Sorpresa low budget. Il metodo Sozzi.

Per la prima volta noi di Arcadicultura ci accingiamo a recensire un film amatoriale. Non vogliamo, però, usare termini come indie in quanto parliamo finalmente di un progetto puramente artigianale. Perché questa precisazione? Perché ultimamente si sta facendo molta confusione, non involontaria, sul così detto ambito amatoriale e quello squisitamente relegato all’esordio. Esordire non significa realizzare in pieno anonimato come la parola indie non è sempre sinonimo di budget ristretti oppure di assenza di attori professionisti. Tale affermazione prende corpo dal fatto che nella maggior parte (per fortuna non nella totalità) dei Festival dei Corto/Medio/Lungo-metraggi  italiani, perfetti sconosciuti si ritrovano a concorrere con autori affermati e conosciuti oppure a veder affiancate alle proprie opere in gara altre che dispongono di un budget altissimo. Ciò non va bene in quanto un progetto (corto, medio o lungometraggio che esso sia) realizzato con poche migliaia di euro trova sconfitta nel concorrere con realizzazioni per le quali poche migliaia di euro vengono spese magari solo per un paio di inquadrature. Si dovrebbero organizzare Festival solo per corti puramente amatoriali bandendo il concetto di esordio con forti limitazioni ai budget consentiti poste magari tra le clausole del regolamento. Così facendo si avrebbe una sorta di “genuinità”, di “purezza” dell’ingegno. Questa è una nostra opinione che molti non potranno condividere, ma che, però, ci porta a dare valore a opere come Il metodo Orfeo (2007). Abbiamo preso visione del film (circa 87 minuti di durata) operando zapping sulle così dette TV locali durante cui ci siamo imbattuti nella programmazione di una manciata di progetti realizzati da giovani filmakers. Alcuni validi, altri un po’ meno. Ma il Metodo Orfeo ci ha interessato per il suo approccio al genere. La storia è quella di una coppia, lui scrittore di cronaca nera e lei disegnatrice per i suoi libri, che si recano in un’isola in cui alberga una leggenda nera riguardo morti misteriose successe in anni passati che però risultano legarsi in modo preoccupante ad un fatto di sangue della cronaca più recente. I due scopriranno a loro spese quanto il loro lavoro possa degenerare in tragedia. Il regista Filippo Sozzi dimostra di aver visto un po’ tutto l’Horror e il Thriller che conta e dimostra di saper creare una piccola storia che però coinvolge anche grazie alle ambientazioni (i paesaggi dell’Isola d’Elba e le strade un po’ arcane di Genova dove il film è stato girato), volutamente “di rimando” all’orrore padano di Avati, quello in cui l’inquietudine e il gotico prendono forma alla luce del sole escludendo, quindi, la componente del buio. Gli approcci di ripresa fanno artigianalmente il verso al Cinema di Dario Argento con qualche citazione qua e là (la ripresa con la M.D.P. da dietro le finestre della casa che ci restituisce gli interni dell’abitazione passando da un ambiente all’altro ci fanno sospettare che Tenebre sia un punto di riferimento). Girato con poco più di 10.000 euro, il film di Sozzi si avvale, però, di una componente importantissima: la passione. La recitazione è discreta, a volte si gigioneggia (gustoso il personaggio del Professor Gasparri interpretato da Alberto Bergamini) e alla fine si respira una sana artigianalità e un salutare affiatamento di gruppo. Si vede benissimo che gli attori si divertono diventando complici del regista. Il protagonista Riccardo Traverso nei panni dello scrittore Giulio Casobon ci restituisce una performance contenuta e snob molto aderente al personaggio appartenente a certi ambienti intellettuali, mentre Cecilia Nesti si cimenta credibilmente in stati d’ansia in cui precipita Virginia Mori, la moglie di Casobon, frequenti soprattutto negli squarci soprannaturali della storia (buona la scena al mare con la bambina fantasma). La storia (su sceneggiatura scritta a sei mani dal regista con Sabrina Sappa e Alessandro Gentini) non trova completa originalità, ma comunque, trova ripresa in alcuni momenti “oscuri” e nel colpo di scena finale che non sveliamo. Tecnicamente l’audio è ben curato da Stefano Agnini e il montaggio realizzato dallo stesso Sozzi trova un’ottima cornice sonora nelle musiche eseguite da Denis Trapasso, Marco Abamo e Kevin Macleod. Diciamo che nell’insieme siamo di fronte a un’operazione riuscita e l’intrattenimento non è male. Quando pochi mezzi generano tante e buone intenzioni che alla fine vengono premiate dalla qualità, a riprova che c’è tutto un cine-underground che sgomita per avere visibilità, ma il più delle volte sopperisce al cospetto di chi ha i “mezzi” e per le motivazioni sopra enunciate. In versione integrale su Youtube.
Alessandro Amantini

 

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