La frontiera feroce di Zahler – Bone Tomahawk

Opera prima del regista statunitense Steven Craig Zahler Bone Tomahawk (2015) è un progetto lodevole, ma riuscito solo in parte. Per il suo esordio il cineasta sceglie la difficile strada della contaminazione di generi. Trapela un richiamo a quello che è il cinema carpenteriano nella sua forma più squisitamente compositiva, ma quello che non funziona è il dosaggio temporale riservato ai generi chiamati in causa. L’incipit promette molto bene con due feroci balordi che, appena compiuta una rapina con tanto di carneficina, improvvisamente si ritrovano preda di una tribù di trogloditi che uccide uno di loro e mette in fuga l’altro. Vedere, una volta tanto, il sudicio Sid Haig (Buddy) essere vittima della stessa ferocia di cui si è sempre fatto portatore con gli estremi personaggi nei film dell’amico Rob Zombie è una sorpresa come lo è altrettanto vedergli affiancare come compagno un David Arquette (Purvis) in gran spolvero e spietatissimo. La furia con cui si apre la pellicola, però, si spegne presto lasciando il passo a una narrazione lenta e solenne che ricalca a pieno i vecchi cliché del Western più classico. L’arrivo del sopravvissuto delinquente nella cittadina di Bright Hope apre a uno stile di ripresa che predilige lunghi piani sequenza e interminabili primi piani, atti quasi a compiacere l’ottima scenografia del bravissimo Freddy Waff galvanizzata, a sua volta, dall’eccellente fotografia realizzata da Benji Bakshi (splendido il lavoro sulle luci al naturale degli interni delle abitazioni della cittadina). A questo punto entra in scena, quasi come fossimo in una sfilata, una serie di personaggi che con i loro ammiccamenti e le loro posture tendono a divenire quasi caricaturali (si pensi al pianista addormentato intepretato dal veterano James Stewart Tolkan oppure al sindaco comandato a bacchetta da sua moglie Mrs. Porter a cui presta il volto una irriconoscibile Sean Young). Probabilmente l’intento registico in merito non è involontario, ma entra irrimediabilmente in forte collisione con la premessa di inizio pellicola. Lo sceriffo della città è Franklin Hunt, uomo di pochissime parole che ama il suo lavoro e lo porta a termine senza tante remore (il gambizzare il nemico è sua predilezione). A prestare il volto a questo ambiguo uomo di legge è il sempre bravo Kurt Russell che sembra riprendere, in modo meno spietato, il baffuto “Boia” John Ruth del tarantiniano The Hateful Eight. A fargli da braccio destro, o vice, ritroviamo Nick (Evan Jonigkeit) accompagnato dal secondo in carica Chicory interpretato dal grande Richard Jenkins. Proprio quest’ultimo viene scelto dal regista per interpretare una sorta di icona Old Western Style che imprime al progetto un tocco di nostalgico infantilismo proprio del genere di Frontiera. Sembra come se improvvisamente venissimo catapultati in un film alla Davy Crockett dalla dimensione scanzonata del miglior John Wayne. Saranno questi tre individui a reclutare il gruppo di spedizione punitiva nella terra dei cannibali in risposta al rapimento da parte di questi ultimi della signora Samantha O’Dwyer (Lili Simmons) medico del paese e moglie del pistolero zoppicante Arthur O’Dwyer (Patrick Wilson) il quale si unirà al gruppo assieme allo spietato snob “sciupafemmine” John Brooder interpretato con sorniona gigioneria da Matthew Fox. A questo punto la dimensione Western che aveva fatto soltanto capolino qua e là, prende corpo in senso assoluto nei cinque giorni di viaggio che i protagonisti intraprendono verso l’obiettivo previsto. Zahler monta la cinepresa e pedina i protagonisti nel loro viaggio, nel loro dolore (mentale e fisico) e nelle loro difficoltà di fronte all’ostilità delle terre selvagge notturne. La storia, a braccetto con la narrazione, si prende i suoi tempi e la macchina da presa scruta nel buio, tra i rumori delle steppe illuminate solo da brevi bagliori tracciati dalla luna, fino ad arrivare a documentare un discorso etico e morale sui massimi sistemi della sopravvivenza (controversa l’uccisione di due messicani disarmati incontrati durante la notte per mano di O’Dwyer). Il regista ci fa letteralmente vivere in prima persona l’esatto scorrere del tempo con le ore della notte che diventano letali trappole e quelle diurne, invece, infinite come i passi dei protagonisti uniti solo da pietre segnaletiche sparse lungo il cammino. Forse è questo il punto debole della pellicola. Il racconto delle vicissitudini del viaggio si riveste di un alone testamentario, quasi a divenire un romanzo di formazione che male si coniuga con la furia forsennata in puro stile Torture Porn degli ultimi 35 minuti della pellicola in cui vediamo i pistoleri ingaggiare una efferata lotta all’interno del territorio dei selvaggi. La macchina da presa apre su un mondo ferocissimo in cui le relazioni sociali tra i selvaggi sono rappresentate solo da urla da essi ricreate tramite delle pietre inserite nel collo e dall’uso dell’arma bianca in sostituzione del verbo. Il regista non lesina in orripilanti scene di tortura (agghiacciante l’uccisione di Nick, il vice sceriffo, rapito insieme alla dottoressa) arrivando addirittura a un cine-imprinting di stampo misogino (le donne destinate a partorire sono mutilate e rese inoffensive). Finirà con una End parzialmente Happy, dal momento che solo tre dei personaggi della storia ritorneranno sani e salvi a casa. Come porsi di fronte a progetti come Bone Tomahawk? Semplicemente pensando che è un’opera prima, un esordio senza dubbio troppo ambizioso. Il deficit di riuscita è dovuto a molti fattori. Tra questi l’eccessiva durata (133 minuti) dovuta soprattutto alla non calibrata coniugazione di generi. Il Western ha la meglio sull’Horror (relegato solo a inizio e fine del film) e questo provoca scarsa fluidità di narrazione con rallentamento dell’azione. Strizzando l’occhio alla generazione 2.0 ormai proiettata verso l’Horror violento e ipercinetico (quanto danno hanno causato i ritmi Avengers Style!), si può tranquillamente affermare che nella sua componente Classic Western, Bone Tomahawk trova la sua falla maggiore. La fase intermedia della pellicola (quella del viaggio) potrebbe risultare pesante per chi non abbia un minimo di familiarità con la sperimentazione in corso. Fatti salvi l’incipit e l’ottima ricostruzione storica della cittadina di Bright Hope con tutta l’ironica presentazione dei suoi abitanti, la dimensione Action avrebbe dovuto essere amplificata restringendo la durata della trasferta dei protagonisti verso la “terra sacrilega”. Ciò avrebbe alleggerito l’insieme e avrebbe galvanizzato la congiunzione con la furente fase conclusiva. In altre parole, una mezz’ora in meno avrebbe giovato al progetto rendendolo pienamente compiuto. Nonostante ciò non ci sentiamo di dare esito negativo al film di Zahler che dimostra di avere una sana passione per il genere e che ha saputo osare quanto basta. Complice di ciò una padronanza ottimale del mezzo di ripresa coadiuvata dallo splendido lavoro in sala di montaggio di di Greg D’Auria e Fred Raskin a cui si affianca l’ottimo e originalissimo score realizzato a quattro mani dallo stesso regista con Jeff Herriott. La pellicola è uscita negli Stati Uniti nel 2015 e a causa delle scene di violenza contenute è stata vietata ai minori di 18 anni. Lo stesso anno si è aggiudicata i premi per “il miglior regista” e “José Luis Guarner Award” al  Sitges  Festival internazionale del cinema fantastico della Catalogna. In Italia il film è stato distribuito direttamente in Home-Video. Un peccato, dal momento che di opere indipendenti ce ne sono ancora poche e il cast meritava molta più visibilità dal momento che è composto da vecchie eccellenze e nuove promesse. Un progetto da non sottovalutare come la bravura del suo regista. Per chi vuole riscoprire la classicità del genere non perdendo di vista le emozioni forti. Facilmente impressionabili astenersi.
Alessandro Amantini

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