Etnia silenziosa – The Tribe

Come porsi di fronte a un film come The Tribe? Con i piedi di piombo e con un forte senso di razionalità. Film estremamente sperimentale e volutamente anti-commerciale, l’opera del regista ucraino Myroslav Slaboshpytskiy è un’esperienza sensoriale spiazzante. Completamente girato in assenza di sottotitoli con l’ausilio del solo alfabeto dei segni ucraino, The Tribe (in originale (UK) Плем’я{{{1}}} Plemya) è un’esperienza percettiva devastante, che ci guida per 132 minuti nel silenzio di un urlo straziante, quello di un manipolo di adolescenti sordomuti che sprofondano nella piaga del bullismo e della prostituzione. La storia vede Sergei (Grigoriy Fesenko), ragazzo dalla vita borderline che cerca la redenzione e la rivalsa unendosi a un manipolo di piccoli delinquenti che detiene il potere in un istituto per ragazzi sordi in cui anch’esso è stato destinato. Il regista non lesina nel mostrarci scene di sesso senza inibizioni e violenza, gettando a terra la mediocrità di certa retorica per favorire il messaggio nudo e crudo. Ciò che frastorna lo spettatore è proprio il gioco di contrasto che prende forma tra il dramma e il silenzio, una dicotomia sensoriale che inebetisce e pone in forte disagio. Vedendo The Tribe si prende coscienza dell’esistenza di un mondo nel mondo e di come, il più delle volte, il silenzio uccide la moralità e la dignità umana. Una tragedia dove i vinti e i vincitori sono inesistenti, annientati tutti dal medesimo silenzio fisico ed etico. Chi scrive ha preso visione del film nella sua totalità, armandosi di sana pazienza (inizialmente credevo che il mio lettore dvd si era guastato). Vedere quest’opera, vincitrice al Film Festival di Milano 2014, ci fa comprendere quanto sia inutile la forma e quanto pesi immensamente la sostanza. Un grido disperato. Un boato di silenzio assordante.
Alessandro Amantini