Lo spiazzante nulla di Clark e Co.

Vogliamo parlare di Ken Park? Va bene, parliamone. L’opera diretta nel 2002 da Larry Clark e Edward Lachman, viene presentata alla 59ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia suscitando sdegno e scalpore tra i convenuti. Il film si ferma alle porte australiane, paese in cui tuttora risulta bandito. Ma cosa è Ken Park? Possiamo tranquillamente affermare che è un tipo di Cinema studiato a tavolino per sconvolgere e scandalizzare. I due registi statunitensi imbastiscono una storia che trova l’innesco nel suicidio di un ragazzo il cui nome è il titolo del film. Perché tale gesto? La spiegazione ci viene propinata tramite la presentazione di un gruppetto di giovani quali i ragazzi Shawn (James Bullard), Claude (Stephen Jasso), Tate (James Ransone) e la ragazza Peaches (Tiffany Limos). Tutti loro sono amici del defunto e tramite la voce off di Shawn ci vengono presentate la vita e le diverse vicissitudini di ognuno di loro. Clark e Lachman tentano la carta del racconto in stile pastorale americana, strizzando l’occhio allo spiazzante colpo allo stomaco tipico dei film di Haneke dal quale, però, ereditano solo la superficie (anche se in modo dozzinale) ma non la profondità di messaggio che si perde in una messinscena depurata del malessere tipico di Funny Games (1997) o de La Pianista (2001). Dal’altra parte c’è il rimando a inquadrature in stile Von Trier (forte è il richiamo a uno spaesamento in stile Dogville [2003]), ma non ci siamo. I Dogma 95 non abitano minimamente da queste parti. Depurato di tutto il corollario di considerazioni che qualcuno vorrebbe far passare per messaggi e provocazioni, il progetto Ken Park rimane solo su carta e prende forma in una sorta di voyeurismo malsano e inefficace. Lo spettatore assiste a scene di sesso brutale, duro e non simulato buttate qua e là senza che esse vengano ad aderire al montaggio (realizzato per l’occasione da Andrew Hafitz) dando l’impressione di una (in)volontaria mancanza di fluidità della rappresentazione. Musica quasi del tutto assente e non è un bene in presenza di carenze simili. I personaggi rimangono intrappolati in un limbo dove il racconto si perde in frangenti spiazzanti come la scena di masturbazione di Tete precedente all’efferato omicidio dei suoi nonni. Incompiuto il discorso, appena accennato, sulle motivazioni religiose per le quali il padre di Peaches (Julio Oscar Mechoso) prende in sposa sua figlia in ricordo della defunta moglie che le somiglia come una goccia d’acqua. Il tutto viene frullato nel ménage sessuale tra la ragazza e i suoi due amici Shawn e Claude entrambi provenienti da contesti sociali straniati e borderline. Il primo, infatti, intrattiene continui rapporti orali con la madre della sua ragazza mentre il secondo viene continuamente vessato da un padre maniaco e alcolista (Wade Williams) che custodisce gelosamente la sua consorte (una sprecata Amanda Plummer) in stato interessante per la seconda volta. Spezzoni di intime confidenze tra i tre ragazzi si alternano all’arresto di Tate da parte della Polizia, mentre il ragazzo gioisce della propria cattura considerando l’auto della Polizia un degno mezzo di classe. Alla fine la storia torna su una panchina dove vediamo Ken Park, il ragazzo defunto, in un flashback in cui apprende dalla sua ragazza, rimasta incinta, il suo non voler rinunciare alla gravidanza. Sarà il viso scosso del ragazzo di fronte a tale confessione a chiudere la pellicola sui titoli di coda e far presagire l’incipt del film. Secondo noi di Arcadicultura Ken Park non è altro che un rozzo scandalo telefonatissimo. Censura e merchandising vanno a braccetto fin dai primi anni ’80 quando si cominciava a comprendere come il divieto fosse divenuto una moda più che un’imposizione o un atto di bigotta conservazione. La pellicola in versione integrale è di durata pari 96 minuti, ma la differenza non sta tanto nel visto quanto nella noia che sopraggiunge dopo la prima mezz’ora di visione. La pellicola non aggiunge nulla più né sottrae niente a quanto di efferato o scioccante vi è in circolazione. Con buna pace del Cinema sovversivo che purtroppo non abita qui.
Alessandro Amantini
Si consiglia la visione al solo pubblico adulto

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