La materia dei sogni. Lo strano caso di Angelica

Parlare di Manoel de Oliveira non è cosa da poco dal momento che siamo di fronte a un’istituzione imprescindibile della Settima Arte. Più complesso è affrontare gli argomenti, le ossessioni che hanno reso grande il suo cinema e che ci sono state trasmesse sempre attraverso un linguaggio filmico potente e concettualmente profondo. Ciò significa che per le sue pellicole occorre dotarsi di un sistema di decodifica che va oltre la visione stessa. Non fa eccezione Lo strano caso di Angelica (in originale O estranho caso de Angélica), opera realizzata nel 2010 dal regista portoghese alla veneranda età di 102 anni. Un progetto che il cineasta rincorreva da più di sessant’anni e che è riuscito a dare alla luce cinque anni prima della sua morte. Lo strano caso di Angelica è un progetto estremamente complesso, mai distribuito per il mercato cinematografico italiano e che abbiamo potuto recuperare solo grazie a Enrico Ghezzi e al suo Fuori Orario- cose (mai) viste (RAI 3) il quale ce lo ha proposto in lingua madre con sottotitoli in italiano. Al momento è l’unica versione in nostro possesso in grado di farci comprendere ciò che nella pellicola viene trasmesso. Il film parla di un fotografo ebreo Issac (Ricardo Trêpa, nipote del regista), residente nella cittadina  Peso da Régua (Porto), che viene chiamato nel cuore della notte da una facoltosa famiglia al fine di esaudire il desiderio della capofamiglia (Leonor Silveira) di fotografare il corpo di Angelica (Pilar López de Ayala), la giovane figlia dalla struggente bellezza morta poco dopo il matrimonio. Il giovane, che ha bisogno di lavoro dal momento che alberga in una misera pensione gestita dall’invadente padrona Justina (Adelaide Teixeira), accetta volentieri e si reca al casolare. Durante lo svolgimento del suo lavoro, Issac si accorge, però, che nell’obiettivo della sua macchina fotografica la ragazza defunta prende vita regalandogli sorrisi e atteggiamenti sublimi i quali, dopo un breve sgomento, provocano nel giovane fotografo un’esplosione di sentimento nei suoi confronti fino all’ossessione amorosa. Da quel momento Issac non è più lo stesso e piomba in una dimensione parallela alla vita reale in cui comprende progressivamente tutti i significati più piccoli e impercettibili della sottile linea che divide la vita dalla morte. De Olivera prende per mano il protagonista e tramite il suo “percorso” fotografico, coadiuvato dall’uso in colonna sonora delle esecuzioni di Fryderyk Chopin, lo rende partecipe di quanto la vita sia speculare al decesso. Le fotografie che il giovane scatta ai contadini che dissodano la terra in un lembo di terreno ormai lasciato alle vecchie usanze dell’agricoltura, non sono altro che la materializzazione di una terra da cui nasciamo e a cui prima o poi dobbiamo tornare. Una presa di coscienza sempre meno evidente in quanto sempre più azzerata dalla’evoluzione sociale che ci circonda (la padrona della pensione bacchetta il protagonista riguardo l’inutilità di fotografare un’attività contadina ormai in estinzione, che non interessa più a nessuno). I contadini vengono immobilizzati nelle loro espressioni più feroci (ferocia della fatica lavorativa e non dovuta alla cattiveria) che accostate alle foto di Angelica (serena e trasognante), appese nella stanza da letto da Issac, diventano completamento umorale e dicotomia vitale. Insieme formano la vita con tutta la sua porzione di sofferenza e di sogno, di speranza e delusione. Il regista assembla un puzzle emotivo dall’afflato potente e, se Issac viene trasportato oniricamente da Angelica verso la felicità, la vita gioca con le persone come il gatto gioca con il canarino presente nella sala ospiti della pensione, mentre esso stesso è atteso da un cane fuori dalla finestra. Il regista ribadisce che la vita è questa: causa e conseguenza e tutti prima o poi siamo carnefici o vittime. Intorno a noi gira un mondo che cerca continuamente di dare risposte (e razionalità) a ciò che è più grande di esso. Da qui  il discorso sulla Materia e l’Antimateria durante la colazione tra intellettuali da quattro soldi nella pensione, che de Olivera restituisce con un sottile cinismo in grado di far venire in superficie l’idiozia del non comprendere, di generare frasi senza carpirne il senso scientifico o etico. Issac è la Materia e Angelica è l’Antimateria. Il loro incontro è l’incomprensione della stessa umanità che nella pellicola viene rappresentata dai cooprimari che giudicano il comportamento incomprensibile e strano del protagonista fino a crederlo in preda alla pazzia. Il regista discute sui massimi sistemi di vita e il fatto che Issac sia un ebreo immerso in una storia dall’afflato cattolico e multilinguistico, rende la materia trattata non omologabile a nessun contesto “di credo” se non quello più alto e incomprensibile all’uomo. La corsa finale del giovane fotografo verso la morte, che neanche il “portatore di scienza medica” (uno degli intellettuali “da pensioncina”) riesce ad arrestare con le sue cure, rappresenta la rincorsa dell’uomo verso quel confine sempre più lontano in quanto sempre meno alla portata della sua capacità percettiva. D’altronde siamo umani e se un Aldilà esiste, non risiede certo nelle nostre convinzioni, ma solo nelle nostre speranze, favole difficili da narrare in assenza di mezzi adeguati che ci permettano di farlo.
Alessandro Amantini

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