Esserci o non esserci? Il dubbio di Refn – The Neon Demon

Film particolarissimo quest’ultimo progetto di Nicolas Winding Refn. The Neon Demon (2016) nasce sotto una spinta creativa inusuale nel panorama cinematografico dell’autore danese. Il regista, infatti, conserva molte componenti che hanno reso originale la sua precedente produzione (montaggio diretto ed essenziale, dialoghi minimi ma saturi di interpretazione), ma le avvolge con una messinscena molto ricercata. Complice l’ottima fotografia realizzata Natasha Braier coadiuvata dal montaggio in puro Freeze-Frame Style di Matthew Newman, Refn lavora di fino sui personaggi, immergendoli in una dimensione psichedelica, visivamente violenta e surreale in cui i simboli predominano sulle parole ridotte a mera decodifica in movimento. Al centro della storia ritroviamo Jesse a cui presta il volto un’algida e sensuale Elle Fanning che si muove per tutti i 118 minuti del film con la grazia della crudeltà più candida. L’apologo morale che il regista tira dentro la storia è di livello alto e la materia trattata arriva letteralmente a divorare la pellicola dando origine a un tutt’uno filmico di rara aderenza. Lo strapotere dei mass-media e la liturgia amorale di certi ambienti voyeuristici (magnetica la scena dell’esibizione iniziale nel night club) vengono messi alla berlina grazie al favoloso gioco di luci e alla splendida colonna sonora elaborata da Cliff Martinez che per l’occasione si affianca a brani di gruppi underground tra cui spiccano per potenza i Sweet Tempest con la loro Mine. La storia avanza senza sosta scaraventando lo spettatore nei meandri di un labirinto, quello dell’alta moda, di cui ci vengono mostrate tutte le fragili apatie etiche che traggono un imprinting emotivo dalle ottime interpretazioni di coprimarie come Bella Heathcote (Gigi), Abbey Lee Kershaw (Sarah) e soprattutto Jena Malone a cui viene affidato il torbido e spietato personaggio di Ruby. Sarà proprio la Malone a ritrovarsi al centro delle numerosissime polemiche e critiche sollevate al Festival di Cannes a causa della disturbante performance nella scena di necrofilia nell’obitorio. Già, perché gli ultimi 30 minuti della pellicola restituiscono tutta la ferocia che sfocia in una sorta di collasso indotto dalla pressione ansiogena che per tutto il film, il regista ha solo suggerito o fatto intravedere. Il flusso di superficialità umana, la commercializzazione dei corpi (il passaggio dal fatiscente motel di Hank / Kenu Reeves allo scellerato impero del Robert Sarno di Alessandro Nivola) e la futilità della persona (il sacrificio della storia d’amore della protagonista con il suo amico internauta Dan interpretato da Karl Glusman) trovano galvanizzazione in una sorta di rilettura “interiore” del mito di Erzsébet Báthory, la Contessa Sanguinaria. Ma Jesse non uccide. Viene uccisa e divorata dalle sue amiche e ciò innesca una sorta di inversione della storia della famosa assassina. Ognuna delle colpevoli pagherà a caro prezzo l’interiorizzazione della bellezza altrui, quella mai avuta (“La bellezza o ce l’hai da sempre o ti devi arrendere”) e quindi presa con la forza. Finale per stomaci forti, grandguignolesco, ma potentissimo ed efficace nel ricalcare i limiti dell’umana inutilità. Le modelle sono ridotte a semplici manichini svuotati di ogni entità umana e rivestiti solo di feroce vanità.  Un vero e proprio film d’autore. Complesso e intimista atto di accusa contro il flagello dell’anoressia, che in questi ultimi anni sta distruggendo le vite di numerose ragazze, pronte a tutto pur di farsi spazio nella “società che conta” (ispirato il mantra imposto a Jessie, “Ho 19 anni” ). L’alta moda come Golgota scellerato dove il sacrificio non è per gli altri, ma per se stessi, troppo presi a cercare di affermarsi per non scomparire dalla bocca degli altri. Refn si conferma nuovo cantore del disagio sociale. Quello in cui la moralità lascia il posto alla scorrettezza al fine di potersi redimere. Cinema di alto livello. Criptico.
Alessandro Amantini

 

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