L’oscenità e il furore. Urotsukidōji

Per la prima volta noi di Arcadicultura ci addentriamo in un ambito filmico abbastanza complesso se non estremamente controverso. Stiamo parlando del progetto Urotsukidōji (超神伝説うろつき童子Hepburn: Chojin Densetsu Urotsukidōji), manga realizzato nel 1986 dal disegnatore erotico Toshio Maeda, il quale risulta essere una potente commistione di generi quali l’Erotico, l’Horror e il Fantasy. Forte di una tecnica artistica impeccabile con cospicua dovizia di particolari, il manga viene preso “in custodia produttiva” dalla casa editrice porno Erotopia, costola della più imponente rivista manga Wani. Ma Urotsukidoji diventa famoso a livello internazionale grazie all’incontro tra Maeda e il regista giapponese Hideki Takayama il quale ne realizza (su scrittura di  Shō Aikawa) una trasposizione anime, Urotsukidoji – La leggenda del Chojin in tre parti (La nascita del Chojin, Fermate il Chojin e Conflitto finale), spiazzante e al limite del malsano. Takayama, infatti, non esita a spingere sull’acceleratore della violenza portandola a livelli insostenibili per i tempi che corrono (siamo solo alla metà degli anni ’80) e facendola collidere con quello che è l’universo fantasy nipponico intriso delle più spinte performance di stile Hentai (in italiano “perversione”) mai viste prima. Urotsukidoji come progetto d’animazione vanta molti primati. Tra questi vi è quello di essere stato il detonatore per l’esplosione del fenomeno della performance Tentacolo stupro (Tentacle rape) o Shokushu Goukan ( 触手強姦 ). Questo particolare comparto pornografico, molto in voga nella cultura sessuale giapponese, affonda le radici in tempi molto lontani. Si pensi che pittori giapponesi come Katsushika Hokusai e  Utagawa Kuniyoshi rappresentano lo Shokushu Goukan già nelle loro opere risalenti ai primi dell’Ottocento. Esso ha come tema portante lo stupro o la violenza inferta agli umani (in genere a fanciulle) da animali con tentacoli divenendo, quindi, una fusione tra pornografia e stupro in una dimensione bestiale e sadica. Lo stile influenza non poco l’arte di disegnatori europei come, per esempio, Luis Royo il quale dedica numerosissime tavole artistiche a un accostamento, sebbene molto più contenuto, bestialità/erotismo. Il secondo punto di forza del progetto Urotsukidoji è l’ardire al fondere tale dimensione (già allucinata e insostenibile all’origine) con quella splatter arrivando a toccare picchi di insostenibile visione. Lo stesso Maeda rimane spiazzato vedendo l’anime tratto dai suoi fumetti definendolo come un “ripugnante capolavoro”. Il manga, infatti, risulta essere più contenuto e assai meno cruento rispetto all’opera cinematografica (si pensi che la scena di stupro tentacolare presente nel primo segmento del film non è presente nell’opera fumettistica) in cui si assiste all’esasperazione dell’effetto shock fino ad arrivare al paradosso parodistico. Infatti non mancano momenti umoristici che, qua e là, ci ricordano parzialmente lo humour tipico delle serie come Lamù, La ragazza dello spazio (うる星やつら Urusei Yatsura, lett. “Quei ragazzi della stella Uru”, “I tizi della stella Uru”), ma a differenza di quest’ultima la dimensione fantasy riporta il tutto a un livello di cupezza e serietà estremi. Urotsukidoji parla della nascita del Chojin, un demone supremo che si risveglia ogni 3000 anni al fine di creare un regno unico ed eterno (e quindi pacifico) derivante dall’unione dei tre mondi che la sua assenza ha tenuto separati (quello degli umani, quello degli Uomini Bestia e quello dei Demoni). La nascita del Dio Supremo avviene per mezzo del corpo dell’ingenuo Tatsuo Nagumo il quale è innamorato di Akemi Itō, ragazza cheerleader della squadra maschile di pallacanestro della scuola di cui i due sono studenti. Sulle tracce del Chojin arrivano dal Mondo degli Uomini Bestia il potente Amanu Jyaku e sua sorella Megumi Amano la quale è affetta da ninfomania nei confronti di tutti, demoni compresi. La ricerca e la difesa del nuovo redentore diviene durissima e porta gli esponenti del Mondo degli Uomini Bestia a ingaggiare una lotta senza esclusione di colpi con i Demoni contrari a tale obiettivo. Di mezzo ci sono gli umani, esseri inferiori utilizzati come oggetti per il piacere (il più delle volte sessuale) o mezzi per raggiungere obiettivi predisposti. Proprio in questa sorta di limbo di inferiorità i Demoni tendono a manifestare la propria superiorità facendo leva sulle debolezze degli umani, raggirandoli, seducendoli e sottoponendoli a un corollario di frustrazioni sessuali e psicologiche. Assistiamo quindi a violenze, atti di sadismo ai limiti del malsano con tanto di mutilazioni e stupri. Il tutto condito con la migliore animazione del momento e con un minuzioso lavoro sul versante fantasy che mai viene trascurato o tralasciato.  Analizzato complessivamente Urotsukidoji è una sorta di “Bibbia nera e scellerata”, la storia al contrario dell’attesa di un redentore intrisa di oscurità e sangue. La prima visione risulta spiazzante e clinicamente inattendibile, ma il progetto può essere tranquillamente annoverato tra i capolavori del genere, arrivando a “elargire” un finale dal sapore messianico in cui tutta la violenza mostrata si perde nei meandri di un discorso molto più alto che proprio non ci si aspetta. A riprova di quanto affermato, c’è il fatto che il progetto Urotsukidoji per la prima volta dà risonanza internazionale al genere Hentai giapponese arrivando a essere tradotto in diverse lingue. Ma se da una parte il multilinguaggio rappresenta un successo, dall’altra esso innesca un processo di epurazione mai visto per un’opera di animazione, operato dai diversi paesi previsti per la distribuzione. La pellicola, infatti, subisce da subito pesantissime mutilazioni soprattutto nelle scene più esplicite arrivando a essere presentata in versioni diverse (più o meno ridotte) a seconda del paese di destinazione. Negli Stati Uniti il progetto viene presentato come Urotsukidoji – The Legend Of Overfiend e arriva addirittura nelle grazie di Bob Guccione (non estraneo a tali operazioni se si pensa alla sua odissea filmica con Caligula nel 1979) che ne cura la distribuzione con la sue Phenthouse Magazine (per il manga) e Phenthouse (per l’anime) assieme alla nipponica JAVN (Japan Audio Visual Network). Questa prima distribuzione (1987) è quella completa ovvero in versione Uncut (successivamente depurata delle scene più scioccanti) la quale, in ultimi anni, è stata editata dalla casa Anime 18 che l’ha riproposta in un lussuoso cofanetto a due DVD con contenuti speciali sulla realizzazione. La pubblicazione viene anche indicata come Collezione perfetta (Perfect Collection) e la sua durata è di circa 146 minuti. I tre capitoli in forma integrale della serie vengono proposti in lingua originale con sottotitoli in lingua inglese. Visto l’enorme successo, la serie vede nascere sequel come Urotsukidoji 2, 3, 4 e 5. In Italia Urotsukidoji viene pubblicato in versione integrale solo in VHS (prima pubblicazione 1988) dalla MANGA Entertainment mentre solo il secondo capitolo viene editato in VHS doppiata in italiano col titolo Urotsukidoji 2 – Il ventre del Demonio (in due parti da 40 minuti). Esaminato nella sua interezza il progetto di Maeda e Takayama rappresenta una tappa fondamentale per gli appassionati del genere Hentai e quindi di una dimensione di animazione più estrema. A suo modo, come successo nel campo della pornografia per Gola Profonda (Deep Throat, 1972), Urotsukidoji è riuscito a sdoganare il genere Hentai a livello internazionale, creando non poche ripercussioni sul perbenismo e scatenando numerosissime faide a causa dell’intransigenza della censura (si pensi all’epoca in cui venne realizzato). Nonostante le tecniche di animazione si siano affinate col passare del tempo, il primo Urotsukidoji rimane tuttora insuperato e mai eguagliato dai suoi sequel. Questo lo si deve prima di tutto alla genuina dimensione rétro del design utilizzato (complici le limitate tecniche sperimentate allora) e al più consistente spessore della storia narrata divenuta col tempo originale oggetto di culto per tantissimi fan. La visione comunque rimane tuttora disturbante e l’operazione può essere apprezzata solo a patto di scrollarsi di dosso pregiudizi e armandosi del coraggio di andare fino in fondo nella visione. Visto oggi potrebbe sembrare “casto” rispetto alla violenza imperante in operazioni analoghe, ma non è proprio così dal momento che proprio lo scorrere del tempo è divenuto corazza spessa per questo gioiellino che non ha  quindi minimamente risentito dei colpi inferti da una concorrenza sempre più tecnologicamente avanzata. Solo per coloro che hanno un po’ di pelo sullo stomaco. Facilmente impressionabili astenersi.
Alessandro Amantini

SI CONSIGLIA LA VISIONE AL SOLO PUBBLICO ADULTO