La rete è per sempre. Unfriended

Nuovo centro per Jason Blum e la sua Blumhouse Productions, il progetto Unfriended ribalta ogni aspettativa diventando un piccolo gioiello horror. Dopo Sinister (2012) il Male torna a servirsi di un mezzo “non convenzionale”. La pellicola per proiettore viene sostituita con lo streaming, mentre la dimensione catodica lascia il “quadro” alla rete che diventa salotto per convenevoli e critiche, scherzi e litigi. Unfriended risolleva il genere e cerca di farlo parlare, di fargli decodificare il nuovo linguaggio 2.0 (non si può capire il film se almeno non si pratica la navigazione in rete) mettendone in scena tutte le contraddizioni e i pericoli. La storia del redivivo che torna per vendicarsi utilizzando mezzi elettronici non trabocca sicuramente di originalità dal momento che il soggetto ha avuto genesi già nel lontano 1989 quando Wes Craven realizza il suo Sotto Shock  per poi passare a modernariato come The Ring (1998) e  Pulse (2006), ma la pellicola si presenta come una sorta di mockumentary di grande impatto visivo e di innovazione stilistica. Il film scorre interamente in rete dove la nostra TV assume la soggettiva di Blaire (al secolo Shelley Hennig) dedita a conversare con i suoi amici in video-chat (Skype) nel cui gruppo fa incursione un utente senza immagine di profilo, ma in grado di collegarsi a e-mail e ai profili social dei protagonisti senza che nessuno possa eliminarlo (bannarlo, scusate). La trama è una continua rincorsa al “metodo” informatico, amplificata nella sua cupezza dal semi-costante vuoto melodico del soundtrack, scalfito solo dal rumore delle dita che pigiano sulla tastiera. Si susseguono messaggi in puro idioma internauta con tanto di incomprensioni, salti di linea, pixel che sbiadiscono la definizione delle immagini. Il regista Levan Gabriadze dedica una cura maniacale alla video-messa in rete con tanto di inquadrature da capogiro coadiuvate da finestre digitali, posizionate sulla propria privacy che contemporaneamente, una volta aperta sul mondo, diventa trappola mortale per innescare una sorta di voyeurismo dell’orrore a cui si è costretti ad assistere impotenti. C’è molto più di una semplice tematica horror nel film di Gabriadze. Ci sono critiche al sistema Internet, alla troppa facilità di fruizione di materiale “proibito” (si pensi all’aiuto chiesto in Chatroulette dalla protagonista), alla polverizzazione sociale dell’individuo in nome del semplice minuto di gloria telematica. Con la condivisione della sbornia di Laura Barns (Heather Sossaman), filmata dagli amici e divulgata su  canale Youtube, si crea il presupposto per la tragedia annunciata e si gettano le basi su una forte critica a quello che è l’attuale fenomeno del Cyberbullismo. La morte per vergogna indotta (si pensi a frasi di utenti come “Perché non ti uccidi?”) della ragazza rappresenta quello che, in qualche modo, sta accadendo nella società attuale, dove l’immagine sostituisce la carne e l’individuo non esiste se gli altri non lo vedono. Il gioco mortale a cui vengono sottoposti i protagonisti della chat non è altro che la tragica conseguenza delle loro (non)azioni che vengono reiterate dalla rete la quale, una volta inglobatele, ne ruba il “copyright morale” rendendo inutile la speranza del loro recupero. Un video in Internet è eterno come lascia capire la sequenza di chiusura della pellicola, come lo è il rimorso, la colpa e infine la morte. Unfriended ha il pregio di schiaffeggiarci, di sbatterci in faccia la nostra stessa tele-futilità e di aggredire le false moralità (ognuno dei protagonisti ha un “segretuccio” come confida lo spirito vendicativo). Altro grande punto di forza della pellicola, secondo chi scrive, è la minima durata (82 minuti) che non appesantisce la trattazione, non crea vuoti di sceneggiatura e non stempera mai la tensione. La violenza è relegata a piccole dosi somministrate nel visto/non visto delle inquadrature webcam con tanto di improvvisi bui e lampi di malsana irruenza (gli omicidi sono comunque di notevole violenza). Il regista e gli attori dimostrano di essere affiatati e questo risulta essenziale quando si vuol imprimere ad un film una struttura visiva di questo genere. Espedienti filmici originalissimi. Tra tutte almeno due le scene da ricordare, quella del telefono che squillando si muove sul tavolo nell’inquadratura in puro stile FreezeFrame di Valerie “Val” Rommel (Courtney Halverson) e quella della soggettiva dietro la grata di Adam Sewell (Jacob Wysocki) con successiva tragedia. Ci sentiamo di affermare che Jason Blum è riuscito a dare nuova linfa al cinema di genere, in questo caso l’Horror, dal momento che la sua produzione non risulta mai dozzinale, ma studiata e diretta a fornire prodotti di qualità che abbiano una loro originalità (si pensi solo che i falsi profili Facebook usati nel film, sono rimasti aperti per milioni di fan che vi si sono subito collegati). Potremmo tranquillamente affermare che l’impeto e la passione produttiva della Bulmhouse Production riversa le nuove potenzialità impresse al genere anche nei lavori del regista James DeMonaco, (sua, la trilogia La Notte del Giudizio / Anarchia / The Election Year) per cu Blum si fa garante. Lavoro questo intrapreso, però in fasi altalenanti, anche dalle nuove “mini-majors” contemporanee come Lionsgate Production e Platinum Dunes che comunque, secondo chi scrive, stanno generando in tutti i generi cinematografici, una ventata di aria fresca. Si pensi a Split (2016) ultimo film di M. Night Shyamalan il quale rappresenta la terza tappa del sodalizio tra il regista e James Blum. Che i tempi stavano cambiando lo avevamo già percepito ampiamente. Le major stanno producendo blockbusters il più delle volte indirizzati a sbancare i botteghini, e poche volte diretti ad una sana originalità di trattazione (si pensi ai monumentali budget dedicati ai personaggi Marvel). Che spetti davvero agli ultimi diventare i primi nonostante i primi siano irraggiungibili? La parola al pubblico.
Alessandro Amantini

 

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