L’anno del Giudizio – Le Elezioni di DeMonaco

Eccellenza. Questo è il termine esatto per indicare la portata filmica de La Notte Del Giudizio – Election Year, terzo capitolo della saga The Purge, scritta e diretta da James DeMonaco. Se con La Notte Del Giudizio (2013), il regista aveva gettato le basi per un’introduzione allo “sfogo” delineandone la scellerata struttura e gli obbiettivi, e con Anarchia – La Notte Del Giudizio (2014) ne aveva esaltato le conseguenze e la contraddittorietà della sua essenza, con questo Election Year il discorso socio-politico si avvale di un approfondimento eccezionale, elaborato tramite una struttura narrativa altamente stratificata la cui complessità porta al completamento del messaggio filmico. DeMonaco non ripete, amplia ed evolve la critica verso quel sistema collettivo identificato come spina dorsale in cui le nefandezze perpetrate dallo “sfogo” assumono il ruolo di centri nevralgici in cui far convergere più poteri, da quello politico a quello etico fino a coinvolgere i dogmi della religione. Profetico oltre ogni dire (le riprese iniziarono un anno prima degli scontri ad alta tensione tra Trump e la Clinton) e al contempo spericolato nei riferimenti politici, il film punta il dito sul potere nascosto, quello onnipresente, in grado di muovere le masse e i mezzi creando le condizioni ideali per dare alla “purificazione” il ruolo di perno di rotazione dell’intero sistema elettorale statunitense. Ma le dodici ore di anarchia sono anche l’involucro che racchiude una miriade di micro-realtà tra cui spicca lo status patologico della violenza insito in ognuno di noi, pronto a innescarsi nel quotidiano confronto interpersonale e a realizzarsi senza remore, complice la concessione legale riconosciutagli. Non banale è l’ancorare a esso il sistema sanitario che vede nello “sfogo” un incentivo ad aumentare i premi assicurativi per coloro che, conservando ancora quel poco di umano, devono difendersi dai purificatori in quanto non partecipanti alla carneficina. Ogni vita ha un prezzo come ogni reietto ha un costo per il sistema politico il quale si serve della lobotomizzazione mediatica in atto per muovere masse selvagge e iperviolente in grado di alleggerire la nazione dal problema. Ma se questo è lo spessore dato allo status di chi amministra il potere, non è meno complesso e meno importante, quello che il regista conferisce ai conflitti che esplodono all’interno degli stessi gruppi di resistenza, dove ritroviamo Frank Grillo di nuovo nei panni del giustiziere Leo Barnes, ormai divenuto guardia del corpo della deputata liberal-democratica Charlie Roan (Elizabeth Mitchell), il quale, a più riprese, si scontra con due commercianti, uno di origine messicana Marcos (Joseph Julian Soria) l’altro afro Joe Dixon (Mikelti Williamson) che rivendicano il loro status di cittadinanza in nome del loro impegno civile quali soci di un’attività commerciale costruita sul sacrificio e l’abbandono delle proprie origini (Marcos paragona lo sfogo al quotidiano vivere nel suo paese di origine). Tra loro c’è anche Laney Rucker (Betty Gabriel), ex purificatrice pentita, antidoto essenziale ai delinquenti forsennati che li aggrediscono (notevole la scena dell’assalto al supermarket omaggiata dal magnifico montaggio di Todd E. Miller). Sarà proprio lei a far aprire gli occhi a Leo riguardo la dignità delle persone che lo circondano e a dissuaderlo dal conferire all’azione violenta il ruolo di mezzo inoppugnabile. Concetto che assume ruolo fondamentale nel confronto del gruppo di sopravvissuti con i gruppi armati anti-sfogo capitanati da Dante Bishop (Edwin Hodge), comunità nascoste in grado di ripagare i purificatori con la loro stessa violenza. Queste comunità assumono il ruolo di un elettorato pro-liberal, ma al contempo identificano il perpetrarsi dello sbaglio americano come esempio con cui raggiungere i propri fini. Mezzo bandito dalla stessa candidata in quanto consapevole di come la violenza sia conseguenza di sé stessa. La donna, infatti, deve la scelta per il suo cammino politico al fatto di essere ella stessa figlia di una famiglia sterminata anni prima dallo stesso sfogo (scena di apertura del film). Solo non avvalendosi della violenza si può arrivare a un “elettorato pulito”.  DeMonaco lavora sui personaggi, stringe gli spazi e li obbliga a una “dialettica dello scontro” che assume il ruolo di comune denominatore per la sopravvivenza non solo fisica ma anche morale (esemplare la comunicazione tra Dixon e la gang dei Crips tramite un codice “fischiato”). Fronte comune contro quella sorta di deumanizzazione che è fuori alle porte, nei giardini o nei vicoli e che per le strade assume il sapore di tragedia moderna sulla quale aleggia il fantasma delle imminenti elezioni presidenziali. A capo dell’imperante immoralità c’é il candidato rivale Edwidge Owens (Kyle Secor) ideatore e sostenitore della purificazione, religioso patologico che trasforma i Padri Fondatori in una sorta di setta della purificazione, che nel nome del bene, non disdegna l’eliminazione dell’avversario politico di turno tramite rituali allestiti addirittura all’interno delle chiese. Ma DeMonaco non si ferma solo a questo. Scava ancora di più fino ad arrivare al cuore barbaro delle masse, al loro istinto primordiale inanellando una serie di ritratti d’antologia. Tra tutti almeno due i momenti degni di nota: quello dei “Turisti dell’omicidio” ovvero turisti che accorrono nella nazione da tutto il mondo per partecipare allo sfogo, come se fosse una sorta di parco giochi (con tanto di pubblicità e servizi TV), e la sequenza dell’anziana clochard sulla panchina che canta dolci filastrocche di fronte al corpo di un uomo dato da lei stessa alle fiamme al fine di scaldarsi (la purificazione come patologia di sopravvivenza). Immaginario shock che si avvale di espedienti visivi di forte impatto (ottima la fotografia elaborata da Jacques Juffret) come quello di una ghigliottina del ‘700 in piena metropoli con tanto di esecuzioni oppure il Lincoln Memorial marchiato dalla scritta “PURGE” dipinta col sangue delle vittime dello sfogo i cui corpi vengono posti a decoro dei suoi gradini. Il regista sa maneggiare la materia, dosa in modo eccellente la violenza relegandola a mero approfondimento delle azioni e conferisce ampio respiro alla drammaticità dell’insieme (“come siamo arrivati a tutto questo?”, emblematica frase pronunciata dalla Roan di fronte ai corpi impiccati ad alberi da lei scorti fuori dal finestrino dell’ambulanza notturna che l’ha tratta in salvo). A DeMonaco non interessa la cornice, ma solo il quadro. L’azione viene messa al servizio di una lucida constatazione della condizione umana in modo che allo spettatore non sfugga mai, in nessun momento, l’altissimo rigore morale della trattazione. Additato ingiustamente come Horror, il progetto The Purge, è semplicemente una nuova decodifica del messaggio filmico. Lo potremmo definire un Social-Thriller in cui l’apocalisse metropolitana rappresentata perde i connotati di evento futuro (e profetico) dal momento che la realtà in essa rappresentata sembra, in modo preoccupante, sempre più vicina alla nostra. Noi speriamo vivamente che La notte del Giudizio – Election Year sia la conclusione del messaggio, il suo senso compiuto e che non vi sia intenzione da parte dei produttori (Blum e Bay su tutti) di spingere sul pedale del sequel in quanto, secondo chi scrive, questo terzo capitolo chiude definitivamente la rincorsa al capolavoro. Uno zenit dopo il quale, salvo sorprese, non vi possono essere solo che discese le quali, inevitabilmente, porterebbero il progetto verso quella famosa patologia filmica che prende il nome di “scatologia”, o cine-trend, con conseguente perdita di pregio artistico (quello che poi ha dato vita a surrogati come il Torture Porn). Il film si chiude con la vittoria del Bene sul Male (ottenuta non senza perdite significative), della candidata onesta sul rivale corrotto, la quale annuncia che il primo punto del suo calendario politico sarà proprio l’abolizione dello “sfogo”. Come per i precedenti capitoli, sotto i titoli di coda un cronista informa che l’annuncio dato dalla Roan ha provocato sommosse di protesta da parte di coloro che erano favorevoli alla scellerata pratica della purificazione. Ed è corretto che sia questo il finale. Apertamente giusto. Realmente chiuso.
Alessandro Amantini

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