Guardando nel buio. Man In The Dark

Passato quasi inosservato nelle sale italiane, Man In The Dark è l’ennesima conferma dell’indifferenza del cine-mercato nei confronti di operazioni indipendenti e low budget (la produzione è targata Screen Gems, sussidiaria della major Sony), il più delle volte di alta qualità (secondo chi scrive è il miglior thriller del 2016 insieme a La Notte del Giudizio – Election Year). Il regista Fede Alvarez riesce a farsi perdonare l’imbarazzante remake de La Casa, pur rimanendo sotto l’egida produttiva del ragazzaccio Sam Raimi, e recupera una tensione narrativa essenziale che trova galvanizzazione nella cornice claustrofobica impressa al racconto. Seppur con inappropriato, come al solito, titolo italiano (l’originale Don’t breathe è più aderente alla trattazione), Man In The Dark è un piccolo gioiello di suspense, somministrata attraverso un accuratissimo lavoro sulla fotografia elaborata da Pedro Luque il quale lavora di fino sulle zone d’ombra restituendo nitidezza anche lì dove l’antro più buio garantisce sorprese. Il silenzio la fa da padrone e contamina la scena che si carica di terrore mediante un percorso narrativo per sottrazione. La storia è quella di tre balordi, Rocky (Jane Lavy), Alex (Dylan Minnette) e Money (Daniel Zovatto) che si mettono in testa di compiere una rapina ai danni dell’ex veterano di guerra Norman Nordstrom (Stephen Lang). L’uomo, completamente cieco e con sulle spalle il peso del lutto della figlia investita con l’auto da una ragazza ubriaca, ha adibito la propria casa a “prova di vedente” trasformandola in una trappola micidiale. I tre incoscienti penetrano nella casa e vanno incontro a una sequela di agghiaccianti constatazioni che gli si rivoltano contro ribaltando i ruoli di vittime e carnefice. A questo punto, entra a gamba tesa lo splendido montaggio realizzato a sei mani da Eric L. Beason, Louise Ford e Gardner Gould, che rende giustizia agli espedienti visivi di Alvarez incastonandoli in una forsennata e feroce rincorsa alla sopravvivenza. La casa prende vita in una serie di cunicoli, mansarde, condotte dell’aria che diventano contemporaneamente fonte di salvezza e baratri profondi di morte per coloro che cercano in essi una via di uscita. La macchina da presa non stacca mai e rincorre lo sventurato di turno con dovizia di particolari regalandoci momenti in cui la tensione diventa elevatissima (esemplare la scena del confronto al buio con l’assassino). Erroneamente etichettato come horror, Man In The Dark è semplicemente un thriller a tinte fortissime che nella tematica non risparmia riferimenti alle tematiche malsane di Non Aprite Quella Porta, ma lascia segregato il gore nella dimensione di non visto. Lascia intendere e fa intravedere senza mai spingersi oltre il racconto ed è proprio questa componente a mettere a disagio lo spettatore, grazie anche a giochi di ruolo tra i protagonisti, in cui tutto quello che scorre sullo schermo non è mai come sembra. I colpi di scena non mancano e non sono mai telefonati, creando situazioni al limite della patologia (spiazzante la scena della ragazza segregata e delle pratiche di sevizia da parte dell’aguzzino). Almeno due i momenti memorabili: la scena in cui Rocky si ritrova intrappolata nel condotto dell’aria e l’attacco del Rottweiler all’interno dell’auto della stessa protagonista. Una menzione speciale va, inoltre, riconosciuta alla straordinaria performance di Stephen Lang, attore di altissima levatura teatrale, veterano di Hollywood e grande trasformista. Il suo Norman Nordstrom è terrore puro, l’innocenza della cecità che trasfigura in un’arma micidiale, usata sugli sventurati rapinatori, con una furia attonita che rimanda molto al modus operandi del Michael Mayers di Halloween. I primi piani di Lang ci restituiscono un uomo solo all’apparenza trasudante tristezza per il suo handicap, il quale provoca il ghiaccio nelle vene quando entra in azione preservando la stessa impassibilità facciale. Film poco consolatorio riguardo il discorso sulla sete di vendetta che delinea in modo inquietante la linea di confine tra rancore e pazzia. Finale aperto, come nella migliore tradizione Made in Terror, ma con un’originalità di fondo: il sopravvissuto di turno, stavolta, è a conoscenza della sopravvivenza del Male. Piccolo grande film. Da vedere o riscoprire.
Alessandro Amantini

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