga scorre a fiumi nei film di Sibilia, non è da meno la Chimica, vera arma con cui il “mito dello sballo” non potrebbe essere venerato. E mentre man mano assistiamo alla cacciata dei mercanti dal tempio della cultura per farli defluire in quello della perdizione, velocemente si fa spazio l’ira punitiva della morale che trova nel Dottor Mercurio il proprio cantore. Lo Cascio dà vita a un personaggio molto complesso, dedito al terrorismo per vocazione etica, per vendetta contro un sistema lavorativo reo di aver provocato la morte della sua ragazza in nome di un contenimento costi/guadagni. Già, infatti Mercurio rappresenta metaforicamente il portabandiera delle morti bianche, quelle che accadono sul lavoro solo perché il lavoro ha perso nel tempo le sue regole. La sicurezza dei cantieri, la manovalanza, i fondi persi e l’assenza della barricata sindacale prendono corpo nel gas tossico che il professore amareggiato vuole somministrare a innocenti convenuti in una facoltà tra i quali ritroviamo ancora una volta il viscido Seta divenuto ormai squallido lacchè. In questo caso solo l’imprevisto può nuocere a tale obiettivo come, ad esempio, la presa di coscienza da parte di un ruvido “Murena” in metropolitana vestito da frate (travestimento del gruppo per fuggire dalle forze dell’ordine in una delle più divertenti scene del terzo capitolo). Sarà proprio lui e Zinni a fermare in extremis Mercurio nel suo intento. Nel complesso possiamo dire che recensire un prodotto così rende giustizia alla scrittura e orgoglio alla nostra Settima Arte. Sidney Sibilia dimostra come il Cinema abbia cambiato linguaggio e ci fa comprendere come questa decodifica può scaturire da una sapiente fusione tra forma e sostanza, tra visione e contenuto, grazie anche ad una squadra di attori tutti azzeccati e in parte, affiatati come pochi, ma soprattutto alla magistrale sceneggiatura scritta dal regista in collaborazione con Valerio Attanasio, Andrea Garello, Francesca Manieri e Luigi Di Capua (membro dei The Pills). Il resto lo fa il montaggio straordinariamente eseguito da un Gianni Vezzosi (Veloce come il vento [2016] e Imago Mortis [2008]) in stato di grazia che trova galvanizzato il suo lavoro dalla magnifica fotografia di Vladan Radovic. Da manuale lo score di Andrea Farri in grado di scuotere letteralmente la stratificazione tematica dell’intero progetto. La performance strumentale riesce ad alleviare i momenti gioiosi per poi riportarci coi piedi per terra quando a essere posti in gioco sono i sentimenti e le riflessioni. Ritmo forsennato e poliedrico come la storia narrata. Smetto Quando Voglio è grande Cinema per grandi intenditori, una perla rara nel panorama contemporaneo. Da vedere o da riscoprire per gioirne ancora. Formidabile tour de force tra regista e materia trattata. Cinema con gli attributi in tutti i sensi. Ad avercene.
Alessandro Amantini

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