Il dolce e l’amaro. L’etica di Slade.

Nel 2005 il regista David Slade (30 giorni di buio [2007], The Twilight Saga: Eclipse [2010]) confeziona per la 01 Distribution il notevole Hard Candy. La pellicola viene snobbata dal circuito cinematografico italiano tanto che il film esce direttamente per il mercato Home-Video nel 2008. Un’occasione sprecata da parte del mercato italiano, dal momento che Hard Candy è un piccolo capolavoro di genere. Slade affronta a testa bassa una materia delicatissima ed eticamente complessa (ispirata a un fatto di cronaca successo in Giappone) la quale viene amplificata nella sua ambigua direttiva da una struttura narrativa che non lascia scampo. La storia è quella del fotografo  Jeff Kohlver (Patrick Wilson) che adesca via chat una minorenne (Hard Candy è lo slang inglese con cui si indica una minorenne in internet), Hayley Stark (Ellen Page), la quale si mostra da subito disponibile a incontralo fino ad arrivare a condividere un drink a casa dell’uomo. Di lì in poi per il fotografo la compagnia si trasformerà in agghiacciante incubo. Raccontato così il film può sembrare una storia banale con classica sorpresa insita nella personalità della ragazzina, ma siamo di fronte a qualcosa che va oltre. Slade azzecca, oltre la radicale definizione dei caratteri dei due protagonisti, almeno due sequenze e cioè quella della castrazione di Jeff e l’epilogo finale. La materia si compone tramite una’escalation di tensione che tocca i massimi livelli verso l’ultima mezz’ora della pellicola e ci fa piombare nella più atroce indeterminatezza. Inizialmente non si sa da che parte stare e il regista costruisce sapientemente tutto un corollario di finte rivelazioni che indeboliscono i principi morali di ognuno di noi. Ma quando la verità si va man mano svelando, allora lo spiazzamento è totale e fino all’ultimo crediamo ancora in una sorta di redenzione narrativa. Non è così. Hard Candy è duro e crudo e non fa sconti a nessuno, neanche sul versante del politically correct (disturbante l’interpretazione della Page), anzi ribadisce a più riprese la propria natura eversiva. La performance della Page rende giustizia alla giustizia passando, però, attraverso azioni o atteggiamenti che si fanno odiare sul versante propriamente “di pelle”. Sembra quasi di essere di fronte a una vera e propria antagonista con tutta la carica di negatività propria dei migliori villain. Ma non è così. Il terribile ribaltamento, fisico e morale, dei ruoli prende forma nei dubbi che man mano crescono nello stesso spettatore chiamato in causa sul terribile banco morale dell’etica. Difendere una bambina malata e sociopatica oppure prendere le parti di un pedofilo assassino? Inizialmente si propende per la prima opzione che sembra essere la giusta punizione per il criminale soprattutto se si pensa che a compierla sia proprio una potenziale vittima adescata in rete. Ma se tutto eticamente porterebbe a tale intuizione, dall’altra parte c’è la terribile e incombente ombra dell’efferatezza della giustizia sommaria. E allora ecco che Slade ci sbatte in faccia un piccolo excursus sulle leggi e il loro raggiro, talmente elaborato nello scambio di vedute da divenire quasi giustificazione dell’atto violento. Ripetiamo, Hard Candy va visto con distacco se non si vuole essere moralmente compromessi, dal momento che scava a fondo in problematiche etiche e morali pesantissime. A coadiuvare la riuscita del progetto c’è il bellissimo montaggio elaborato da Art Jones, il quale solo apparentemente sembra essere frammentario o radicalmente tagliato, ma d’improvviso assume senso compiuto nell’aderenza con la trattazione. Il tutto viene accompagnato dal profondo e coinvolgente score elaborato a quattro mani da Harry Escott e Molly Nyman che riescono a trasferire in melodia lo scontro di vedute tra la ragazzina e il suo predatore. Lo sguardo della Page cattura con una malinconia devastante tutto il rancore e il malessere della vittima e al contempo del carnefice, mentre Wilson sembra in ogni momento esalare l’ultimo respiro per poi riprendere vigore violento una volta messo nell’impossibilità di ragionare o di giustificare la propria natura. Il finale, che non sveliamo, rende giustizia a tutti ma nell’accezione più negativa possibile tanto che ogni spettatore è chiamato a riflettere sulla differenza tra giustizia e istinto. Il tour de force si trasferisce dallo schermo al cuore di chi assiste prendendolo per mano e guidandolo nell’antro più buio dell’animo umano. Slade confeziona un film psicologicamente terribile senza eccedere in lungaggini e senza garantire l’effettaccio gore tanto in voga oggi. Lavora di fino, definisce ambienti, li chiude alle spalle dei protagonisti per aprirne di nuovi sempre più oscuri e claustrofobici. Nel 2005 il film viene presentato al Sundance Film Festival grazie alla presa in cura da parte della Lions Gate Entertaiment (casa produttrice che è riuscita negli ultimi anni a centrare numerosissimi bersagli). La pellicola scuote fortemente l’opinione pubblica e la critica tanto che in alcuni paesi subisce anche diverse censure. Alla fine il nullaosta riservato al film è quello del Vietato ai minori di 18 anni. Il divieto è diretto, più che altro, a scene in cui si affrontano discorsi troppo forti riguardo ambiti delicatissimi, mentre alcuni dubbi vengono riservati alle scene più crudeli che sono solo un paio e lasciano comunque allo spettatore l’intendere più che il vedere. La sua versione integrale è di 103 minuti e può essere tranquillamente reperita nei normali store di videonoleggio.
Alessandro Amantini

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