Classe, eleganza e memoria storica: benvenuti a Downton Abbey!

Perfezione. Non c’è altra parola per descrivere Downton Abbey, serie televisiva anglo-americana prodotta nel 2010 e conclusasi nel 2015 dopo appena sei stagioni. Diciamo appena perché chi ha avuto modo di vedere Downton Abbey avrebbe voluto non finisse mai. E queste folgorazioni, sia a livello cinematografico che televisivo, non capitano molto spesso. Ma in questo caso sì e non poteva accadere il contrario visto che Downton Abbey ha tutto per essere considerata una serie televisiva capolavoro di cui ancora sentiamo la mancanza e la cui eco risuona ancora dopo pochi anni dalla sua conclusione. Perfezione, dicevamo. Tutto in Downton Abbey lo è. Perfezione, infatti, è la sceneggiatura magistrale di Julian Fellowes (sceneggiatore, non a caso, di Gosford Park di Robert Altman) che riesce a costruire un impianto narrativo inventato integrandolo perfettamente con fatti ed eventi storici realmente accaduti. La storia della famiglia Crowley (conti di  Grantham nello Yorkshire) e della magnifica tenuta di Downton Abbey di cui dispone, scorre su di un periodo storico di tredici anni, che parte dall’affondamento del Titanic nel 1912, attraversa il primo conflitto mondiale e arriva alla conclusione della rivoluzione d’Ottobre russa nel 1921, con l’ascesa al potere di Lenin, il massacro della famiglia zarista, la successiva guerra civile sovietica del 1922 e l’avvento degli albori del nazismo hitleriano nel 1924. La storia, quindi, è protagonista non soltanto con lo scorrere dei suddetti eventi, ma anche con l’introduzione delle innovazioni più importanti di inizio secolo, come l’elettricità, il telefono, il frigorifero, l’asciugacapelli e la radio, tutti riferimenti che entrano prepotentemente nella vita di questa nobile famiglia inglese e della sua impeccabile servitù. Ed ecco il secondo elemento di perfezione della serie: il rapporto tra la nobiltà, agli inizi di un inesorabile ma lento decadimento sociale a favore dell’affermarsi della nuovo ceto della borghesia, e la servitù che da elemento imprescindibile per la società nobiliare di allora diventa a poco a poco parte integrante della nuova società che sta nascendo. I camerieri e i maggiordomi diventano, quindi, il simbolo di un riscatto sociale che sta appena iniziando, riscatto colmo però di un profondo senso di gratitudine e di riconoscenza nei confronti dei nobili padroni, mai schiavisti e sempre pronti a riconoscere il giusto merito per i servizi da essi ricevuti. E poi c’è il ruolo femminile che introduce nella sceneggiatura un altro elemento di perfezione. Le donne, siano esse nobili o appartenenti alla servitù, vivono un profondo mutamento sociale, acquistano un ruolo sempre più importante soprattutto nel lavoro e iniziano il proprio percorso di emancipazione che le traghetterà verso i primi cinquant’anni del Novecento. E ciò viene raccontato attraverso una favolosa rappresentazione delle varie generazioni femminili, a partire dalla nobile matrona Lady Violet Grantham, aristocratica e ancora legata al proprio ruolo sociale soffrendo (ma non ostacolando) il nuovo che avanza, dalla nuora Cora, americana e per questo già emancipata rispetto alle donne inglesi dell’epoca, dalle nipoti Mary, Edith e Sybil, tutte e tre diverse per carattere, sentimenti e concezione sociale e dall’emancipata borghese Isobel Crowley, in eterno contrasto con la contessa madre Lady Violet. Fino ad arrivare all’intelligente e sensibile signora Hughes, governante della casa, alla signora Patmore, spumeggiante regina della cucina, a Daisy, aiuto cuoca col pallino dell’istruzione e alla dolce e tormentata Anna, cameriera personale di Lady Mary, con la propria forza di amare sempre e comunque il suo adorato Mr Bates. Ma anche le figure maschili non sfigurano rendendo benissimo l’idea di fondo che, come in tutte le epoche e in tutti i paesi, chi dispone e decide è sempre la donna e gli uomini stessi non sono altro che abili esecutori dell’intuito e delle capacità delle signore che hanno accanto. Tra i personaggi maschili, dicevamo, spiccano soprattutto il maggiordomo Carson, vero elemento di prestigio della casa, memoria storica delle tradizioni della famiglia e forte collante tra il piano di sotto e il piano di sopra (tra servitù e nobiltà) e Tom Branson, ex autista della casa, socialista, che sposando la sua amata Sybil impara ad amare i suoi nobili parenti, modificando il pregiudizio nei loro confronti soprattutto dopo la morte prematura della moglie durante il parto. Figure importanti, sia femminili che maschili, dunque, che però non sarebbero tali se a interpretarle non vi fosse un cast stratosferico che, dalle semplici comparse ai protagonisti,  raggiunge la perfezione. Ed ecco il quarto elemento che va a impreziosire gli altri tre, il cast. Da chi cominciare? Sicuramente dall’immortale, splendida, sarcastica, pungente e magnifica Maggie Smith, mito del teatro inglese, due volte premio Oscar e star di molti successi cinematografici (tra i più importanti, Sister Act – Una svitata in abito da suora con Whoopi Goldberg negli Anni Novanta, Gosford Park e la saga di Harry Potter nei primi del Duemila e negli Anni Sessanta la saga dedicata alle opere di Agatha Christie) che con la sua Lady Violet rende una delle sue più belle e intense prove d’attrice. Sempre attenta, sempre con i tempi giusti, sempre con il solito aplomb e la solita classe che la contraddistinguono e la elevano su tutti. Poi, a seguire, una Elisabeth McGovern esplosiva nei panni di Cora che finalmente torna sul piccolo schermo dopo i fasti magnifici degli Anni Ottanta (chi non la ricorda in C’era una volta in America del grande Sergio Leone nei panni della bellissima Deborah?) e aggiunge un tocco di bellezza e di eleganza all’intera serie con la sua interpretazione pacata e mai sopra le righe. E poi una menzione speciale va alle due sorelle Grantham, Mary ed Edith, eternamente rivali, eternamente in contrasto, eternamente sorelle, interpretate rispettivamente da un’algida e perciò perfetta Michelle Dockery e dalla bravissima Laura Carmichael, appassionata e combattiva, che dona al proprio personaggio sfumature contrastanti che rendono perfettamente la psicologia evolutiva del medesimo. Ma in tutto questo ben di Dio interpretativo, potevamo dimenticare la servitù? No. E qui si comincia dalla splendida Joanne Froggatt che con la sua Anna, drammatica e solare, innamorata e tormentata, combattiva e fragile, appassionata e tenace, ci fa battere davvero il cuore per il suo prezioso John Bates (un Brendan Coyle eccezionale nel suo ruolo di valletto di sua signoria, claudicante per colpa della guerra e altrettanto innamorato) col quale vivrà una tormentata storia d’amore. E che dire della sorniona Phillys Logan nei panni della dolce Signora Hughes che coronerà a giuste nozze col suo amato Signor Carson? Carson, già, il maggiordomo pignolo, perfetto, impeccabile, tradizionalista e devoto dei Grantham che non sarebbe diventato tale se a interpretarlo non fosse stato il grandissimo Jim Carter, colonna del teatro inglese e outsider di qualche pellicola demenziale americana come Top Secret! e Luna di miele stregata. E tra i protagonisti maschili non possiamo non citare Rob James-Collier nei panni dell’ambiguo, perverso, cinico, tormentato, omosessuale primo maggiordomo Thomas Barrow, che dona con la sua interpretazione un rilievo importante a una tematica sociale importante, soprattutto mostrandola nell’epoca di riferimento, e Hugh Bonneville nei panni del capofamiglia Lord Grantham, che subirà un percorso sociale evolutivo nell’arco del periodo temporale di riferimento. E tutto questo viene mostrato con una rappresentazione scenica degna dei migliori kolossal in costume hollywoodiani, che introduce altra perfezione a quella già presente. La scenografia di Donald Woods e i costumi curati da varie esperte del settore nel corso delle sei stagioni, infatti, sono di un altro pianeta perché hanno nella cura maniacale del dettaglio la loro splendida resa. Gli esterni e gran parte degli interni della meravigliosa tenuta di Downton Abbey, infatti, sono stati girati nell’Highclare Castle nell’Hampshire, un spettacolo per gli occhi con i suoi saloni magnificenti, i suoi arazzi d’epoca e la sua facciata in stile vittoriano che abbaglia sin dalla prima inquadratura, mentre la sortita estiva nella maestosa tenuta scozzese è stata girata nell’Inveraray Castle del Duca di Argyll. Sui costumi, invece, lode e merito alle professioniste che si son alternate ogni due stagioni sul set perché seguire un cast che conta circa quindici attori protagonisti tra servitù e nobiltà e uno sterminato numero di comparse non è un lavoro semplice, soprattutto nell’ambito nobiliare dove le donne avevano un cambio d’abito praticamente per tutto (mattino, colazione, pomeriggio, eventuali visite esterne o al maneggio e sera, che poteva essere legato a cene informali o cene formali dove vi era quindi una doppia opzione di scelta!). Un lavoro certosino che restituisce l’idea di ciò che Downton Abbey è. Sicuramente il prodotto televisivo più curato, elegante e di classe di questo nuovo millennio, con il suo sterminato palmares di premi nazionali e internazionali vinti dall’inizio alla fine della propria avventura televisiva. Una serie raffinata, ruffiana e terribilmente accattivante che con la riscoperta delle tradizione e della storia inglese di inizio secolo scorso ci dona un affresco dalle mille sfumature, riuscendo a riproporre un romanzo storico in un linguaggio filmico trascinante fatto di piani sequenze mozzafiato che ci portano dentro la casa, insieme a protagonisti e di una fotografia che ci scalda il cuore come un’opera d’arte. E poco importa se è stato destinato soltanto alla TV, perché Downton Abbey non è una serie televisiva qualunque, è unica e rara nel suo genere. E questo contribuisce ad alimentarne la potenza comunicativa che a breve, si vocifera, dovrebbe traslare anche sul grande schermo. Come noi e milioni di fan in tutto il mondo speriamo presto.
Giorgia Amantini

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