Merola Vs D’Angelo: l’irresistibile ascesa partenopea del trash “d’autore”.

Due nomi per iniziare: Mario Merola e Nino D’Angelo. Forse ai più non dicono niente o forse dicono poco. Ma per veri cultori della napoletanità questi due nomi rappresentano il meglio, musicalmente e cinematograficamente parlando, dell’arte partenopea perché per un periodo storico particolare (quello che abbraccia l’intero ventennio 1970-1990) sono stati portatori di un genere che da Napoli è riuscito a estendersi anche nelle altre regioni italiane: la cine-sceneggiata. Per chi non lo sapesse, la sceneggiata è un genere prettamente teatrale che ricalca dei parametri tematici prestabiliti come l’onore, gli affetti familiari, la vendetta, la religiosità e il più delle volte la tragedia. Il tutto condito con una recitazione scenica esagerata, edulcorata, sopra le righe che in teatro è strappalacrime e commovente perché molto realistica e pura, mentre al cinema produce effetti, per così dire, collaterali. Chi ha avuto modo di ammirare Mario Merola in teatro non ha avuto dubbi sul definirlo il “re” della sceneggiata napoletana, perché davvero capace di colpi emotivi fortissimi, mentre al cinema, insieme a quello che diventerà il suo degno erede, non avrà mai successo di critica, ma solo di pubblico. Quale pubblico? Sicuramente quello campano e quello meridionale, che negli Anni Settanta trasformarono Merola da semplice cantante e attore teatrale in un fenomeno artistico-melodico senza precedenti. Stesso destino che toccherà quasi dieci anni dopo a Nino D’Angelo, neomelodico d’autore che con la benedizione del suo patrigno artistico dominerà le scene musicali e cinematografiche partenopee degli Anni Ottanta/Novanta. Ma cosa avevano di straordinario questi film prodotti con una catena di montaggio che riusciva a sfornarne anche tre o quattro l’anno? Niente. E quando diciamo niente, diciamo niente. Ma il nostro niente si limita a cercare (e non trovare) in queste produzioni uno stralcio di trama, un’interpretazione degna di nota, un montaggio e una sceneggiatura almeno sufficienti per definirle pellicole cinematografiche. Nella maggior parte dei casi, infatti, le storie sono banali, il montaggio è tagliato con l’accetta, il doppiaggio lasciamolo stare perché apriremmo una ferita difficilmente rimarginabile e i vari cast fanno impallidire anche il trash più volgare. Eppure, i film di Mario Merola e di Nino D’Angelo spopolavano, diventavano catalizzatori dell’attenzione collettiva napoletana, i cinema erano presi d’assalto, scene di delirio accompagnavano le prime visioni e in sala si cantavano a memoria tutti i pezzi dei due beniamini del pubblico, come fossero musicarelli degli Anni Sessanta, soltanto alla partenopea. E i film sono sceneggiate vere e proprie recitate a sufficienza, dove i buoni sentimenti, l’onore e l’onesta sono i punti cardine di intrecci che di originale non hanno niente se non il fatto che qualcuno ha avuto il coraggio e l’intuizione giusti di proporli al grande pubblico, facendo centro. Ma se ancora oggi la filmografia di Merola/D’Angelo è in grado di fare proseliti in Campania e di ottenere un buon seguito anche nel resto d’Italia (grazie al riproporre  in replica continuamente da parte delle reti private queste pellicole che a ogni passaggio televisivo raggiungono addirittura il 10% di share) un motivo deve pur esserci. E non solo uno. Perché si può dire tutto, davvero tutto di questi film che nella maggior parte dei casi offendono la settima arte, ma non si può non riconoscere loro un valore culturale indiscutibile. Sì, avete capito bene. Anche se trash, questi film sono cultura. Una cultura localizzata e decentrata rispetto al resto d’Italia, ma comunque in grado di mostrare una città (Napoli) e una mentalità (quella napoletana) che può piacere o non piacere, ma che comunque è reale. L’aria che si respira nei vicoli, le situazioni esagerate, l’esuberanza di Napoli emergono prepotentemente anche in una recitazione approssimativa che non contribuisce a rivalutare tecnicamente l’opera, ma aiuta attraverso, gesti, modi di dire, pensieri e macchiette malriuscite a descrivere i vizi e i pregi di Napoli e dei napoletani. Come i musicarelli fotografarono un periodo storico meraviglioso (gli anni del boom economico italiano) portando le famiglie al cinema e facendole cantare in sala dietro al proprio artista preferito (incrementando anche la vendita dei dischi e il successo nei juke-box), così i film di Mario Merola e di Nino D’Angelo accesero l’attenzione della popolazione campana su un fenomeno che solo Napoli ha: quello della discografia dei neomelodici, che sfornerà anche, negli a venire, cantanti del “calibro” di Sal Da Vinci e Gigi D’Alessio. Parlare dell’intera filmografia partenopea non è facile, ma non si può evitare di farlo per cercare di capire le cause che sono alla base di un successo così forte, di una morbosità così elevata, di un’isteria collettiva che portava le ragazze dell’epoca a stravedere e a innamorarsi del reuccio Nino D’Angelo ogni volta che apriva bocca per cantare i suoi pezzi, mentre a Mario Merola bastava una sola pacchera e un solo gorgheggio ben assestati per rafforzare la convinzione nei napoletani sul suo indiscutibile talento. Ma questi artisti dovevano essere pur coadiuvati da una mano registica in grado di valorizzarli e di renderli ancora più immortali di quanto già fossero. E a questo punto, parlando della filmografia meroliana, non si può non citare un nome su tutti: Alfonso Brescia. Questo signore sconosciuto ai più, ma non a noi che lo conosciamo bene, era stato aiuto regista di Federico Fellini e Sergio Leone. Non l’ultimo arrivato, quindi, ma che nei film partenopei perde sicuramente il suo talento d’origine acquisendo però una notorietà enorme in tutto il meridione. Basti dire che dal 1978 al 1982 dirigerà Mario Merola in ben dodici pellicole, una più cult dell’altra, lasciando ai suoi giovani eredi Ciro Ippolito (sì, quello degli Squallor, avete capito bene, proprio lui!), Ninì Grassia, Stelvio Massi e persino Umberto Lenzi poche, ma buone, briciole di pane partenopee. Tra i suoi titoli più leggendari spiccano sicuramente Napoli…serenata calibro nove, Il mammasantissima, I contrabbandieri di Santa Lucia, Zappatore, Carcerato, I figli…so’pezz’e core, Giuramento e Tradimento, questi ultimi considerati il must dell’intera sua filmografia perché contenenti la partecipazione di Nino D’Angelo, a dimostrazione di un passaggio artistico di consegne che resterà nella storia di Napoli per sempre. Come si evince facilmente dai titoli, in tutti i film c’è un chiaro riferimento ai valori basilari della napoletanità che mostrano sempre un protagonista (Merola) umile ma onesto, fiero delle proprie origini, incorruttibile e strettamente legato ai suoi affetti familiari per i quali è pronto anche a sacrificarsi, se necessario. E tra le scene madri più importanti, ricordiamo sicuramente il canto disperato di Francesco Esposito (Merola) nei confronti di suo figlio (un Gerardo Amato giovanissimo, a stento riconoscibile) nel finale strappalacrime di Zappatore dove rimane nella storia la frase cult “’o zappatore nun’s’a scorda ‘a mamma!”(?), la fuga dal carcere dell’innocente Francesco Improta (sempre Merola) per cantare alla comunione della figlia (??) in Carcerato, il ripudio della moglie falsa infedele (una Ida Di Benedetto ancora agli albori della sua carriera cinematografica e teatrale) da parte di Gennaro suo marito (ancora Merola) in Tradimento e su tutte la scena finale di Napoli…serenata calibro nove dove il nostro eroe Salvatore Savastano (immensamente Merola!), cantando la canzone che da il titolo al film, entra in un covo di camorristi (???) sparando all’impazzata (????) a ritmo di musica (?????). E dove sta la cultura tanto decantata in precedenza, direte a questo punto voi? C’è. Prima di tutto nella colonna sonora, che per gli appassionati melodici napoletani contiene i più grandi successi dell’artista e i classici della canzone napoletana (che è vero che dove la metti sta, ma qui a volte sfigura un po’). Poi la troviamo nella messa in scena, grezza, con costumi riciclati ogni volta nei vari film prodotti a raffica in uno stesso anno, ma realistica: quella della Napoli Anni Settanta, dei Quartieri Spagnoli, di Posillipo, del Maschio Angioino, dei mercati, dei contrabbandieri e degli uomini di fatica. Edulcorata, un po’ alleggerita, ma vera nei suoi gesti e nella sua mentalità aggrappata a un’arte di arrangiarsi che fa parte del dna di questa città. E gli stessi parametri li ritroviamo anche nella filmografia di Nino D’Angelo, che dal1981 al 1991, vivrà il decennio artistico cinematografico più importante della sua vita. Parteciperà, infatti, a ben quindici pellicole, di cui quattro girate solo nel 1982, vendendo milioni di dischi nel Meridione e diventando il caso musicale degli Anni Ottanta partenopei. E che pellicole! Guidato dalle mani sapienti di Alfonso Brescia, Ninì Grassia, Romano Scandariato e Mariano Laurenti, sarà in grado di donare insieme alla sua partner storica di scena Roberta Olivieri e al suo immancabile caschetto d’oro momenti di cinema memorabili. I titoli di Nino D’Angelo si ricordano di più perché sicuramente meno melodrammatici di quelli meroliani, ma comunque della stessa bassa fattura tecnica. Continua il riciclo dei costumi, migliora il montaggio ma non la regia che è di una semplicità devastante, ma migliora anche la colonna sonora che include tutti i più grandi successi (??) del giovane cantante, considerato uno dei miti indiscussi della canzone neomelodica napoletana. Mentre per Merola abbiamo potuto estrarre dal cilindro alcune “perle” cinematografiche nella sua filmografia, per Nino D’Angelo ogni film è stato campione di incassi a livello locale, tanto che la fila al botteghino era tutta per il casco d’oro napoletano, capace di sbaragliare la concorrenza italiana e straniera dell’epoca a colpi di biglietti staccati. Tutti i suoi film sono conosciuti e, come per quelli di Merola, visto uno visti tutti. La trama è sempre la stessa e vede il nostro protagonista (che nella maggior parte dei casi, in uno sforzo di sceneggiatura non indifferente, si chiama sempre Nino…), ragazzo umile, onesto e dalla voce in grado di incantare anche una statua di sale, innamorarsi sempre della bellissima di turno (vuoi che sia una giovanissima Maria Rosaria Omaggio, una Jenny Tamburi qualsiasi, un’esordiente e doppiatissima Roberta Olivieri, una Nina Soldano ancora in erba) a discapito di altri bellissimi di turno puntualmente scaricati per la bontà dei sentimenti e per la voce melodiosa della nostra piccola leggenda metropolitana. A volte la sceneggiatura ridondante risulta davvero indigesta, però va riconosciuta a queste produzioni una leggerezza e un’ingenuità (seppur portata a estremi livelli, soprattutto nelle immancabili corse romantiche in riva al mare e nella successiva e scontata riappacificazione!) che ti coinvolge: sappiamo tutti come finirà (sempre bene), sappiamo tutti che le pellicole sono di un livello che va oltre la serie B, eppure le guardiamo. Ridendo, certo, ma comunque cercando di capire fino in fondo fino a che punto gli “autori” e i registi si sono spinti nella resa scenica (??). È difficile citarne soltanto alcuni, ma tra tutti sicuramente quelli che meritano un posto nell’olimpo personale del cantante sono Celebrità (il suo esordio nel 1981), Tradimento e Giuramento (con il proprio mentore), Lo studente, ‘Nu jeans e ‘na maglietta, La discoteca (terrificanti i balletti del nostro Nino in pista!),  Pop corn e patatine, Quel ragazzo della curva B (discorso sociale sulle tifoserie dell’epoca agghiacciante!), La ragazza del metrò e Giuro che ti amo. Molti ancora potremmo dirne, ma rischieremmo di diventare noi stessi ridondanti come le storie in essi contenute. Però, va sottolineato che in queste produzioni possiamo trovare molti caratteristi e futuri attori televisivi e cinematografici di buon livello. Su tutti, nei ruoli di madri, mogli e nonne, troviamo tre icone del teatro napoletano come Pupella Maggio, Angela Luce e Regina Bianchi, mentre in quelli degli antagonisti del giovane casco d’oro va citato su tutti un bellissimo e giovanissimo Sebastiano Somma, all’epoca soltanto attore di fotoromanzi. A seguire, poi, nella schiera delle cosiddette “spalle comiche” dei protagonisti, ecco che si avvicendano attori teatrali navigati come Enzo Cannavale, Bombolo, Francesco Paolantoni, Ninetto Davoli, Enzo Cerusico e via dicendo. Tutti nomi che ancora oggi non rinnegano la partecipazione a queste produzioni, anzi. Ci ridono sopra e ne fanno un vanto, perché il fenomeno dei cine-sceneggiata divenne un motore economico enorme per la città. L’industria cinematografica dava lavoro a migliaia di comparse e addetti ai lavori, si giravano tre o quattro pellicole l’anno, i cinema sbancavano e la città si paralizzava quando venivano girate le scene nei quartieri. Un qualcosa di unico e irripetibile per la città di Napoli che ha macinato produzioni del genere fino alla fine degli Anni Novanta quando Mario Merola, diretto da Ninì Grassia, benedice un’altra creatura prodotta dal vivaio neomelodico partenopeo, Gigi D’Alessio, un ragazzo che all’epoca riuscì a riempire tutto lo stadio San Paolo (parliamo di circa settantamila persone!) da perfetto sconosciuto, come fosse un Vasco Rossi qualunque. E questo fa riflettere sulla portata mediatica locale che questi artisti hanno nel meridione. C’è chi ipotizza che c’entri anche qualcos’altro nel successo stratosferico di questi cantantelli da matrimonio, che da signori nessuno diventano star, ma la vendita nella sola Campania di milioni di dischi non può essere giustificata soltanto da una spinta illegittima. E a tale proposito un film molto interessante e divertente sulla tematica è Song’e Napule dei Manetti Bros, dove il neomelodico Lollo Love (un Giampaolo Morelli esplosivo, per una volta fuori dai panni del grandissimo Ispettore Coliandro) fa impazzire le sue cuoricine a colpi di pop strappalacrime. Una fotografia realistica di quello che realmente è l’ambiente neomelodico partenopeo, fatto di lusso, eccessi, venerazione e successo locale inestimabile. I cantanti vengono letteralmente contesi dai privati che li ingaggiano per le loro feste a suon di euro, mentre al di fuori della regione nessuno sa della loro esistenza. Va detto per dovere di cronaca che il duo Mario Merola/Nino D’Angelo ha avuto anche la capacità si sapersi rinnovare, partendo però  dalle basi artistiche suddette. Passi per Merola che all’epoca dei fatti era già un mito in tutta Napoli, ma per Nino D’Angelo quel preciso momento storico ha rappresentato un’opportunità di crescita che l’artista ha saputo cogliere in un rinnovamento musicale e cinematografico che oggi lo rendono uno dei punti portanti della canzone etnico-melodica nostrana. Vanno citate, infatti, le sue partecipazioni in pellicole d’autore come Il cuore altrove di Pupi Avati o Tano da morire di Roberta Torre, due film e due registi completamente agli antipodi che però hanno saputo valorizzare l’uno il talento recitativo, l’altro quello musicale di D’Angelo che, mescolando melodia napoletana con i ritmi etnici tipici del sound del Sud, ha saputo diffondere in Italia un genere all’epoca ancora non molto conosciuto (come accaduto anche nel film Gomorra di Matteo Garrone). Per concludere, quindi, possiamo affermare che nello scontro tra i titani Merola e D’Angelo entrambi escono vincitori, portabandiera di un tipo di cinema che ancora oggi è considerato tecnicamente e qualitativamente scadente, ma in grado di fotografare (oggi come allora) un’edulcorazione della napoletanità che però non ha secondi fini: la drammaticità delle vicende (?) e le situazioni tipiche della sceneggiata sono soltanto un pretesto per far conoscere, dove possibile, il culto della canzone e delle tradizioni napoletane. Possiamo criticarli quanto vogliamo, possiamo deriderli fino alla fine dei nostri giorni, ma se oggi conosciamo un volto di Napoli diverso, che non è soltanto pizza, camorra e mandolino, un po’ soltanto un po’, lo dobbiamo anche a questi due mostri sacri della canzone napoletana. Che con l’intelligenza e l’ironia che li contraddistingue, non hanno mai rinnegato la loro svolta cinematografica, essendone fieri e rendendo fiera un’intera città: la Napoli che conta. Quella vera, umile e onesta. E canterina, nella sua stessa disperazione.
Giorgia Amantini

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