La prossima alba. Il nonnismo secondo Risi.

Marco Risi è uno di quei registi italiani che annovera nella sua produzione film di genere estremamente opposto in cui si alternano trattazioni di impegno civile a quelle più virate verso l’intrattenimento. Nel 1987 dirige Soldati 365 all’alba, primo capitolo di una ideale tetralogia di stampo civile (seguiranno, infatti, Mary per sempre [1989], Ragazzi Fuori [1990] e Il muro di gomma [1991]). Risi sfoglia i quotidiani d’epoca e affronta lo spinoso tema delle pratiche di nonnismo aggiornandone i tristemente noti atti avvenuti tra il 1975 e il 1977 nella Caserma dell’Esercito Italiana Bechi Luserna denominata per l’occasione come Fort Apache, allora distaccamento della 152° Brigata Sassari (Macomer, Sardegna) in cui venivano addestrate reclute durante il CAR. A metà degli anni ’80 il nonnismo aveva raggiunto picchi elevatissimi i quali avevano innescato una esasperazione di toni tale che i TG propinavano numerosi servizi di suicidi avvenuti nelle diverse caserme del paese. A Macomer vi furono episodi del genere, tanto che la sede fu smantellata e solo in anni passati portata a una radicale rivalutazione. Risi non indietreggia di fronte a nulla e sposta gli avvenimenti di Bechi Luserna al confine italiano, vicino Udine, rileggendone il tono latente e sommesso della tragedia. Per l’occasione il regista si affida a un cast di giovani attori tutti veramente bravi, al cui comando ritroviamo Claudio Amendola nel ruolo del ribelle, ma corretto, soldato Claudio Scanna a cui seguono le reclute Manlio Dovì (Salvatore Sciaffa), Claudio Botosso (Adalberto Romani), Pietro Ghislandi (Dario Del Grillo) ed Ernesto Lama (Antonio Esposito). Sin da inizio pellicola risulta estremamente percepibile il clima aspro del disagio morale trattato mettendo a confronto le reclute, al loro arrivo in caserma, con la scellerata squadra dei nonni capitanata dal balordo toscano Buzzi (Alessandro Benvenuti) coadiuvato dai sodali commilitoni Marini (Antonino Iuorio) e Arcuti (Gianni Pellegrino). Due fazioni rese visivamente a mo’ di branchi che severamente battono il proprio territorio delineando il labile confine tra civiltà e primordiale istinto di sopravvivenza. A fare da “pacere” tra i due reparti è il rigido dictat imposto loro dal ferreo Tenente Armando Fili (uno straordinario Massimo D’Apporto) con l’aiuto del Sergente Gallo (Ugo Conti). Ma qualcosa non torna. Inizialmente il tenente si mostra ben disposto all’aiuto e al mantenimento della disciplina, ma pecca dell’affezione di un morbo pericolosissimo quale la gelosia nei confronti della bellissima moglie Anna (Agostina Belli). Sarà proprio tale ossessione a far abbandonare il posto di guardia a Fili durante la notte del congedo dei nonni, evento che degenera in un violento scontro tra Scanna e Buzzi con tanto di richiamo da parte del Colonnello della caserma (Ivo Garrani). Scanna in sua difesa conferma l’assenza dell’ufficiale sancendone il fallimento di promozione che lo avrebbe trasferito vicino casa (Udine). Da questo momento la vicenda assume toni drammatici che vedono un ferocissimo scontro tra il Tenente Fili, convinto del tradimento della recluta, e il ragazzo che riesce a tenergli testa nonostante i gradi. La vicenda sfocia in un tragico epilogo con tanto di corpo a corpo durante un ruolino di guardia. Ma il finale shock è dietro l’angolo e la famosa alba, alla fine dei faticosi 365 giorni, non sarà altro che un nuovo cupo inizio. Perché Soldati funziona? Per moltissimi e importanti motivi, non solo artistici. Cominciamo col dire che in Home Video è stata editata solo la versione cinematografica della durata di 116 minuti a dispetto di quella integrale televisiva di 163 minuti (passata raramente sulle reti MEDIASET). In cosa differiscono le due versioni? Potremmo dire in tutto dal momento che la seconda ingloba completamente la prima ampliandone le “vedute”. Sicuramente siamo di fronte a una versione integrale necessaria e dovuta, superiore alla “prima scelta”. Non sappiamo se la “cine-mutilazione” sia avvenuta per soli motivi produttivi, ma possiamo comunque affermare che la maggiore durata non nuoce alla pellicola e ne restituisce quell’approfondimento di cui, a una prima visione della versione cinematografica, si sente fortemente la necessità. L’inizio, sin dai titoli di testa, risulta completamente diverso fornendoci un quadro più chiaro riguardo le radici di ogni personaggio, il quale vede la leva militare (allora obbligatoria) come una sorta di forzatura e come un universo sconosciuto e temibile anche a causa dei fatti di cronaca che tengono banco nei TG. Fatti di cronaca a cui fa palese riferimento la chiacchierata di Scanna con il soldato Alvise Marasca (Roberto Cavosi) in cui vengono letteralmente citati la parola “Fort Apache” e l’anno (si parla di dieci anni prima) in cui scoppiò il famigerato caso. Anche questa scena fa parte di una delle numerosissime scene inedite nella versione ridotta in DVD. Il film, alla sua uscita, non fu accolto con molto entusiasmo dai ranghi militari dell’Esercito Italiano e forse l’epurazione di tale scena ne è un vivido sintomo. Nella versione integrale ritroviamo anche nuovi ambienti come la casa del Tenente Fili in cui si prende atto del degenerante sistema nervoso dell’uomo che sfocia nell’isterismo a scapito della consorte nella scena del ballo di Capodanno. Vengono inoltre approfonditi gli scontri tra commilitoni e reclute con una maggiore devozione di particolari. Sul versante tecnico si ravvisa una maggiore aderenza tra la versione integrale e la magnifica colonna sonora realizzata per l’occasione da Manuel De Sica e affiancata dalla splendida Soldati composta e interpretata da Umberto Smaila. L’ossessivo e solenne tambureggiare che accompagna il trasporto delle reclute nella caserma ben si sposa con scene più lunghe e logicamente coordinate dando degno merito anche al bel montaggio realizzato da Claudio Di Mauro (svilito dalle mutilazioni dell’Home Video). La fotografia di Giuseppe Berardini fa il resto prediligendo l’alternanza tra ambienti soleggiati delle giornate di libera uscita delle reclute a quelli cupi e drastici della vita di caserma identificandone la claustrofobica durezza. Possiamo dire che Soldati 365 all’alba è anche un film attualissimo. Oggi è stata abolita la cosidetta Naja, la leva obbligatoria con conseguente “libera uscita” per le nuove generazioni. Ma se da un lato questa disposizione ha giovato a quella fetta di popolo per cui il servizio militare rappresenta un ostacolo al raggiungimento di eventuali obbiettivi che non permettono soste o assenze, da un altro punto di vista ha favorito una certa degenerazione di rapporti sociali che, in un modo o nell’altro, esso conteneva e che sono sfociati nelle tristi pratiche del bullismo. Quando si parla dell’attuale bullismo non si identifica una pratica di semplice prepotenza. Oggi questo fenomeno ha assunto proporzioni enormi e di stampo prettamente delinquenziale. Il film di Risi agisce proprio facendo leva su questo fulcro. La rappresentazione del sistema di prevaricazione e di sopraffazione rappresentato in Soldati, traccia la linea di demarcazione tra la semplice bravata (o goliardata) da caserma da quello che è il deliberato atto a delinquere. Il Tenente Fili non è altro che l’allegorica rappresentazione del fallimento del potere di controllo. Le scuole hanno sostituito le caserme in una tragedia che ormai è più nel quadro che nella cornice. Il bullismo e il nonnismo rappresentato nella pellicola di Risi coincidono perché depurati della natura di semplice scherzo. Istigare al suicidio un compagno, decretarne l’emarginazione collettiva sono spina dorsale di un sistema delinquenziale. La maggior parte degli istituti scolastici sta trasfigurando in una sorta di Fort Apache 2.0 con tanto di corpo docente e amministrativo incapaci di porvi limiti e rimedi. Il film di Marco Risi può metaforicamente essere un parallelo con la sconcertante realtà Bullismo 2.0.  Altro problema affrontato dalla pellicola di Risi è quello dell’omofobia che vede nel congedo forzato di Del Grillo un atto dovuto e forzato al contempo (forte il richiamo solidale del ballo tra Gallo e la recluta vestita da Madonna nel settore delle docce). Emblematica la battuta del dottor Adalberto Romani nei confronti di un commento omofobo da parte del compagno d’armi Lama, “Il problema non sono i ricchioni, ma i gradi che danno alla testa”. Il regista inasprirà ancor più i toni col successivo Mary per Sempre con cui l’omofobia coinciderà col calvario della violenza nelle carceri, ma il suo Soldati 365 all’alba rimane tappa fondamentale per comprendere la nascita, l’evoluzione e il decadimento di un sistema non solo militare ma anche morale e sociale. Purtroppo, con l’avvento dei così detti Cine-Panettoni e con altro tipo di intelletualismo forzato si è perso definitivamente (tranne alcuni rari casi come lo spiazzante Diaz – Don’t Clean Up This Blood [2012] di Vicari o l’eccellente I nostri ragazzi [2014] di Ivano De Matteo) lo smalto di certe operazioni. Bisognerebbe riuscire a comprendere meglio la cine-produzione nostrana passata, rivalutandone il senso e lasciando a sterili critiche semplicemente il tempo che trovano (e che meritano).
Alessandro Amantini

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