Piangere più volte. Troisi e Benigni al cinema.

Nel 1984 Roberto Benigni e Massimo Troisi sono all’apice della notorietà. Il primo, prima della lunga militanza nella “TV-Gang” di Arbore & Co. (Quelli della notte [1985] e Indietro Tutta! [1987-88]), recita nel famoso Berlinguer Ti Voglio Bene diretto nel 1977 da Giuseppe Bertolucci e scandalizza le platee di Sanremo nella contestatissima edizione del 1980 in veste di conduttore insieme a una giovanissima Olimpia Carlisi. In questo stesso anno dirige la sua prima opera Tu Mi Turbi che riscuote un buon successo. Troisi, dopo una lunga e folgorante gavetta teatrale col trio de La Smorfia (con Lello Arena e Enzo De Caro), già annovera come regista opere di successo devastante quali Ricomincio da Tre (1981) e Scusate Il Ritardo (1983). Due mo(n)di di recitazione e di comicità completamente agli antipodi, che però, più volte paventano un sodalizio artistico nelle numerose incursioni televisive che a volte li vedono condividere i divani In di alcuni  famosi programmi diretti da Pippo Baudo. Il sodalizio cinematografico, straordinario e irripetibile, avviene con Non Ci Resta Che Piangere di cui i due comici sono anche registi e sceneggiatori. La pellicola diventa il caso mediatico dell’anno deflagrando letteralmente i botteghini italiani e diventando uno dei film più visiti di sempre. Rimasto ormai nella memoria di milioni di cinefili italiani (e non solo) Non Ci Resta Che Piangere, col passare del tempo è diventato oggetto di culto, ma anche una voragine di mistero che tuttora resta parzialmente irrisolta. Stiamo parlando, naturalmente, delle numerose indiscrezioni che ruotano attorno alle versioni esistenti della pellicola. Come affrontare questo argomento? Non senza difficoltà dal momento che la materia è abbastanza complessa e vasta. Cominciamo con l’affermare che nel caso di Non Ci Resta Che Piangere, non si può parlare di “versione integrale”, ma di una vera e propria versione alternativa. Erroneamente etichettata come semplice “versione televisiva” la pellicola in questione non ha niente da condividere col mondo del piccolo schermo. La sua durata di 145 minuti circa, contro i 105 minuti della versione destinata al circuito Home Video, non corrisponde al solo ampliamento di alcune scene. Procedendo a piccoli steps, partiamo dall’omonimo romanzo d’appendice scritto dai due comici, edito dalla Mondadori – Sezione Oscar del 1984. Proprio in questo libro, ormai fuori catalogo, si possono ritrovare le risposte a tutto quel corredo di misteri e considerazioni che col passare degli anni hanno reso la pellicola fonte di discussioni. Cominciamo col dire che la versione alternativa di 145 minuti rispecchia quasi fedelmente il libro di origine e quindi la volontà dei due autori. Per non perderci nei meandri di tale analisi indicheremo con V.C. la versione cinematografica e con V.A. quella alternativa. Nella V.A. ritroviamo numerose scene non presenti nella V.C. ma riportate, invece, nel libro. Partiamo dal famosissimo tormentone “Digli se ci ha un’amica” che il maestro elementare Saverio (Roberto Benigni) ripete come un mantra di sfinimento al suo amico bidello Mario (Massimo Troisi). Molti spettatori credono che questa famosa frase venga pronunciata solo quando i due si trovano ormai intrappolati nell’era medioevale e al cospetto di eventuali conquiste amorose (eccezionale la seduzione “pregna”di sguardi all’interno della chiesa), ma non è così. La sua origine trova senso compiuto in una scena presente solo nella V.A. che si colloca poco dopo la svolta dell’auto in cui i due viaggiano, verso una stradina alternativa al passaggio a livello che blocca il loro proseguire. Nella V.C. il taglio di scena trova riscontro sia in una ripresa logicamente inesatta (l’auto percorre una strada logisticamente non compatibile con la posizione del passaggio a livello) sia  nella splendida colonna sonora realizzata da Pino Donaggio che però parte a inizio del viale che l’auto si appresta a percorrere. Nella V.A., invece, la musica non c’è e l’auto percorre un tragitto più lungo (più razionale con la visuale dall’alto del passaggio a livello) durante il quale si blocca momentaneamente in una sosta in cui Saverio e Mario discutono animatamente. Il primo ammonisce il secondo a causa del fatto che la loro prevista vacanza all’estero salta per causa del fatto che Mario ha deciso di andare da solo con una ragazza svizzera. Saverio, incredulo e contrariato, domanda all’amico se può venire anche lui contrapponendo alla reticenza dell’altro il fatto che una ragazza non può non avere un’amica con lei specie se straniera e incontrata su territorio italiano. Al secco ribadire da parte di Mario che la ragazza non ha un’amica, Saverio si arrabbia e riparte con l’auto. Questa scena è particolare in quanto, secondo alcune indiscrezioni, è presente anche in una versione diciamo “ibrida” ovvero la V.C. ampliata proprio tramite questo espediente. La storia prosegue e giungiamo al momento in cui i due protagonisti giungono alla famigerata locanda in cui subiscono un salto spazio/temporale che li catapulta in quel di Frittole, antico paese immaginario  di fine Quattrocento. Il risveglio per Mario e Saverio è traumatico e di fronte allo smarrimento ingaggiano una corsa forsennata fuori la locanda per ritrovare il giardino dove avevano lasciato l’auto che in panne li aveva fatti sostare nell’alloggio la sera prima. Anche qui la V.A. ci offre pochi secondi in più ravvisabili nella corsa dei due verso l’obiettivo prefissato. Una volta rassegnatisi all’irreparabile i due trovano ospitalità nel casale di Vitellozzo (Carlo Monni) macellaio rivoluzionario. Nella V.C. la scena del trasporto del corpo del fratello di Vitellozzo (ucciso dai seguaci di Savonarola) nel casale è molto ridotta mentre nella V.A. ci vengono mostrati  dettagli della fatica da parte dei tre nello scaricare il corpo dal carretto e portarlo nell’anticamera della macelleria di casa. Da questo punto in poi le due versioni V.C. e V.A. coincidono per un bel po’ fino a quando, in un momento di stanca, i due protagonisti discutono seduti al tavolo dell’abitazione di Vitellozzo sulla presunta promessa d’amore di Mario nei confronti di Gabriellina, sorella di Saverio depressa per essere stata abbandonata dal suo ragazzo americano (spiegazione nella scena di apertura pellicola). I due litigano per poi riappacificarsi col solito chiarimento. Passano i minuti e si arriva a quella che è la scena-perno, la chiave di “svolta” che differenzia in modo radicale le due versioni della pellicola. Mario e Saverio partono in missione per fermare Cristoforo Colombo, reo secondo il maestro elementare, di essere la causa dei mali della sorella. Durante il viaggio incontrano numerosi personaggi stravaganti (sublime la comicità della scena del passaggio del confine territoriale al grido “Un fiorino!”) e anche importanti tra cui Leonardo da Vinci interpretato con stralunata bravura da Paolo Bonacelli. Sul sentiero che li porta verso l’obiettivo, però, subiscono l’attacco da parte di Astriaha (una bellissima Iris Peynado) sorta di amazzone che ha il compito di fermare gli uomini di un certo Alonso il quale vuol porre fine alla missione di Colombo. I due si rifugiano dietro il carretto e la donna, a causa di un’insolazione, sviene. Nella V.C. i due approfittano dell’accaduto e scappano via prima che la donna si risvegli e li uccida. Arriveranno a scontrarsi di nuovo con la guerriera in una locanda dove apprenderanno la partenza in anticipo delle famose tre caravelle. Nella V.A., invece, i due protagonisti aiutano la guerriera dando lei assistenza e rifugiandosi presso un maneggio nella cui stalla Mario intraprenderà un rapporto carnale con la ragazza a dispetto di Saverio che nel frattempo se ne è infatuato. La gelosia di Saverio lo porterà a mentire ad Astriaha confermandole che loro sono davvero uomini d’Alonso e che Mario ha tradito la sua fiducia. Al risveglio, Mario non trovando più la ragazza, capisce quello che ha fatto l’amico e intraprende con esso un lunghissimo litigio che li porterà presso una spiaggia dove Saverio, in preda al panico, grida a Colombo di fermarsi guardando il mare aperto. Scena questa che si riallaccia alla V.C. Il delirio di Saverio nel non aver avuto modo di fermare Colombo, porta Mario a chiedere all’amico il motivo per cui Colombo gli provoca tanta rabbia. Saverio gli confida che fermando il navigatore genovese avrebbe evitato la scoperta dell’America (in realtà poi le Indie) con conseguente non nascita del ragazzo americano che ha sancito il declino di salute di sua sorella. Mario si arrabbia e in un eccesso di disperazione promette all’amico che, in caso riescano a tornare nel loro tempo, sposerà lui sua sorella con tanto di sacrificio. Saverio rimane sollevato dalla promessa e proprio in quel momento i due vedono del fumo arrivare da prati lontani. Il rumore di un treno raggiunge il loro udito e i due protagonisti, credendo di essere tornati nel loro presente. Corrono verso quella visione che in realtà altro non è che Leonardo da Vinci il quale è riuscito a creare una locomotiva grazie al loro insegnamento ottenuto nel precedente incontro. La pellicola si chiude con Mario e Saverio che si abbracciano ridendo e piangendo al contempo. La scena finale rappresenta un altro punto focale nelle numerose discussioni che in questi anni hanno tenuto banco. Ritornando al romanzo scritto dai due attori, il finale risulta diverso. Una volta che Mario promette a Saverio di sposare sua sorella a patto che si riesca a tornare al presente, l’amico insegnante acconsente e con tenerezza confida al bidello di sapere come ritornare. Indica lui un percorso invitandolo a seguirlo. Tra i fan c’è chi dice di aver assistito alla visone di questa scena. Si paventerebbe il caso, quindi, dell’esistenza di una ulteriore versione che finora rimane “occulta”. Altri affermano di aver visto scene inedite all’interno di un’ulteriore visione. Il mistero che aleggia sull’esistenza o meno di questi frangenti filmici è alta e finora mai provata, ma nei contenuti speciali presenti nella versione Collector’s Cut a due dischi edita dalla Cecchi Gori Group a fine anni ’90, Carlo Monni (che nel film interpreta Vitellozzo) afferma che Vittorio Cecchi Gori assistette ad una  visione privata con Massimo Troisi e Roberto Benigni  del materiale girato. Questa prima versione, mai venuta alla luce, avrebbe una durata di circa quattro ore e sarebbe condita di imperfezioni e d’improvvisazioni tra i due attori. Questo ne farebbe una versione “anacronologica”, ma in essa poterebbero essere presente le famose e tanto desiderate scene inedite oltre a frangenti in cui poter ammirare ancora una volta (come se fosse la prima) la bravura del compianto Massimo Troisi. Più volte i fan hanno chiesto alla Cecchi Gori Group di editare Non Ci Resta Che Piangere in una versione definitiva da collezione in cui vi venisse riversato tutto il materiale esistente e cioè le diverse versioni del film (compresa quella di 240 minuti) più tutti i possibili contenuti extra. Purtroppo, al momento, la casa produttrice non ha dato risposte in merito, forse a causa di alcuni diritti di copyright venuti a mancare in conseguenza della rottura del sodalizio (privato e professionale) tra Vittorio Cecchi Gori e la sua ex consorte Rita Rusic.  Attendiamo con ansia eventuali nuovi sviluppi. Per ora dobbiamo accontentarci delle due versioni esistenti. La prima, quella cinematografica, in Home Video e la seconda, alternativa, reperibile solo nei rarissimi passaggi televisivi dell’allora TMC2 o quelli più recenti della RAI. La prematura scomparsa di Massimo Troisi non solo ha lasciato un incolmabile vuoto affettivo e artistico, ma ha congelato eternamente anche un seguito della pellicola che, a detta di Roberto Benigni, era già in cantiere dal momento che il comico toscano ha ribadito più volte che lavorare con Massimo era un esperienza moralmente edificante. In un intervista a morte avvenuta dell’attore napoletano, con gli occhi gonfi di lacrime, Benigni disse “Finalmente Massimo si è fatto quella famosa dormuta che durante le riprese avrebbe sempre voluto farsi”.
Alessandro Amantini

 

 

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