Poker d’assi – Gene Wilder & Richard Pryor

Reduce dal successo planetario ottenuto con Love Story (1970), film drammatico che ha lanciato definitivamente nello Star System Hollywoodiano Ali McGraw e Ryan O’Neal, il regista Arthur Hiller nel 1977 sfiora la vittoria agli Academy con il suo Wagon Lits con omicidi (Silver Streak, 1976). Due nomination, una per il “miglior sonoro” e una a Gene Wilder come “miglior attore protagonista”. Ma il progetto Wagon Lits con omicidi risulta avere importanza nella storia del Cinema statunitense in quanto è il primo capitolo di una fortunata tetralogia che vede il sodalizio artistico tra il candore recitativo di Wilder e l’irriverente comicità di Richard Pryor. La pellicola mette subito le cose in chiaro e riesce a coniugare mirabilmente la dimensione mystery, alla base della sceneggiatura, con quella squisitamente comica innestata dai due attori in forma strepitosa. Ne scaturisce un gioiello di trovate comiche e narrative di alto livello, anche grazie alla collaborazione alla sceneggiatura tra Hiller e Wilder, quest’ultimo interprete del viaggiatore George Caldwell a bordo del treno della tratta Los AngelesChicago che a causa di una scappatella con un’attraente segretaria (Jill Clayburgh), si trova coinvolto in un losco giro di affari. A tirarlo fuori dai guai (si fa per dire) c’è il delinquente di mezza tacca Grover Muldoon (Pryor) che nei tre giorni di durata del viaggio lo conduce in situazioni al limite della comicità equivoca. Inutile dire che in mano a una vecchia volpe come Hiller, la coniugazione interpretativa Wilder/Pryor diventa pura dinamite in grado di ingaggiare un vero tour de force con la sceneggiatura, regalando dialoghi taglienti e scene da mandare a memoria. Tra queste rimane impressa nella mente quella del controllo di conformità (tramite battito di mani sulla parete) dello stato dei vagoni operato da un Caldwell improvvisato controllore. La pellicola si avvale anche di scene d’azione che bene controbilanciano le situazioni comiche rendendo pieno equilibrio narrativo alla visione senza mai creare vuoti di ritmo. Eccezionale lo score realizzato per l’occasione da un bravissimo Henry Mancini che si cimenta in una melodia talmente aderente alla visione che sembra quasi entrare in simbiosi con gli interni dei convogli amplificandone gli spazi che puntualmente vengono stretti attorno ai protagonisti (un cast All Stars tra cui spiccano per bravura Ned Beatty e Fred Willard) grazie al bel montaggio di David Bretherton e alla minuziosa fotografia elaborata da David M. Walsh. Nonostante Wagon Lits con omicidi avesse sfiorato l’Oscar, esso è da considerarsi come un progetto pilota, una sorta di rampa di lancio per le successive elevazioni a potenza della performance collaborativa delle due star. Passano, infatti, solo quattro anni e l’attore afroamericano Sidney Poitier confeziona per Wilder e Pryor Nessuno Ci Può Fermare (Stir Crazy). Gli attori, stavolta, interpretano due allegri amici disoccupati. Il primo, Skip Donahue, è un tenero sognatore il quale crede che il mondo si possa ancora cambiare con l’amore, la parola e il rispettoso “andar d’accordo”. L’altro Harry Monroe è afroamericano, molto più furbo che cerca costantemente di tirar fuori il primo dai guai in cui si caccia a causa del suo candore. Durante un lavoro presso uno store in cui si esibiscono mascherati da polli, dei criminali sequestrano i loro costumi e commettono una rapina. Creduti colpevoli, i due amici vengono internati in un carcere di massima sicurezza comandato dal malvagio Walter Beatty (Barry Corbin) che sfrutta (sotto ricatto) le capacità ginniche di Skip per vincere una gara/rodeo interna tra istituti penitenziari. La pellicola monta un andante forsennato sin dalle prime inquadrature e Pryor ci regala un incipit a dir poco da antologia. La cena alto borghese, a cui fa da cameriere, in cui viene servita una ribollita condita con Marijuana diventa pirite cinematografica. L’evoluzione scellerata della raffica di equivoci che si vengono a creare intorno al tavolo e in cucina non risparmia nessuno, neanche lo spettatore chiamato a ridere fino alle lacrime. Preti erotomani e anziane discinte a causa della magica pietanza prendono corpo e forma di fronte alla cinepresa di un Poitier divertito. Ma questo è solo un assaggio dal momento che le situazioni che si vengono a creare nell’ambiente carcerario, a causa del candore di Skip e del continuo porvi rimedio di Harry, diventano micro film a sé stanti. L’entrata “da duri” (con il motto “non si caga”) nel braccio penitenziario e l’amicizia “diversa” di Harry col detenuto di colore Rory Schultebrand (un esilarante Georg Stanford Brown) entrano di diritto nella classicità del genere. Un gran merito va alla formidabile sceneggiatura realizzata per l’occasione da Bruce Jay Friedman, la cui trasposizione visiva viene condita dall’ottima cassa di risonanza musicale elaborata a quattro mani da Tom Scott e Michael Masser. In questo secondo capitolo del percorso artistico della coppia di attori, riscontriamo un’acquisita maggiore complicità che non scaturisce solo dalla precedente collaborazione, ma prende corpo anche dalle immense capacità artistiche che ognuno di loro porta con sé. Il bagaglio culturale di Wilder è inarrivabile mentre Pryor sembra quasi entrare in simbiosi con la stralunata caratterizzazione del primo grazie al suo costante e malinconico sguardo da bambino corredato da quell’immancabile sorriso nascosto sotto folti baffi. Inutile dire che l’incontro è alla pari e getta le basi per una sublimazione dell’arte Slapstick. Il mito aveva ormai preso forma e non restava, quindi, che cominciare a operarne una sana rilettura. Non è un caso che passano molti anni prima che Pryor e Wilder tornano a collaborare all’interno di uno stesso progetto e non solo a causa delle rispettive carriere “soliste” intraprese. Per Pryor sono anni difficili a causa della continua dipendenza da alcool e droga (soprattutto Crack per cui viene ricoverato e salvato “in calcio d’angolo” dalla stessa figlia), ma anche Gene deve affrontare tragedie non da meno. L’attore, infatti, nel 1985 sposa la famosa attrice Gilda Ratner (star indiscussa del Saturday Night Live) e con lei inizia un drammatico percorso di sofferenza a causa di un tumore alle ovaie che colpisce la donna e che la porterà alla morte nel 1989. Con lei Wilder recita in Hanky Panky, in fuga per due (sempre diretto da Poitier) e la dirige nel suo Luna di Miele Stregata (Haunted Honeymoon, 1986). Dopo la morte della Ratner Wilder sprofonda in una forte depressione dalla quale riesce a uscire anche grazie all’aiuto dell’amico Hiller che lo ingaggia in quella che sarà l’ennesima collaborazione con Pryor. Stiamo parlando dello splendido Non Guardarmi, Non Ti Sento (See No Evil, Hear No Evil) in cui i due interpretano rispettivamente il sordo David “Dave” Lyons e il cieco Wallace “Wally” Karue che a causa del solito equivoco, si ritrovano braccati da due killers spietati, Eve e Kirgo, interpretati rispettivamente dalla splendida top model Joan Severance e da un giovanissimo Kevin Spacey. Questo terzo capitolo dell’ideale tetralogia artistica in esame è il migliore, per ritmo e trovate. La pellicola non lascia scampo fin dall’inizio e ci propone l’invalidità come detonatore di situazioni che precipitano con un effetto domino devastante. Coadiuvati da spalle eccellenti tra cui ritroviamo Alan North nei panni dell’imbranato Capitano Braddock e Anthony Zerbe in quelli del boss Sutherland, i due protagonisti vendono anima e corpo a situazioni tali da arrivare fino al paradosso comico. Scene come quelle dell’interrogatorio nella stanza del commissariato, dello scatto della foto segnaletica, della minaccia tramite un’erezione e della guida dell’auto rubata alla Polizia diventano punti di riferimento per gli addetti ai lavori e tappe imprescindibili per gli amanti del genere. La sceneggiatura scritta a quattro mani (su soggetto di Marvin Worth) da Earl Barrett e Arne Sultan rasenta la perfezione e galvanizza la prova comica dei due sconclusionati interpreti. La ciliegina sulla torta è l’azzeccato score elaborato dal maestro Stewart Copeland in grado di dare il giusto contrappunto lì dove le invalidità da cui sono affetti i protagonisti creano imbarazzanti (e quindi comici) vuoti sonori. Dopo questa meravigliosa prova, la fine del sodalizio artistico tra i due comici è sempre più vicina. Nel 1991, infatti, Gene Wilder e Richard Pryor recitano per l’ultima volta insieme nel minore Non dirmelo non ci credo (Another You) diretto dallo sconosciuto Maurice Phillips. Stavolta la storia gira attorno a un’ingente somma di denaro che un uomo vuol consegnare, in quanto vincita spettante, a George/Abe Fielding, bugiardo patologico che viene assistito, sotto pagamento, da Eddie Dash truffatore professionista in libertà vigilata. Quest’ultimo vorrebbe intascare la somma, ma deve scontrarsi con l’irrefrenabile patologia di Abe che lo porta a situazioni al limite dello sdoppiamento di personalità e alle catastrofi più disparate. Le situazioni comiche non mancano in questo ultimo lavoro della coppia, ma la trama è debole e non è supportata neanche dalla verve dei due protagonisti. Si avverte un senso di disfatta e Pryor mostra nei propri tratti somatici tutti i segni della malattia (dovuta agli abusi passati) che, avanzando, lo porterà alla morte nel 2005. Il cast, a eccezione di Kevin Pollak e Mercedes Ruehl, risulta professionalmente anonimo e la pellicola si trascina a fatica verso il prevedibile finale.  Ultimo ruolo per Wilder che morirà nel 2016 a causa dell’Alzheimer che lo aveva colpito già qualche anno prima. Analizzata nella sua interezza, la saga cinematografica Wilder/Pryor è una eredità preziosissima. I due hanno saputo coniugare due mo(n)di di comicità assai distanti tra loro. Lo sguardo trasognante e tenero di Wilder in grado di catturare in una sorta di abbraccio malinconico lo spettatore va fondendosi con l’irriverenza smargiassa e sboccata di Pryor che lo spettatore lo investe, invece, di gomitate come farebbe un amico con cui si sta condividendo una birra al bancone di un bar. Il pubblico si trova così intrappolato in due dimensioni che lo avvolgono e lo eleggono a mediatore visivo che col proprio giudizio (e divertimento) ne sancisce la riappacificazione artistica. Già, proprio così. Mai come succede con Wilder e Pryor il Cinema si riveste di quella “democrazia filmica” che va sotto il nome di rispetto della platea. La loro recitazione non va mai oltre l’imposizione di un punto di vista, anzi lo lascia designare al pubblico che viene a essere eletto giudice e imputato allo stesso tempo. Sembrano quasi dire “Noi siamo qui, questa è la storia e noi la interpretiamo così. Che dite, può andare?”. I due attori sapevano far parlare i loro corpi mentre i loro sguardi riuscivano a trasmettere più emozioni di quante ne potessero trasmettere le parole. Quando entravano in scena i registi pendevano, artisticamente parlando, dalle loro labbra e loro non li deludevano mai. Il pubblico era il loro vero padrone e la scena era la loro arma più affilata per difenderne il rispetto. Si sacrificavano fino all’ultimo respiro per conservare quell’idea di Cinema che si rivolgeva al pubblico con una devozione assoluta (“Ho una gran paura di arrivare a commettere un errore e di ritrovarmi con tutta la gente che mi guarda. Cosa voglio dalla vita? Riuscire, almeno, a non prendermi per il culo da solo” come diceva “Dave” Lyons in una scena di Non guardarmi, non ti sento). Di professionisti così si è persa ogni traccia. Non è un sacrilegio affermare che dopo coppie come Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto , Lemmon e Mattau quella di Wilder e Pryor, al momento, resta l’ultima vera espressione di fusione artistica nel cinema contemporaneo. Le loro collaborazioni sono state troppo poche, ma ci basta aver potuto ammirare la loro grandezza per comprendere come il poco diventa molto se la materia di cui è composto è unica e irripetibile.
Alessandro Amantini

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