Frustami e ti porto a cena. Tutte le sfumature del ridicolo

Ci teniamo molto a precisarlo. Noi di Arcadicultura abbiamo mantenuto, manteniamo e manterremmo sempre una correttezza professionale nei riguardi del nostro pubblico, soprattutto per quel che riguarda la pacatezza e l’eleganza di un certo modo di definire, di recensire e di considerare. Ma questa volta, dovete crederci, abbiamo faticato moltissimo nel trattenerci da una “fuoriuscita” dagli schemi. Recensire l’intera trilogia unrated (!?) di Cinquanta sfumature di grigio (2015-2018), infatti, è stato possibile solo mediante una mano sulla tastiera e l’altra che intanto era predisposta con fazzoletto ad asciugare le lacrime dovute un po’alle risate trattenute e un po’ al dolore inflitto alla Settima Arte da parte degli ideatori di questo progetto. Ma la trilogia di Cinquanta sfumature di grigio deve comunque essere presa in considerazione se non per il valore aggiunto al mondo della Cine-Arte, almeno per il suo valore di “fenomeno di costume” dal momento che la sola prima parte ha incassato l’incontrollabile cifra di 571.006.128 dollari in tutto il mondo, di cui 166.167.230 solo negli Stati Uniti! Ciò ci porta a riflettere su certi valori filmici o derive social che rendono tale realtà oltre i limiti della stessa.  Ma partiamo dal romanzo d’origine. L’intera trilogia è un riadattamento dei tre omonimi romanzi Cinquanta sfumature di grigio, Cinquanta sfumature di nero e Cinquanta sfumature di rosso scritti da E.L. James, al secolo Erika Leonard. Se dovessimo giudicare i libri, potremmo dire che, nonostante ci si trovi di fronte a operette da puro intrattenimento da scaffale per latenti pruriti, un certo piglio erotico potremmo pure rinvenirlo tra le numerose pagine. La storia di un amore (im)possibile tra una brava ragazza (Anastasia “Ana” Steele, interpretata nel film da Dakota Johnson) e un ricco imprenditore con tendenze sadomasochiste (Christian Grey, al secolo filmico Jamie Dornan) su carta sembra poter divenire credibile anche negli sviluppi (non parliamo di intrecci narrativi, per carità!). Il problema sorge quando la Universal Pictures acquista i diritti dei libri (dalla casa Goldmann / Verlangen) e ne comincia a paventare un adattamento cinematografico. L’operazione di merchandising è palese e neanche tanto telefonata, anzi diviene scellerata e oltre la linea di confine che separa le sale cinematografiche dalle grandi catene di compravendita. Il consiglio di amministrazione della major si riunisce con l’intento di edulcorare la dimensione “eccessivamente trasgressiva” dei romanzi trasformandola, visivamente parlando, in un colossale show di falsi pruriti BDSM a buon mercato e patinatura spinta figlia del miglior Top Gun Style d’annata. Una sorta di Kāma Sūtra casalingo dalle tinte erotiche degne di una litigata negli show televisivi della De Filippi. Si parte nel 2015 con Cinquanta sfumature di grigio la cui regia viene affidata ad una sparuta regista quale Sam Taylor-Johnson che, complice la sceneggiatura (?) a sei mani (!) realizzata da Kelly Marcel, Patrick Marber e Mark Bomback, butta giù la bellezza di 129 minuti di situazioni al limite del parodistico involontario (forse) e del patetico più spinto. I caratteri o le vicissitudini personali dei protagonisti vengono approfondite con la superficialità pari alla forza impressa da una spatola da burro su di una lastra di cemento, mentre la storia scorre mediante un montaggio (Anne V. CoatesSusan LittenbergSabrina Plisco) che sfiora l’epilessia visiva la quale si scontra con momenti di stanca dove il vuoto di concetto la fa da padrone. I concetti (se li si vuol elevare a tali ranghi) latenti nella pellicola sono molti e tutti da far impallidire anche il cinefilo più a buon mercato. Secondo la storia narrata, infatti, si può evincere che chi è laureato in lettere (come la protagonista Anastasia Steele), paragonato a un laureato in Marketing (l’imprenditore Grey) non può che far la figura di un ritardato. Anastasia di fronte all’imprenditore balbetta, alza e abbassa gli occhi, si guarda intorno, si morde il labbro (pazza! Non si può fare se no scatta l’aggressione sessuale!) fa domande idiote (formidabile il “ma tu suoni?” vedendo il pianoforte in casa di Grey oppure “ma è un auto!” di fronte al veicolo regalatogli dell’imprenditore che prontamente risponde “non ti si può nascondere nulla!”). Poi si arriva al sodo, senza tanti fronzoli concettuali o perdite di tempo e si comincia la conoscenza “carnale”(e qui una risata con tanto di lacrime ci sta benissimo). I due entrano nella “stanza dei giochi” multicolore (quella che a prima vista Anastasia credeva contenesse la Play-Station!) e qui assistiamo a una messa in scena da accapponare la pelle. Amplificatori a manetta per una musica che non lascia scampo allo spettatore e una fotografia (Seamus McGarvey) da  perversione “da parrocchia” con esasperazione dei colori da interno che perdono luce ogni volta che la musica si alza quando l’amplesso (casto come un viaggio di pellegrinaggio a Pietrelcina) viene inquadrato. L’Unrated Version (129 minuti) è scandalosa e ci fa dubitare quanto la versione ufficiale (125 minuti) faccia tanto pensare a una Cappuccetto Rosso Style Story. Guardando questo primo tassello cinematografico dedicato al Grey BDSM ci è venuta quasi una lacrima di gioia nel pensare a Nymphomaniac di von Trier, non tanto per la ricercatezza e la storia, ma perché almeno possiamo dire che qualcun altro la pensa in modo diverso e per fortuna! Noi di Arcadicultura di questo primo tassello della trilogia, ci sentiamo di salvare solamente la Main track Love Me Like You Do di Ellie Goulding la quale tecnicamente risulta essere pulita e ascoltabile. Il resto è “solo chiacchiere e distintivo” come direbbe un famoso Al Capone di qualche anno fa. La regia è sciatta e la patinatura è talmente laccata che lo scivolone stilistico e cinematografico risulta più che prevedibile. Ma se con Cinquanta sfumature di grigio la rincorsa al botteghino e alla morte della Settima Arte vengono avviate, con il sequel Cinquanta sfumature di nero (2017) il danno regna incontrastato. Una prima lama nel fianco, secondo chi scrive, è vedere dietro la macchina da presa il veterano James Foley. Cosa ci fa lì l’autore di thriller di prim’ordine come il potente ed efferato A distanza ravvicinata (1986) con Sean Penn e Christopher Walken e Paura (1996) con Mark Wahlberg? Questione di compensi? Sicuramente sì, altrimenti non si spiega come un cineasta, una volta formidabile, potesse piegarsi a simili scempi di commissione. D’accordo, anche Foley aveva diretto Who’s That Girl? (1987), ma vogliamo mettere a confronto Madonna con Dakota Johnson? Andiamo… recita meglio ed è più trasgressiva la pop star nel video Like a Prayer che l’attrice in tutta la trilogia grigio/nero/rossa! Cinquanta sfumature di nero rappresenta la morte della coerenza narrativa e lo zenit dell’anti-cinema, l’insostenibile leggerezza della recita e lo squallore di dialoghi che sarebbero più appropriati per una televendita. Non parliamo, poi, della citazione che la Johnson “rinverdisce” (o appassisce fate voi) ricalcando le parole recitate dalla madre Melanie Griffith in La Donna In Carriera (1988) di Mike Nichols in cui la protagonista Tess diveniva capo-redazione di una grossa impresa. Patetismo ai massimi storici e ai minimi livelli. Una vera cine-bestemmia che i fan del film di Nichols non devono aver preso molto bene di sicuro. Ma passiamo al lato tecnico. L’unica cosa che si salva della pellicola è qualche scena di azione (il tocco di Foley è latente) e nulla più. Per il resto siamo di nuovo nella scatologia filmica pura. Amplificatori a manetta per una colonna sonora costante (il povero Danny Elfman cerca di tirare tutti i sacrosanti 131 minuti unrated!), ripetitiva e ossessiva atta a sottolineare gli Hot Spots della pellicola. Ce ne sono, sono tanti ma sono all’acqua di rose e così ci viene propinato un colore nero in stile Bianco ACE gentile. La stanza nera diviene palco per un BDSM in cui di complicato ci sono solo i nodi. Un erotismo che si ferma a piccole inquadrature di nudo con la mano sempre pronta a fermarsi un attimo prima di inquadrature troppo “sottostanti” e ardite (se no il merchandising ne risente nonostante piccoli divieti comincino a proliferare qua e là in altri paesi). Tutto l’atto erotico (o presunto tale) si spegne in una introduzione spiccia e mai definita che ne sancisce la morte prima della nascita. Corollario di perversioni da cinema per famiglie. Passando alla storia (se qualcuno vuole trovarla) rivediamo Grey pronto a proteggere il suo “investimento Ana” (diminutivo che usano tutti, ma proprio tutti nei confronti della protagonista, anche chi non la conosce affatto!) dagli attacchi esterni, tramite compravendite, licenziamenti e desideri esauditi. E proprio il licenziamento di un ex collaboratore di Anastasia, un certo Jack Hide, ad opera di un Grey geloso, diviene il collante tra le due prime pellicole e la terza. L’uomo (interpretato da un imbolsito Eric Johnson) infatti organizza contro i coniugi sadomaso una sfida che viene accennata nel ridicolo finale. Il cattivo è talmente efferato tanto che Skeletor, antagonista della cult series animata Masters Of The Universe (1983), mette più inquietudine. Questo “tipaccio”, mette a ferro e fuoco cantieri e addirittura fa precipitare Grey nelle foreste boicottandone l’elicottero. Ma Grey, uomo d’acciaio da far invidia al suo predecessore Hiroshi Shiba, riesce a salvarsi con tanto di segretaria a carico e, senza cambiarsi d’abito, piomba a casa di Anastasia e dei suoi familiari proprio mentre la TV annuncia che l’elicottero era caduto. La scena sembra uscire da uno degli Hot Shots! dell’allegra factory Abrahms. Parodia involontaria e micidiale di fronte a cui non si può che piangere. Pianto che si alimenta con l’ultima grande delusione che si materializza in una dimessa e confusa Kim Basinger. 9 Settimane e ½ (1986) rimane un pallido ricordo e l’attrice sembra rimpiangerlo dal momento che il suo personaggio, la pedofila/matrigna Elena Lincoln / Mrs. Robinson (anche Dustin Hoffman è sobbalzato al sentire tale soprannome), è ai limiti dell’idiozia filmica e dell’inutilità narrativa. L’attrice, un tempo sogno inconfessabile mondiale e icona sexy per antonomasia, si ritrova in una piccola parte nella quale prende schiaffi in faccia e viene innaffiata di champagne dagli iracondi genitori di Grey che l’avevano pescata alla festa dei due novelli fidanzatini trasgressivi. Che caduta in basso e non solo per la Besinger ma anche per tutto il mondo erotico che aveva reso grande il genere in questione. Giunti alla fine della sfumatura nera si comprende come l’idea del matrimonio tra Ana e Christian debba prendere corpo anche per far sorridere tutti i milioni di fan che sospirando stavano attendendo ormai troppo. Ecco, quindi, aprirsi Cinquanta sfumature di rosso con la scena tanto attesa. Perseverare è diabolico e allora ritroviamo di nuovo il veternano Foley dietro la macchina da presa per immortalare (nei primi 3 minuti dei faticosi 105) la cerimonia nunziale più laccata della storia del Cinema. Agghiaccianti rimandi al kitsch più estremo con tanto di semi-bagliore onirico (fotografia patinatissima di John Schwartzman) buttato lì (“Smarmella! Smarmella!” vi ricorda qualcosa?) quasi a freezare gli ospiti convenuti tra cui ritroviamo i genitori del protagonista (imbarazzanti performance dei veterani Andrew Airlie e Marcia Gay Harden) finalmente quieti, dopo i primi due capitoli, dal momento che finalmente il figlio ha trovato la pace interiore. A essi si accompagna una pletora di giovani attorucoli, bellocci che ogni tanto veniamo a conoscere anche nei capitoli precedenti. Ci sono fratelli, cugini e cugine, tutti battenti “origine Grey” per ribadire il concetto di famiglia. Allegria e raggiungimento di una maturità che vengono ribaditi a più riprese durante la pellicola in modo ridicolo e inguardabile come la performance canora di un Grey al piano stile Ray Charles con tanto di applausi, oppure come l’aggressiva possessività di Ana nei confronti di una libidinosa progettista rea di aver sfiorato il suo consorte durante la dimostrazione di un disegno tecnico. Tutti soccombono allo sfacelo filmico, compresi gli spettatori che si ritrovano di fronte a un frullato semi-poliziesco d’accatto tale da far rivalutare persino Alex l’ariete (2000) di Damiani. Cattivi rapitori, colleghe traditrici e colpi di scena telefonati senza scatto alla risposta per un pasticcio che ogni tanto viene spruzzato con qualche ritardo di stampo erotico. Tranquilli… il BDSM casalingo non manca e la scena del dildo erotico diviene anti-cinema da mandare a memoria. Foley dirige col pilota automatico e la regia si lascia scorrere senza il minimo ripensamento logico. Spiazzante e disarmante al contempo il sunto finale prima dell’avvento dei titoli di coda in cui ritroviamo la hit  Love Me Like You Do a far da cornice a spezzoni dei precedenti capitoli come a ricordare al pubblico che sia venuto il momento di chiudere la cine-bancarella. Finale imbarazzante di preservazione di razza da parte dei coniugi una volta reticenti a essere genitori. Nel complesso noi di Arcadicultura ci sentiamo di bocciare indubbiamente l’intero progetto della saga dedicata ai romanzi di E.L. James dal momento che essa, nonostante tecnicamente ben studiata, risulta essere viziata da povertà di idee e da una imbarazzante messinscena. Storia che parte col primo capitolo e che si perde non sapendo che strada percorrere per tutti e due i sequel. Una patinatura estrema che non rende credibile la benché minima situazione. Inoltre si viene ad avere un messaggio filmico molto poco attento alla materia trattata, il quale rappresenta pericolosamente le pratiche BDSM come un gioco di livello adolescenziale e ridicolo, cosa questa che nella realtà non corrisponde. Le pratiche in questione, infatti, non sono come vengono rappresentate in questa laccata telenovela e il progetto potrebbe fuorviare eventuali giovani telespettatori i quali potrebbero avvicinarsi a questo mondo erotico-underground con una incoscienza pericolosa. Elargita questa nostra considerazione, ci sentiamo di rendere una “lode” solo a coloro che hanno realizzato tale progetto dal momento che hanno concepito una delle più implacabili macchine “macinadollari” di tutti i tempi. Hanno saputo carpire il punto debole di una fetta di contemporaneità e vi hanno lavorato sopra con cura. La vera tecnica della trilogia Sfumature va ricercata nel merchandising, nella produzione delle major, nell’affare colossale. Tutto qui e nulla di oltre. Il Cinema non risiede di certo da queste parti. Guardando i numeri racimolati dalla saga in tutto il mondo ci sentiamo come tante piccole Anastasia che di fronte all’evoluzione economica rimangono a bocca aperta. Che avessimo studiato lettere anche noi?
Alessandro Amantini

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