L’anagrafe dei sentimenti – I vent’anni di Moreau

Intrattenimento insolito, questo 20 anni di meno, di David Moreau. Commedia dal soggetto esile quanto basta per imbastire i classici intrecci amorosi conditi da imprevisti ed equivoci di stampo arrivista, ha il suo punto di forza, e quindi di originalità, negli espedienti narrativi elaborati, in fase di sceneggiatura, dallo stesso regista insieme al bravo Amro Hamzawi. La storia è quella di Alice Lantis (Virginie Efira) impiegata per la rivista di moda Rebelle. L’ambiente lavorativo è una giungla in cui si sopravvive solo se si è pronti a sfoderare le proprie doti migliori che a volte non coincidono col merito professionale. Lezione, questa, che  la protagonista assimila talmente a pieno da concepire il fidanzamento con Balthazar Apfel (Pierre Niney) , un ragazzo vent’anni più giovane di lei, come spot per uno slancio di carriera. Tutto intorno gira un mondo di voyeurismo, di cocaina consumata come l’aspirina, di impiegati saggi e consolatori, di amiche-nemiche (la rivale Lise Duchêne, l’attrice Amélie Glenn), di superiori erotomani (il direttore Vincent Khan, interpretato da Gilles Cohen) e di una presidentessa che strizza l’occhio alla Miranda Priestly de Il Diavolo Veste Prada. Moreau abbraccia la classica commedia francese ma tesse una tela visiva e narrativa originali dove le trovate in sceneggiatura vengono valorizzate dalle performance del caratterista di turno. Solo a prima vista il film può saper di già visto, ma con lo scorrere del minutaggio acquista valore. La commedia si tiene lontano anni luce dalla comicità al tritolo del duo Boon/Merad mentre da quella cinica di Francis Veber eredita solo lo sberleffo a certa borghesia di cui solo in qualche momento viene messa in risalto la futilità di certe convi(e)nzioni. La banalità della trattazione viene evitata grazie all’approfondimento dei caratteri dei due protagonisti che ci restituiscono quel corollario di valori che rende, a prima vista, una storia come impossibile. Vengono messe alla berlina sia le convinzioni familiari sia il pudore dello scorrere degli anni il quale è tanto nel viso quanto nell’anima dei protagonisti, i quali fanno leva solo sulle proprie forze dal momento che ambedue hanno alle spalle famiglie disintegrate dalle loro stesse problematiche (si pensi al padre di Balthazar, fuggito all’estero con una ventenne). Tutto converge nel lieto fine, ma attenzione, uno stato di grazia raggiunto solo dopo aver ribaltato i tavoli imperanti di un perbenismo a volte troppo becero e radicato. Non sempre tutto è bene quel che finisce bene, ma a volte un pizzico di scelleratezza ci vuole per liberarsi di fardelli pesantissimi.
Alessandro Amantini

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