A casa tutti bene. Noi spettatori, al cinema, un po’meno

Il grande Ettore Scola ha saputo descrivere, come altri grandi autori suoi coetanei (vedi Pietro Germi o Mario Monicelli) in modo cinico e realistico le difficili dinamiche familiari con i loro difetti, i loro eccessi, le loro invidie e cattiverie. Ma anche con un’attenzione particolare alla psicologia dei personaggi che si integravano perfettamente nel contesto della storia narrata, come nel suo capolavoro del 1987 La famiglia. Trentuno anni dopo, Gabriele Muccino cerca disperatamente di emulare lo stile e le gesta del suddetto regista, purtroppo sbattendo contro una sceneggiatura banale e insulsa che niente aggiunge a quanto già cinematograficamente conosciamo. E non lo aiuta un cast stellare che, con un soggetto e una regia diversi, avrebbe potuto sicuramente alimentare lo spessore purtroppo inesistente della pellicola. A nulla valgono le mostruose (nel senso positivo del termine) interpretazioni offerte da Stefania Sandrelli, Ivano Marescotti, Valeria Solarino, Claudia Gerini, Sabrina Impacciatore, Pierfrancesco Favino, Gianmarco Tognazzi, Giulia Michelini e Massimo Ghini, ognuno perfettamente in parte nel doppio ruolo comico e drammatico che li pone al di sopra dei propri colleghi che stavolta deludono le aspettative. Fuori parte e totalmente sconnessi col resto della storia, infatti, troviamo Stefano Accorsi, Carolina Crescentini, Giampaolo Morelli ed Elena Cucci, troppo isterici, troppo sopra le righe, troppo non contestualizzati nell’evolversi della storia che già di suo poggia su basi di argilla. Il pretesto per dare vita ai soliti rancori sopiti, alla solita facciata buonista, ai soliti rapporti solidi come un vaso di terracotta caratterizzanti qualsiasi dinamica familiare è l’anniversario di cinquant’anni di matrimonio dei coniugi Pietro e Alba (rispettivamente Marescotti e Sandrelli) che per l’occasione riuniscono la loro sterminata famiglia su un’isola del Sud. Ed ecco che l’occasione diventa propizia per scatenare rancori e gelosie tra Elettra e Ginevra, l’ex moglie e quella attuale di Carlo (Favino), una Solarino mai così brava che seppellisce artisticamente con una prova di recitazione pacata e intensa una Crescentini troppo esasperata ed eccessiva. Oppure, per far ritrovare il figliol prodigo Paolo (Accorsi), viaggiatore, scrittore, sognatore con l’amica di infanzia Isabella (la Cucci), facendogli scoprire per la prima volta nella sua vita che cosa significhi amare. E anche per far cadere il velo di falsità aleggiante sul matrimonio favolisticamente perfetto di Sara (l’Impacciatore) con il marito traditore Diego (Morelli). Dinamiche familiari in cui si insinuano perfettamente le turbolente esistenze di Riccardo (Tognazzi) e Luana (la Michelini), sempre ultimi, sempre ai margini, sempre bisognosi (che però al momento opportuno dimostreranno più dignità dei rispettivi parenti) e quelle drammatiche di Beatrice (la Gerini) e Sandro (Ghini), una coppia condannata dall’Alzheimer di lui, ma profondamente innamorata di quel briciolo di ricordi che riescono condividere. E in tutto questo marasma generale che si consuma in litigi estremi, crisi isteriche, tradimenti, ossessioni, qualche canzone nostalgica condivisa al pianoforte e bugie ruotano le vicende dei giovani di casa, metafora dell’amore che sboccia appena sull’esempio di tanti altri che pian piano vanno a morire. Tutto ciò poteva davvero dare vita a un film gradevole e interessante se a far da sfondo non ci fosse stato un deserto di sceneggiatura e una recitazione edulcorata. Muccino dirige con la solita abilità la macchina da presa, coadiuvato anche dalla bellissima colonna sonora curata dal premio Oscar Nicola Piovani, ma si lascia trascinare purtroppo da una scrittura banale che non ha guizzi. Forse meno personaggi avrebbero reso meglio il messaggio comunque attualissimo della pellicola: forse è proprio questo cast così ampio a rendere il film dispersivo, perché lo spettatore riesce sì a concentrarsi su tutte le storie che si intrecciano abilmente l’una con l’altra, ma a un certo punto si perde nelle medesime cercando (e non trovando) un punto di arrivo, o meglio. Trovando sempre la stessa asfissiante morale non morale che, ripetiamo, non aggiunge né toglie nulla a molte produzioni precedenti. Peccato davvero, perché gli spunti di riflessione sono tanti e validi, solo reiterati e già triti e ritriti. In puro stile mucciniano.
Giorgia Amantini

 

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