Di ragione e santità. La verità secondo Wainwright

locandinaFulmine a ciel sereno nel panorama horror anni ’90 ormai in netto declino, Stigmate (in originale Stigmata) è un film diretto nel 1999 dall’esperto di videoclip musicali Rupert Wainwright. Partendo da una sceneggiatura coi fiocchi elaborata da Tom Lazarus e Rick Ramage basata su teologie vere (Il Vangelo di Tommaso), la pellicola racconta del percorso di dolore e santità di Frankie Paige (Patricia Arquette), estetista americana che a causa di un rosario regalatole dalla madre dopo un viaggio in Brasile, comincia ad avvertire laceranti mutazioni nel corpo che sfociano nei cinque segni stigmatici della Passione del Cristo. A correre in suo aiuto, dopo fallimentari ricorsi alla medicina, è padre Andrew Kieman (Gabriel Byrne), biologo organico convertitosi alla fede il quale, dopo una lunga analisi e incoscienti ricerche all’interno della Città del Vaticano, scopre che la ragazza è il tramite tra il mondo reale e un’entità soprannaturale che le detta in lingua aramaica i versi di un vangelo scomodo alla Chiesa in quanto facente parte di quei famosi scritti apocrifi che ne riscrivono la storia sovvertendone l’ordine. “Io sono la luce che splende su tutto. Io sono ovunque. Il regno di Dio è in te e attorno a te, non in edifici di legno e pietra. Spezza un pezzo di legno ed io sarò lì, alza una pietra e lì mi troverai”. Queste le parole che fanno da leitmotiv a tutta l’operazione e che sono le vere parole del Vangelo di Tommaso, il quale afferma l’inutilità delle strutture sacerdotali ed ecumeniche come intermediari tra l’uomo e Dio. Tali parole tuonano come una minaccia per il Vaticano, capeggiato nel suo direttorio, dal cardinale Daniel Houseman, un luciferino Jonathan Pryce, il quale dà filo da torcere a Kieman nel risolvere l’arcano. Stigmate viene accolto benissimo dai botteghini divenendo in tutto e per tutto Cult Movie proprio perché uno dei migliori horror di quel decennio, gli anni ’90, che sanciva inesorabilmente la progressiva morte del genere stesso. I tempi della “Teoria del Terrore” elaborata da grandi maestri come Carpenter, Argento e Hopper sono, infatti, un pallido ricordo mentre la macelleria gratuita in stile 2.0 sarebbe venuta alla luce solo qualche anno dopo. La pellicola di Wainwright recupera quell’essenzialità, quel tipico sapore dello scontro apocalittico che era andato perso nel tempo a causa della stanca e superficiale reiterazione tematica di horror di mezza tacca che invano avevano cercato anni prima di fare il verso a L’Esorcista e a Il Presagio divenendo, invece, semplice idiozia cine-scatologica. Il film riesce a rinvigorire la tensione dei tempi passati (intendiamoci, non raggiungendola del tutto) grazie a una messa in scena estremamente curata, con devozione di particolari “di contorno” catturati  dalla splendida fotografia di Jeffrey L. Kimball, che riempie il montaggio elaborato dal “duo delle meraviglie” Michael J. Duthie e Michael R. Miller, forsennato quanto basta a far esplodere in luci abbaglianti e violenti flashback i nervi dello spettatore. Potente e aderentissimo alla trattazione lo score Goth Electro Rock realizzato da Billy Corgan, leader degli Smashing Pumpkins, insieme al compositore Elia Cmiral. La struttura musicale fa letteralmente da limbo alle sofferenze e agli stati d’animo della protagonista alternando esplosioni Cyberpunk a quelle più elucubranti e mistiche del Classic Goth. A porre il sigillo per la riuscita del progetto Stigmate troviamo le impressionanti e dolorosissime performance di una Patricia Arquette in stato di grazia (non solo filmica), in grado di rendere visivamente la sofferenza interiore della possessione e della flagellazione in atto sul suo corpo. Un’interpretazione che trova un perfetto complice in Gabriel Byrne che ci regala, invece, tutto quello che un devoto non vorrebbe mai provare, una miriade di dubbi, veri e sacrosanti. Padre Andrew è un uomo di scienza votato alla fede e vice versa, con tutto il peso dell’umano fardello (la sua battaglia interiore) da scrollarsi dalle spalle. Nella sua completezza possiamo affermare che Stigmate è un progetto riuscito nonostante qualche caduta di stile (dialoghi a volte superficiali e parziale approfondimento dei richiami teologici) o eccesso di colore (trash la scena delle prostitute che tentano padre Andrew al di fuori delle mura del Vaticano, in pieno giorno in Piazza Pantheon!) il quale pone le basi per una riflessione profonda, e mai banale, sullo stato attuale della Chiesa e sulla “figura talare” del discepolo. Cattolicamente scomodo, il finale del film, secondo chi scrive, è davvero interessante in quanto traccia la linea di demarcazione tra la santità e l’uomo definendone al contempo l’incontro che porta al patteggiamento morale che altro non è che l’essenza della natura umana. A volte il Male è più esterno che interno e quello che si identifica come demoniaco, non è altro che il pregiudizio la cui caduta sancisce la giustizia. La possessione di Frankie non è altro che la verità che scalpita per farsi conoscere (emblematica la scena del tentato omicidio da parte del cardinale Houseman nei confronti della posseduta), quella celata da secoli e secoli di storia del Cattolicesimo che sono trascorsi su un tappeto di bugie senza che nessuno potesse smentirle o trovarne giustificazione. Un tema, quello di Stigmate, attualissimo in grado di oltrepassare il genere filmico per aprire un dibattito sui massimi sistemi di qualsiasi credo. Un film che andrebbe visto e rivalutato non solo per la sua struttura visiva ma anche nei contenuti, tanto scomodi e di conseguenza tanto veri.
Alessandro Amantini

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