L’ultimo baluardo della commedia all’italiana. Il cinema di Carlo Verdone

Comico, sceneggiatore, regista, produttore, attore. Carlo Verdone è uno dei pochi artisti a potersi vantare di aver esordito nel cabaret grazie a programmi cult come Non stop della Rai di fine Anni Settanta, di aver nella maggior parte della sua sterminata filmografia scritto, diretto e interpretato le proprie opere e di essersi messo umilmente al servizio di grandi registi in veste di attore come nell’ultima immensa prova fornita ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino. E questo vanto non è frutto soltanto della buona sorte, ma di una fortuna ancora più grande che con il destino non ha niente a che vedere: il talento. All’inizio grezzo, aspro, un po’ da affinare, ma pur sempre vero e amarissimo. Conosci Carlo Verdone (magari potessi!) e conosci i suoi film, le sue nevrosi, i suoi pensieri, il suo mestierare, la sua capacità indiscussa di fotografare l’Italia e l’italiano nei suoi vizi e nei suoi pregi, altro elemento che va ad alimentare quanto detto in precedenza sul suo talento. I film di Verdone non sono mai banali, anzi. Iniziano forse banalmente, fornendoci una messa in scena che però presupporrà divertimento garantito e dandoci dei colpi nello stomaco violenti nel corso della narrazione e soprattutto nei finali che ti lasciano senza fiato. Tra tutti gli artisti che oggi popolano il cinema italiano, Carlo Verdone è l’unico che non tradisce mai e lo fa perché possiede la lungimiranza necessaria per rinnovarsi sempre, per aggiornare le proprie idee e magari rivalutare le proprie convinzioni stando al passo coi tempi, con prese di coscienza che sono ancora più amare della realtà vera, colpendo tutto e tutti attraverso una maschera, la sua maschera, che ha sempre fatto centro senza deludere mai. Per stessa ammissione di Carlo Verdone, in una delle interviste che ha rilasciato a Stracult, un programma di Rai Due, Mario Cecchi Gori (il suo scopritore nonché grandissimo produttore cinematografico affossato nella decadenza dal fratello Vittorio che è riuscito a distruggere per bancarotta un vero e proprio impero) visionando uno dei suoi film in anteprima affermava in dialetto toscano: Tu li giri meglio di come li scrivi. L’è bonoEcco, l’essenzialità del cinema di Carlo Verdone è contenuta in questa frase. Magari i suoi film di base hanno davvero una sceneggiatura grezza, ma il risultato sullo schermo non tradisce mai, ti coinvolge, perché la struttura delle sue opere ricorda davvero la commedia all’italiana degli Anni Cinquanta e Sessanta. Verdone è un gran conoscitore ed estimatore di quel periodo storico e culturale (essendo figlio di un grandissimo critico cinematografico come Mario Verdone non poteva non essere che così) e così i parametri filmici che troviamo nei film di Dino Risi, di Mario Monicelli, di Pietro Germi, di Vittorio De Sica, di Ettore Scola, di Steno li troviamo anche nel suo cinema: una sceneggiatura valida, divertente solo in apparenza, con un’amarezza e una cattiveria di fondo che rendono l’opera diversa dalla comicità facile che ti strappa una risata a ogni inquadratura senza avere, però, spina dorsale. Nei film di Carlo Verdone, invece (come in quelli dei maestri sopra citati) si sorride amaramente, si riflette, ci si indigna. E tutto questo succede in un impianto narrativo che è la commedia. Si piange ridendo, insomma, come fossimo tutti dei pagliacci, figure sole, tristi, arroganti, vittime di una società che inconsapevolmente ci divora con i suoi pregiudizi e le sue convenzioni sociali. Carlo Verdone va oltre gli schemi, abbatte frontiere, perché il suo cinema resta e resterà per sempre un fermo immagine dei tempi che ha percorso, mostrando sempre la realtà secondo il proprio punto di vista che raramente è così imparziale nelle opere artistiche. Ma per capire e conoscere Carlo Verdone bisogna analizzare i suoi film, scoprirli se ancora sono sconosciuti o riscoprirli se non sono piaciuti, perché vedendo la sua filmografia si può comprendere appieno quanto finora affermato. Sì, lo ribadiamo, conosciamo i suoi film e conosceremo lui, un modo particolarmente democratico di porre sé stesso attraverso una finzione che poi così posticcia non è. Altro grande merito che va riconosciuto al suo talento sconfinato. Riconoscere i film di Carlo Verdone, comunque, è molto semplice perché ognuno è contraddistinto da un personaggio, una battuta, una gag che ancora oggi si ricordano per la loro originalità e simpatia. Ad esempio, se citiamo Love, Love, Love in un dialetto sbiascicato e coatto, che cosa vi viene in mente? Sicuramente il Ruggero di Un sacco bello (1980) film d’esordio che lancia Carlo Verdone nell’olimpo della cinematografia italiana. Costato 560 milioni di lire, ne incassò 2 miliardi e mezzo, secondo in quell’anno solo a Ricomincio da tre di Massimo Troisi, altro esordiente d’oro purtroppo scomparso troppo presto (nel 1994) lasciando un vuoto incolmabile. L’episodio del ragazzo convertitosi hippie grazie a una visione mistica del mondo che si confronta con suo padre (il mitico Mario Brega) sul mondo attuale è entrato di diritto tra i più venerati di Verdone che dona al personaggio una caratterizzazione perfetta per ritmi e tempi comici di alta scuola, così come quello che ha per protagonista l’ingenuo e candido Leo (sempre Verdone) che incontra la coetanea Marisol innamorandosene senza speranza. E poi c’è Enzo (ancora Verdone), bulletto convinto di fare stragi di cuori insieme all’amico Sergio partendo per la Polonia a bordo di una Fiat Dino. Citazione, quest’ultima, rispettosissima del capolavoro di Dino Risi Il Sorpasso che Carlo Verdone stravolge e riscrive in chiave comica lasciando presagire il fallimento dell’intento della vacanza. Il tutto sullo sfondo di una Roma ferragostana deserta come lo stato d’animo dei tre protagonisti che non a caso hanno la stessa faccia, rappresentando l’uno il rovescio della medaglia dell’altro e lasciando intendere il decadimento morale delle nuove generazioni e della società in cui vivono. La struttura a episodi del film funziona così bene tanto che anche il secondo film del regista, Bianco, rosso e Verdone (1981), mantiene gli stessi canoni del precedente, ma con una tripletta di personaggi che rimarrà nella storia cinematografica lanciando definitivamente il mito di Verdone. Furio, Mimmo e Pasquale, infatti, sono tre maschere fondamentali per la crescita recitativa dell’artista, tre esempi di virtù, vizi e nevrosi difficilmente ricalcabili senza la faccia di gomma dell’attore. Le elezioni politiche italiane fanno da sfondo alla tematica del film e rappresentano il filo conduttore che unisce i tre protagonisti che viaggiano per andare a votare nel proprio comune di appartenenza (in passato, infatti, chi risiedeva fuori sede o all’estero doveva per forza tornare al paese di origine per votare), ognuno con la propria caratterizzazione che rende la pellicola immortale nella sua rappresentazione. brv5Battute come Magda? Tu mi adori? Sì. E allora lo vedi che la cosa è reciproca? ripetuta allo sfinimento dal nevrotico e paranoico Furio alla stremata consorte, E allungaje ‘e gambe, a riepigaje ‘e gambe, a ristendeje ‘e gambe, a ritiraje ‘ e gambe, a ricoprije ‘e gambe…Io je tajerei que’e gambe! di un esasperato Mimmo nei confronti della nonna ingombrante (una Sora Lella sempre magica) e lo sfogo finale in un dialetto incomprensibile del fino ad allora muto Pasquale che arriva al seggio derubato di tutti i propri già scarsi averi sono elementi da antologia. Come la psicologia dei personaggi stessi, vittime della società finto perbenista dell’epoca e votata inconsapevolmente al degrado morale. Come per il film d’esordio, anche qui Carlo Verdone scrive, recita e dirige sé stesso in maniera splendida, lasciandoci non l’amaro, ma il fiele in bocca nel finale della pellicola e contando su un cast di co-primari di valore. Alla già citata Elena Fabrizi (la Sora Lella), troviamo anche Milena Vukotic (per una volta dismessi i panni della Signora Pina di fantozziana memoria), prostituta d’alto bordo che insinuerà un dubbio sessuale amletico nel candido Mimmo e Angelo Infanti, bellissimo playboy che conquisterà il cuore dell’esasperata Magda. E come per il primo film, anche qui Carlo Verdone ha l’onore di avere, grazie alla produzione curata da Sergio Leone, la colonna sonora firmata dal Maestro Ennio Morricone, che aggiunge valore su valore. E incassi su incassi. Carlo Verdone sfonda al botteghino, avviandosi verso una carriera in discesa. Discesa che lo conduce a realizzare Borotalco (1982), terzo film sceneggiato e interpretato (oltre che diretto) e dove per la prima volta l’attore interpreta un solo personaggio, abbandonando la struttura a episodi che tanta fortuna gli aveva donato nei due anni precedenti. Sintomo di una maturità che nonostante la giovane età l’artista mostra di possedere, reinventandosi e non cullandosi sul successo facile per non stancare e deludere sé stesso e il proprio pubblico. Carlo Verdone viene assistito in soggetto e sceneggiatura da Enrico Oldoini, la produzione passa da Sergio Leone alla Cecchi Gori e le musiche vengono curate dal grandissimo Lucio Dalla insieme a Fabio Liberatori, già tastierista degli Stadio. Aggiungiamo, poi, un cast composto da una giovanissima e riccioluta Eleonora Giorgi nei panni della scatenata fan di Lucio Dalla Nadia, un altrettanto giovanissimo (nonché cognato nella vita) Christian De Sica nei panni dello spiantato amico di Sergio, Marcello, il sempre immenso Mario Brega e l’affascinante Angelo Infanti nei panni di Manuel Fantoni, playboy e fannullone da strapazzo che irretisce il candido Sergio, venditore di enciclopedie porta a porta, con i suoi racconti avventurosi (mitica la battuta E all’improvviso incontrammo un cargo battente bandiera liberiana…) e del quale Sergio, per un disguido, prende il posto per conquistare il cuore della collega sognatrice NadiaIl film è un piccolo capolavoro perché mostra la generazione dei trentenni dell’epoca nella loro parte più vera, illusa dal mito americano, dalle Harley Davinson, dai divi di Hollywood, dalla voglia di viaggiare e di scoprire il mondo anche solo con la fantasia. Nadia e Sergio sono complementari, entrambi ingenui, sognatori, creduloni, ma non stupidi perché il loro desiderio di sognare deriva da una vita sentimentale e privata piena di insoddisfazioni. Ma come sempre le intenzioni vengono tradite dal solito amore che stravolge piani e convinzioni, che ti affoga nell’orgoglio ma alla fine ti dà sempre una seconda opportunità se non hai colto la prima al volo. L’abbraccio e il bacio finale tra Nadia e Sergio che si incontrano di nuovo per ricominciare insieme una nuova vita sulle note di Grande figlio di puttana degli Stadio è un inno alla rivoluzione sentimentale, un invito a seguire sempre i nostri sogni e a non adeguarsi alla vita che si vive solo perché non si ha il coraggio di cambiarla. Un messaggio che Verdone coglie in pieno e che viene premiato da pubblico e critica. Il film, infatti, vince cinque David di Donatello (miglior film, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista, miglior attore non protagonista, miglior colonna sonora) e due Nastri d’Argento (miglior attrice protagonista e miglior colonna sonora) consacrando Carlo Verdone non solo come esordiente di talento, ma come futura pietra miliare del cinema italiano. E il 1982 può essere considerato l’anno della svolta di Carlo Verdone perché oltre a realizzare Borotalco, partecipa in veste di attore ad altri due film importantissimi della sua lanciatissima carriera: Grand Hotel Excelsior e In viaggio con papà che segna l’inizio della sua collaborazione umana e professionale con il grandissimo Alberto Sordi, qui anche in veste di regista. Grand Hotel Excelsior, diretto dalla premiata ditta Castellano & Pipolo, può essere considerato un piccolo gioiello della comicità italiana degli Anni Ottanta dove ogni artista presente, furbescamente incastonato in una sceneggiatura verticale (la singola vicenda di cui è protagonista) complementare a quella orizzontale (l’albergo come teatro delle vicende), è una guest star dell’altro. Attori come Enrico Montesano, Diego Abatantuono, Eleonora Giorgi e un irresistibile Adriano Celentano nei panni del direttore dell’Excelsior Taddeus danno vita a una pellicola che ha dei tempi comici straordinari. Lo stesso Verdone, qui nei panni del pugile scanzonato Pericle che si innamora della cameriera Maria a suon di Comandi, sfodera un’interpretazione sopra le righe che sfocia in un’incontro di boxe disastroso dove rimangono celebri le sue esternazioni, al secondo del proprio avversario (Ahò! Ma perché non te fai li cazzi tua!) e alla dolcissima Maria (Nun me sento male […] ma è come quando vai al mare col canotto. Ecco me sento come se sto dentro al canotto…), l’unica a restargli accanto nel momento del bisogno. Anche stavolta Verdone sfodera una maschera irresistibile, dall’accento ciociaro e dal ciuffo alla Elvis, ricalcando il suo personaggio d’esordio in Un sacco bello.  Maschera che gli consentirà di interpretare l’imbranato e candido Cristiano ne In viaggio con papà, dove risulta essere una spalla perfetta per i tempi comici del grande Albertone. Il confronto generazionale tra il figlio puro e idealista con il padre donnaiolo e furbo è il leit motiv di tutto il film che in un crescendo di gag e situazioni estreme porta a un finale tragicomico. Nel momento in cui Cristiano a sua insaputa, infatti, seduce l’amante del padre, il padre stesso sarà tentato dopo averlo abbandonato in autostrada di spingere sull’acceleratore per compiere un gesto inaspettato, un gesto che contiene tutto il significato del film visto che in quel momento i ruoli si invertono capovolgendo la psicologia dei personaggi e mostrandoci la vera indole di entrambi: ingenua e sempre pura quella di Cristiano, devastata dall’abbandono e dalla vecchiaia imminente quella di Armando. Con una presa di coscienza durissima che solo il legame familiare riesce a non scalfire in maniera tragica. In questo film c’è tutta la capacità di Alberto Sordi di mettere in pratica quanto appreso dai suoi grandi maestri, regalandoci una pellicola che ha il sapore amaro della vera commedia all’italiana e passando simbolicamente il testimone a colui sarà suo degno erede. Carlo Verdone, appunto. L’anno successivo, fortissimo di un anno precedente ricco di soddisfazioni professionali e personali, Carlo Verdone scrive, dirige e interpreta Acqua e Sapone (1983), liberamente tratto dalla splendida canzone omonima degli Stadio scritta da Vasco Rossi, cantata da Gaetano Curreri (È strepitosa/Donna bambina/Donna vedrai/Bambina se lo sai/Meravigliosa/ Stramaliziosa/Vieni e vedrai che cosa sentirai…) e musicata da Fabio Liberatori, che nonostante le critiche aspre che lo accusano di essere un film minore resta uno dei più amati tra i fan di Carlo Verdone. La storia di Sandy (Natasha Hovey), fotomodella bambina oppressa da una madre asfissiante e autoritaria (Florinda Bolkan) che si innamora del proprio precettore, il timido Rolando (lo stesso Verdone) sotto le mentite spoglie di Padre Spinetti, è soltanto in apparenza superficiale e banale perché rappresenta un durissimo atto d’accusa contro il fenomeno delle baby modelle in voga negli Anni Ottanta (e di cui Brooke Shields ne è stata la capostipite), affrontando la tematica con una leggerezza che lascia, come sempre nei film verdoniani, l’amaro in bocca. Anche qui, in sceneggiatura, abbiamo il supporto di Enrico Oldoini e di Franco Ferrini, mentre tra gli attori protagonisti troviamo gli esordienti Natasha Hovey e Fabrizio Bracconeri (non ancora fenomeno televisivo con I ragazzi della III C e College) e la sempre grandissima Sora Lella che con la sua interpretazione bissa la conquista del David di Donatello come miglior attrice non protagonista ottenuto già per Bianco, rosso e Verdone. E anche qui perdiamo definitivamente la struttura a episodi a favore di un unico filone narrativo che fa presagire la volontà di Carlo Verdone di mostrarsi al suo pubblico non solo come attore comico, ma anche impegnato. Scelta che ritroviamo (e condividiamo) nelle tre produzioni successive con il supporto di partner prestigiosi. Con I due carabinieri (1984), infatti, Carlo Verdone incontra un altro asso della comicità cabarettistica e cinematografica dell’epoca, Enrico Montesano, con il quale dà vita a un duetto artistico già sfiorato in Grand Hotel Excelsior (ma non privato visti i continui litigi avvenuti sul set per la scelta delle battute) di alto livello in una pellicola diventata un cult. Glauco e Marino (rispettivamente, Montesano e Verdone) si arruolano nell’Arma dei Carabinieri per dare una svolta alla propria vita di trentenni nullafacenti e tra una gag e l’altra finiscono per diventare addirittura degli eroi quando salvano una scolaresca in treno dalle grinfie di uno squilibrato. Nel mezzo del loro già burrascoso rapporto d’amicizia, l’amore di Glauco per Rita (Paola Onofri), cugina di Marino, della quale il ragazzo è segretamente infatuato. Il film funziona non soltanto per la scelta di mostrare i Carabinieri nella loro natura tradizional-popolare (le famose barzellette vi ricordano qualcosa?), ma soprattutto per la serietà di fondo che costituisce l’essenza dell’Arma stessa. Si può ridere di loro, ma quando è il momento si spara e si muore davvero, come mostra il sacrificio dell’allievo Occhipinti (Massimo Boldi in un’insolita veste comico/drammatica) nel corso di una missione. Anche le motivazioni che spingono i due ad arruolarsi non sono certo idealistiche e rispecchiano l’andamento dei tempi, precorrendoli addirittura (anche oggi gran parte dei giovani scelgono le forze armate proprio perché non hanno un’alternativa professionale valida), segno della solita attenzione all’attualità che Carlo Verdone non ha mai disdegnato nelle sue produzioni attraverso sceneggiature che non risultano mai banali, anche dove la banalità è dietro l’angolo. Nel 1984 smette le vesti di regista e recita soltanto nel film di Enrico Oldoini Cuori nella tormenta dove con Marina Suma e Lello Arena crea un trio frizzante e divertente. La sceneggiatura è curata, oltre che dagli stessi Oldoini e Verdone, da due maestri della cinematografia italiana, Ettore Scola e Furio Scarpelli, che infatti non deludono le attese. Wuolter (Verdone) e Raffaele (Arena), sottufficiale di marina e cuoco di bordo, si innamorano della bella Sonia (la Suma) che preferisce al loro amore la sua aspirazione di diventare un’attrice famosa. I duetti comici tra i protagonisti sono una garanzia, il ritmo veloce di Verdone si adatta benissimo alla comicità partenopea di Arena e la Suma, freschissima del successo di Sapore di Mare dell’anno precedente, tiene testa a entrambi spalleggiandoli da attrice navigata. Nel 1986, invece, è la volta della seconda collaborazione artistica di alto livello. Nel film Troppo forte, infatti, Carlo Verdone rinnova, a ruoli invertiti, l’onore di avere come attore co-protagonista e co-sceneggiatore Alberto Sordi nei panni di un avvocato schizofrenico. Il personaggio di Oscar viene ricalcato da Verdone sul suo Enzo di Un sacco bello, anche se meno volgare e borgataro del primo, con il pallino di sfondare nel cinema e di vivere emozioni forti che lo trascineranno in un vortice di situazioni sempre sopra le righe come da buona tradizione verdoniana. Anche qui una scena che ricordiamo e che ormai è diventata cult per gli estimatori del regista romano è quella iniziale, dove un inarrestabile Oscar gioca una delle partite a flipper più memorabili della storia. Di fronte a un attonito avventore del bar, Oscar manda in tilt l’aggeggio giocando persino di spalle in una caratterizzazione del personaggio coatta ed estrema che entra di diritto nella memoria cinematografica italiana. In questo film, oltre a una struttura molto semplice più basata sulla caratterizzazione dei personaggi che sulla sceneggiatura a dire la verità un po’ debole vediamo un altro connubio musicale, quello tra Carlo verdone e Antonello Venditti che gli cura l’itera colonna sonora. L’impressione che si ha vedendo Troppo forte è quella di un Verdone un po’ spento nell’interpretare personaggi che agli esordi della propria carriera gli avevano tributato fortuna e successo di pubblico e di critica. Forse è per questo che nello stesso anno, il regista lascia la macchina da presa nelle mani del fratello Luca Verdone e si lascia dirigere nell’esplosivo 7 chili in 7 giorni dove, insieme al sempre grandioso Renato Pozzetto nel suo decennio di gloria, dà vita a un duetto memorabile. La comicità non sense e irreale tipica del cabarettista milanese nei panni del cialtrone dottor Silvano Baracchi si sposa alla perfezione con quella esagerata e nevrotica dell’attore romano nelle vesti del dottor Alfio Tamburini e la sceneggiatura (anch’essa curata da suo fratello) frizzante e piena di spunti e gag esilaranti (su tutti i litigi tra Silvano e l’odioso Paolone che non ne vuole sapere di dimagrire e nasconde le vivande in ogni parte della sua camera, persino nello sciacquone del bagno) sono da antologia. Anche il cast aiuta nella riuscita del film visto che tra gli aspiranti dimagranti della pseudo clinica messa in piedi dai due “professionisti” figurano la sempre immortale Sora Lella, Hal Yamanouchi, Franco Adducci, Franco Diogene e Silvia Annichiarico che supportano alla perfezione gli attori protagonisti insieme alla colonna sonora curata dal Maestro Pino Donaggio. Ma anche se il successo non lo abbandona, Il regista/attore comincia a risentire di un po’di stanca sulla ripetitività dei cliché interpretativi e di questo comincia a prendere nota, volgendosi più su uno stile agro dolce e su una scrittura da lì in poi un po’ più matura e curata. Maturità e cura che vengono incastonate con una comicità d’alta scuola nella produzione successiva che suggella un’altra collaborazione artistica di alto livello. In Io e mia sorella (1987), infatti, Carlo Verdone incontra Ornella Muti ed è amore a prima vista. Il duo, lontanissimo per il percorso artistico fatto fino ad allora, nei panni dei fratelli Carlo e Silvia Piergentili danno vita a una bomba a orologeria che funziona benissimo. Già apprezzata nel 1980/81 per il doppio successo al botteghino de Il bisbetico domato e Innamorato pazzo con Celentano, la Muti riprende quei tempi comici e mette non solo la propria bellezza, ma finalmente la propria bravura nelle mani capaci di Carlo Verdone che la rende protagonista assoluta nel ruolo dell’incasinata e casinista Silvia e ne valorizza le grandissime potenzialità umoristiche e drammatiche, sottolineate come sempre magistralmente dalla colonna sonora di Fabio Liberatori. Potenzialità che già intravediamo nell’altra compagna di viaggio di Verdone, una Elena Sofia Ricci ancora in erba ma che da vita a incontri/scontri epici con la cognata. Il film è ben congegnato e funziona molto più del precedente perché stavolta Carlo Verdone torna all’amarezza tipica del suo cinema con una sceneggiatura meno commerciale e più autoriale, raccontando il rapporto conflittuale dei due fratelli mostrandoli nelle proprie debolezze e immaturità. Non è un caso, infatti, che la pellicola vince due David di Donatello, uno per la miglior sceneggiatura e l’altro per la miglior attrice non protagonista a Elena Sofia Ricci che si aggiudica anche il Nastro D’Argento insieme alla collega Muti premiata come miglior attrice protagonista. Sintomo di quella svolta tanto cercata e finalmente trovata da Carlo Verdone  che lo condurrà a produrre nel 1988 il suo manifesto cinematografico, Compagni di scuola. Dimentichiamoci il Carlo Verdone macchiettistico e borgataro delle produzioni d’esordio e conserviamo il Carlo Verdone di Borotalco e Io e mia sorella (non a caso i suoi maggiori successi di critica) a cui uniamo una sceneggiatura non proprio originale (molti, indicando Compagni di scuola lo paragonano a Il Grande freddo di Lawrence Kasdan del 1983), ma che è perfetta nella resa scenica finale. De Il Grande freddo, Compagni di scuola riprende il nucleo centrale della storia, una rimpatriata tra amici di vecchia data che nel film americano avveniva a causa del funerale di uno di loro morto suicida, mentre qui viene causata dall’incontro tra ex compagni di liceo dopo quindici anni dall’esame di maturità in una villa alle porte di Roma. Carlo Verdone si imbatte qui in un’impresa titanica. Il cast conta venticinque attori da coordinare insieme per tutta la durata del film (118 minuti) che mostra, per chi ancora non ne avesse certezza, la magistrale padronanza del mezzo di ripresa che Verdone possiede, scrivendo, dirigendo e interpretando uno dei protagonisti in maniera straordinaria. La grandezza di Compagni di scuola non risiede, però, soltanto nel cast di attori che annovera tra le sue fila, oltre lo stesso Verdone, Massimo Ghini, Nancy Brilli, Eleonora Giorgi, Alessandro Benvenuti, Maurizio Ferrini, Athina Cenci, Christian De Sica, Angelo Bernabucci, Natasha Hovey, ma nella potenza del messaggio che vuole dare: la deriva di una generazione che ha tradito i propri ideali, rinnegato sé stessa e sposato in pieno la propria decadenza votandosi, pur in una pseudo realizzazione lavorativa, al fallimento completo. Come sempre nei suoi film, Carlo Verdone mostra maschere che qui sono ciniche e cattive, pronte a distruggere le esistenze altrui dopo aver distrutto la propria. Emblematica, a questo proposito, è la linea narrativa che coinvolge l’onorevole Valenzani (Ghini), spregiudicato parlamentare cocainomane che abusa della giovane Cristina (la Hovey) amante del candido Piero (Verdone) per un semplice capriccio nei suoi confronti. E altrettanto emblematica è la frase che la stessa ragazza rivolge a Piero andandosene dalla villa: Io non voglio diventare come voi. Sinonimo della presa di coscienza di una generazione (quella di Verdone) ormai votata alla distruzione. Carlo verdone elabora, quindi, una struttura tecnica e narrativa validissima e claustrofobica (la villa) dove in una nottata emergono invidie, veleni e rancori mai sopiti amplificati dalla propria condizione di fallimento. Gli attori, tutti davvero in parte, sono perfetti e si lasciano guidare sapientemente dal regista che ne valorizza talento e capacità espressive. Una menzione speciale va a tre su tutti: ad Athina Cenci, che nei panni della psicologa Maria Rita raccoglie le nevrosi di tutti suoi compagni subendo un crollo emotivo nel finale ed è straordinaria per intensità e drammaticità (e per questo verrà premiata come attrice non protagonista con il David di Donatello); ad Alessandro Benvenuti, che nei panni di Santo Lamazza inganna tutti fingendosi paraplegico e dà qui una prova cinica e disturbante votandosi alla tragedia finale che inevitabilmente lo colpirà; a Christian De Sica, sempre gigione, sempre sopra le righe, ma con un’interpretazione contrastante che stavolta non ti aspetti. Compagni di scuola, quindi, può essere considerato uno dei film più riusciti di Carlo Verdone grazie al solito tocco amaro e aspro che ricorda sempre la vera commedia all’italiana. Il pugno nello stomaco arriva forte e diretto per la generazione del regista e lascia presagire un decadimento morale e sociale che inevitabilmente colpirà purtroppo anche le generazioni future a causa di quelle passate. Verdone ancora una volta precorre i tempi, è già avanti e nella sua ironia feroce e ci mostra quello che ci dà più fastidio, il fallimento di noi stessi, uno specchio amaro e duro che lascia aperte poche porte alla speranza futura. Solo quella di Cristina rimane spalancata anche se compromessa dalla violenza subita, quella degli altri è appena schiusa nell’incertezza e nell’incapacità non di ricominciare, ma di iniziare finalmente una nuova vita. Come il buon candido Piero cercherà di fare. Un capolavoro, una pietra miliare della filmografia di Carlo Verdone, uno tra i film più belli e maturi dell’autore romano. Che l’anno dopo, però, si perde per strada con l’insulso Il bambino e il poliziotto. Il film può essere considerato uno dei minori di Carlo Verdone per sceneggiatura e intenti visto che la storia (un poliziotto,Carlo Vinci, che si prende cura del piccolo Giulio dopo aver arrestato sua madre tossicodipendente e sgominato l’organizzazione criminale alle sue spalle) è molto semplice e non ha grandi pretese. La sorpresa più grande è proprio il piccolo Federico Rizzo che nei panni del bambino pestifero tiene testa degnamente ai tempi comici del suo partner di scena e oltre a Paola Onofri il cast non ha volti di spicco come nel precedente Compagni di scuola. La colonna sonora è sempre ammirabile grazie al sempre straordinario lavoro di Fabio Liberatori, ma stavolta il film non decolla e oggi risulta essere il più leggero del regista romano che però inaugura il 1990 con un altro piccolo gioiello, Stasera a casa di Alice. Si rinnova per la seconda volta la collaborazione con Ornella Muti dopo i fasti di Io e mia sorella, si aggiunge un Sergio Castellitto eccezionale nei panni sconvolti di Filippo e si ottiene un trio, insieme allo stesso Verdone che non delude le aspettative. I due attori protagonisti, cognati nella finzione scenica e gestori di un’agenzia di viaggi religiosa, la Urbi et orbi, diversi per carattere e fedeltà coniugale, trovano il loro punto di incontro nella bellissima e tormentata Alice (una Muti al suo massimo splendore) di cui si innamorano entrambi mettendo in crisi le loro certezze. Stavolta il film fa centro (supportato da co-primari di primo livello come Cinzia Leone e Paolo Paoloni e da una sceneggiatura esplosiva, spumeggiante e amara) e Carlo Verdone ottiene di nuovo il successo di pubblico e di critica che aveva lasciato per strada con l’operazione precedente. Il successo al botteghino è garantito, la nomination al David (per Sergio Castellitto come attore non protagonista) ne rafforza lo spessore e la colonna sonora curata dal mitico Vasco Rossi con Gaetano Curreri fa da traino al film e all’operazione cinematografica successiva. Carlo Verdone continua ad essere una garanzia per la Cecchi Gori e la casa di produzione ne fa uno dei suoi artisti di punta, scommettendo e vincendo sempre sui suoi progetti. Come accade nel 1992 quando Carlo Verdone tira fuori dal cilindro un’altra magia cinematografica dopo Compagni di scuola, ovvero l’epilettico, nevrotico, disarmante e logorroico Maledetto il giorno che t’ho incontrato. E tutti noi, oggi, suoi fan non lo malediciamo quel giorno perché Carlo Verdone, onnipresente nel film nei panni del tormentato e disagiato scrittore musicale Bernardo in balia dell’abbandono sentimentale della compagna Adriana, si fa rubare sapientemente la scena dalla meravigliosa pseudo-emergente Margherita Buy che nei panni della isterica Camilla non lascia scampo al suo partner di scena. I duetti tra i protagonisti sono da antologia, la scena del supermercato, la disamina sul bacio nel salotto di lui dove, tra i vari tipi di bacio, emerge anche il bacio con la lingua a pennello che rende mitico il momento, la scena del letto dove insieme passano in analisi, tirandoli fuori da una busta, tutti i medicinali di cui nessuno dei due aveva avuto il coraggio di liberarsi, il superare insieme le proprie fobie e paure senza apparentemente aver bisogno l’uno dell’altro e dello psicanalista che li tiene in cura e di cui Camilla è innamorata cronica sono momenti di alta scuola cinematografica. I due attori tengono in piedi un film di 112 minuti supportati da una sceneggiatura che non fa acqua da nessuna parte e che ti trascina nella storia senza annoiare. Bernardo e Camilla rappresentano l’apice delle nevrosi tipiche di un decennio che sta iniziando e che sarà caratterizzato da inquietudini e paure, un apice che trova però sfogo sempre nei soliti rimedi naturali e gratuiti, l’amore e la comprensione reciproca. Bernardo e Camilla sono due rovesci della stessa medaglia, due quarantenni falliti che hanno inseguito invano i propri sogni artistici e che continuano a non voler crescere e trovare la propria dimensione fino a quando non si scontrano e incontrano sentimentalmente. Le insicurezze, le paure e le loro solitudini si sposano perfettamente e si amalgamano creando un tutt’uno che difficilmente si riuscirà a rompere. Il successo al botteghino è enorme, la critica osanna Verdone (cinque i David vinti per migliore attore protagonista, migliore sceneggiatura, miglior attrice non protagonista, miglior montaggio e miglior fotografia) e il film diventa un vero cult, tanto da registrare ottimi ascolti anche nelle repliche televisive. Verdone, quindi, con questo bellissimo affresco personale riconquista la critica e fa riflettere sorridendo e sulla scia del successo dirige e interpreta sempre nello stesso anno A lupo al lupo, commedia dolce e amara dove, insieme a uno straordinario Sergio Rubini nei panni dell’affermato pianista Vanni e una svampita e bravissima Francesca Neri (lanciatissima dopo la collaborazione prestigiosa in Pensavo fosse amore… invece era un calesse di Massimo Troisi) in quelli di Livia dà vita a un trio artistico di alto livello interpretando l’ultimo dei tre fratelli Sagonà, Gregorio, musicista fallito diventato DJ alla ricerca insieme ai fratelli del padre, poeta e scultore, apparentemente scomparso. Viaggio che condurrà i tre protagonisti ad affrontare una volta e per tutte vecchi rancori, rivalità mai sopite e confronti accesi caratteristici di ogni famiglia che si rispetti. Con questo film Carlo Verdone spinge l’acceleratore sulla caratterizzazione del personaggio, il protagonista vero è Vanni e Verdone, da sapiente regista e conoscitore dell’animo umano, ne mostra virtù e debolezze, accaparrandosi il ruolo marginale di Gregorio per valorizzare ancora di più il confronto familiare tra fratelli. Anche Livia, nelle sue incertezze amorose e nei suoi continui disastri sentimentali, rappresenta l’irrisolutezza della propria vita, e come i fratelli, il fallimento delle aspettative del padre, sempre attento nei confronti del prediletto Vanni, che si ricongiungerà con i propri figli soltanto dopo il loro ricongiungimento fraterno. Con quest’opera, giudicata dal pubblico anche stavolta minore rispetto agli altri film, Carlo Verdone porta in scena gran parte della propria storia personale, dando il suo secondo nome di battesimo, Gregorio appunto, al personaggio che interpreta e mostrando il confronto generazionale nei confronti del padre artista di successo (Mario Verdone, il papà di Carlo, grande critico cinematografico, vi dice qualcosa?) dei rispettivi figli (anche Verdone, nella realtà, ha una sorella e un fratello). Il film ottiene di nuovo successo di critica e vince due  Nastri d’Argento (uno per il soggetto dello stesso Verdone e uno per la colonna sonora splendidamente curata da Manuel De Sica) ottenendo un buon riscontro in home video. Ribadiamo, comunque, la nevrotica, isterica e contemporaneamente candida e dolce interpretazione di Sergio Rubini che con il suo Vanni dà vita, grazie anche alla mano attenta e capace sia in fase di sceneggiatura che in quella di direzione di Verdone, a un personaggio complesso, ricco di sfumature e sfaccettature, vero traino dell’intera pellicola. Le fatiche cinematografiche del 1992 costringono, però, Carlo Verdone a prendersi una pausa di riflessione di due anni che lo condurrà, però, in una fase creativa che per un triennio dominerà le scene nazionali, sbaragliando la concorrenza e sfondando al botteghino. Il 1994, il 1995 e il 1996, infatti, rappresenteranno per il regista e sceneggiatore romano i picchi più alti della sua carriera cinematografica perché, come già ribadito più volte in precedenza, il pregio più grande che Carlo Verdone possiede è quello di stare al passo coi tempi e di piacere, vero segreto del proprio successo, a generazioni diverse che, pur rinnovandosi, si fidelizzano a lui, al suo cinema e al suo modo di fare cinema. Perdiamoci di vista è la prima chicca. Datato 1994, appunto, ha un pregio enorme: quello di far recitare Asia Argento facendoci dimenticare che è figlia di Dario Argento. Costretta a stare sempre all’ombra del padre, geniale regista horror, l’attrice romana finalmente riesce a scrollarsi di dosso i panni della figlia di e a vestire quelli della ribelle, indomita e battagliera, seppur fragile, Arianna, ragazza paraplegica finita sulla sedia a rotelle a causa di un incidente automobilistico. Ragazza che si scontrerà con l’arrivista e odioso presentatore Gepy Fuxas (Verdone), esponente della TV del dolore, durante  la sua trasmissione televisiva accusandolo di speculare sulle disgrazie e tragedie altrui per tirare su l’asticella dell’audience. A seguito di tale scontro, Gepy perderà il lavoro in TV ma imparerà, attraverso numerosi incontri/scontri, a conoscere il mondo di Arianna, le sue ambizioni e le sue aspirazioni perdute, esaminando a fondo la propria vita vuota e innamorandosi di lei nonostante la notevole differenza di età ed estrazione sociale. Carlo Verdone per la prima volta affronta un tema delicato come la disabilità e lo porta sul grande schermo attraverso una colonna sonora stupendamente struggente curata dal fido Fabio Liberatori e attraverso una sceneggiatura intelligente, cinica e mai banale, che nel fallimento finale di far tornare Arianna a camminare rappresenta il non fallimento della vita di Gepy, fino ad allora vuota, falsa e piena di pregiudizi, ora ricca di amore, sincerità e affetto. Il film, come già accennato, ottiene un grande successo di pubblico e di critica e, a conferma di quanto detto in precedenza, Asia Argento vince il David di Donatello, il Premio Flaiano e il Nastro D’Argento come miglior attrice protagonista, mentre Carlo Verdone si “accontenta soltanto” del David di Donatello per la miglior regia. Sull’onda di questo successo, nel 1995 Carlo Verdone estrae dal cilindro il suo coniglio magico e con Viaggi di nozze sbanca i botteghini di tutta Italia (all’epoca incassò 30 miliardi di lire!) riproponendo, in versione aggiornata, una parte dei personaggi presentati nel decennio precedente attraverso una struttura filmica, anche questa già sfruttata in passato, a episodi volta a creare l’effetto nostalgia nei suoi fan degli Anni Ottanta e a fidelizzare il nuovo pubblico di adolescenti degli Anni Novanta. Squadra che vince non si cambia e quindi Carlo Verdone riunisce in sceneggiatura, oltre sé stesso, la premiata ditta Benvenuti/Bernardi ricalcando i fasti di Bianco, rosso e Verdone. E così l’odioso Furio diventa l’insopportabile Raniero Cotti Borroni, logorroico e nevrotico luminare di medicina capace di spingere al suicidio la prima notte di nozze la seconda moglie Fosca (una Veronica Pivetti ancora in erba come attrice, ma già promettente e macchiettistica al punto giusto) dopo aver fatto altrettanto con l’inarrivabile e ineguagliabile prima moglie Scilla. Il candido Mimmo, invece, assume le fattezze di Giovanni De Berardi costretto a sospendere il viaggio di nozze con la moglie Valeriana a causa dei problemi dei rispettivi familiari in una serie di situazioni assurde che si susseguono senza sosta. Infine, il sorprendente Pasquale si evolve e assume le fattezze del coattissimo Ivano Venchiarutti che in viaggio di nozze con l’altrettanto coattissima moglie Jessica (una irripetibile, seppur quasi esordiente, Claudia Gerini in una delle interpretazioni che la consacrerà sul grande schermo) sperimenterà ogni forma di perversione sessuale fino all’inatteso colpo di scena finale. Tre maschere, come nel suo film più significativo, che anche stavolta fanno centro nell’essere fortemente realistiche. La genialità di Carlo Verdone e dei suoi compagni di sceneggiatura sta proprio nel fatto, infatti, di aver mantenuto i caratteri principali dei personaggi dell’epoca rendendoli però più attuali e vicini al pubblico degli Anni Novanta. E altrettanta genialità va riconosciuta alla caratterizzazione che Carlo Verdone riesce a imprimere nuovamente nella memoria collettiva con frasi che, come nella pellicola degli Anni Ottanta, sono diventate un cult per la nuova generazione. Quel Fosca, pronunciato con lo stesso tono sprezzante e massacrante di quel Magda che tanto ha inciso la memoria collettiva da renderlo un must; oppure quel O famo strano che è diventato il marchio a fuoco di Viaggi di nozze e di Claudia Gerini che oggi è diventata sì un’attrice di alto livello, ma che è rimasta nel cuore della cinematografia italiana degli Anni Novanta per questa unica, banale, ma allo stesso tempo, grandissima battuta. Come rimarranno nei cuori degli spettatori le gag presenti nel film (su tutte la riapertura della bara di Fosca da parte di Raniero che ha dimenticato al suo interno il cellulare, indispensabile strumento di lavoro, la massacrante e interminabile cerimonia officiata dal frate amico di Valeriana e Giovanni e quella dell’automobile dove Ivano e Jessica, insieme a una coppia di amici, discutono su quanto sperimentato e quanto di nuovo c’è da sperimentare per essere sempre al passo coi tempi in ambito sessuale). Il grottesco, anche stavolta, prende il sopravvento e il messaggio finale è duro e amarissimo, in puro stile Verdone. Il matrimonio ha senso di esistere? Perché ci si sposa? Per status sociale (Raniero e Fosca), per vero amore (Giovanni e Valeriana) oppure per noia (Ivano e Jessica)? E quando il viaggio di nozze finisce, cosa rimane? Una partita a calcio nell’atrio di casa, in mezzo alle valigie sparse, mentre tua moglie, già stanca di fare sesso con te, ti abbandona alla tua solitudine notturna, presagendo quella che sarà la tua routine quotidiana da quel momento in poi. Un’immagine che rende ancora più forte la denuncia contro i matrimoni facili consumati per moda, una denuncia in chiave comica che ha, come tipico di Verdone, precorso i tempi anticipando quello che succede oggi, dove la solidità delle unioni è legata a un filo sottile e delicato che si spezza per un niente. E dopo il successo stratosferico di Viaggi di Nozze, Carlo Verdone abbonda e nel 1996 chiude un triennio d’oro portando sullo schermo Sono pazzo di Iris Blond, tornando a quell’autorialità che predilige quasi quanto la critica la quale ama, come il pubblico, la sua unicità nel saper costruire storie che lasciano sempre uno spunto di riflessione. L’amore e la passione di Romeo, cantautore caduto in disgrazia a causa dell’abbandono della sua cantante/amante del gruppo di cui faceva parte che per sopravvivere si esibisce nei locali notturni, per Iris, donna che nel proprio nome racchiude il destino dell’uomo predetto da una cartomante, sono affrontate da Carlo Verdone in atmosfere che ricordano molto i film americani degli Anni Cinquanta. La colonna sonora, rigorosamente jazz e soul curata da Lele Marchitelli e Marcello Surace, fa da sfondo allo svolgersi della vicenda che unisce due anime tormentate, quella romantica e ingenua di Romeo e quella libera e ambiziosa della cameriera Iris, portandoci all’inevitabile non lieto fine che lascia, come sempre nella filmografia del regista romano, l’amaro in bocca ricalcando la struttura tipica dei grandi melodrammi americani. Anche stavolta Carlo Verdone fa coppia con Claudia Gerini che qui dimostra, un anno dopo la sua dirompente partecipazione in Viaggi di nozze, di saper cantare benissimo oltre a essere maturata come attrice comica e drammatica, con un’interpretazione che le vale la nomination al David di Donatello e la vittoria del Premio Flaiano come miglior attrice protagonista. Uno dei film più maturi di Carlo Verdone che non delude le attese, donandoci come sempre delle location meravigliose (Parigi su tutte) e un finale perfettamente coerente con la psicologia dei personaggi. Ma al triennio appena trascorso, dove il regista romano è stato in grado di produrre tre film che hanno riscosso consensi di pubblico e di critica incrementando ancora di più la sua già onorabile carriera cinematografica, seguono altre due pellicole che non brillano per originalità e fantasia. Nel 1998, infatti, Carlo Verdone realizza Gallo Cedrone, l’ennesima riproposizione di un personaggio che diventa subito cult per la sua coattaggine, Armando Feroci, bulletto romano finito erroneamente nelle mani dei terroristi africani durante una missione della Croce Rossa, che nulla aggiunge alle precedenti macchiette già viste nella sua prima produzione. L’ennesimo personaggio, quindi, dalla vita vuota e inutile che suo malgrado diventa un eroe nazionale per poi tornare nella sua città d’origine (Roma) ad essere quello che è: un ignobile nullafacente. Il film non brilla per sceneggiatura e sa di già visto e di ridondanza, anche se Verdone cerca i tutti i modi di salvare la baracca barcamenandosi al meglio delle proprie possibilità. Dopo il flop in sala e la scarsa considerazione della critica, il regista decide di aspettare due anni prima di proporre la seconda delle sue produzioni e inaugura il 2000 con C’era un cinese in coma, dove il leit motiv della narrazione è il successo riscosso dal giovane rampante Niki, autista dell’impresario di basso livello Ercole, durante una serata in cui si esibisce in sostituzione dell’attore principale raccontando proprio la barzelletta che dà il nome alla pellicola. Barzelletta che, grazie a un escamotage teatrale,  rimarrà sconosciuta per tutto lo svolgersi del film, fino al tragi-comico finale. Il successo come sinonimo di disperazione è un tema che ricorre spesso nella filmografia di Carlo Verdone. Già in Perdiamoci di vista lo troviamo nell’irritante presentatore Gepy Fuxas, per poi proseguire col Romeo di Sono pazzo di Iris Blond, fino ad arrivare, appunto, a Niki, arrivista e ingrato. L’unica cosa che cambia in questo evolversi di personaggi schiavi del successo e delle sue tentazioni è il fatto che stavolta a interpretare il ruolo principale non è Carlo Verdone, ma un esordiente che diventerà ben presto un attore televisivo di altissimo livello, Beppe Fiorello, fratello del ben più noto Rosario, che in questa pellicola riesce a scrollarsi di dosso il peso ingombrante del codino d’oro della televisione italiana dimostrando talento e stoffa da vendere. Anche se i risultati al botteghino non sono dei migliori, il film però si lascia apprezzare per il suo tentativo di denuncia (l’ennesimo) di un sistema (il mondo dello spettacolo) in grado di cancellare gratitudine, amicizia e lealtà. Niki porta via tutto a Ercole: soldi, successo e consorte (una Anna Sofroncik giovanissima, ancora stile soap opera, ancora lontana dal dimostrare il proprio talento nelle produzioni attuali), confermando la scelleratezza dello star system. Carlo Verdone riconquista, quindi, la critica con la doppia nomination come attore protagonista al David di Donatello e al Nastro d’Argento, rinnova in entrambi i film la collaborazione musicale con Fabio Liberatori e ritrova la sua vena artistica e creativa, cominciando a capire che il proprio ruolo di capocomico è sì intoccabile, ma che per valorizzarlo inizia ad avere bisogno di spalle di altissimo livello in grado di valorizzare se stesse e il suo lavoro. Dopo la produzione/collaborazione di prestigio prestata in Zora la Vampira dei Manetti Bros (sempre nel 2000) dove interpreta il commissario Lombardi, coatto inseguitore dei succhiasangue in uno dei film più interessanti e sperimentali mai realizzati in Italia, nella pellicola successiva datata 2003, Ma che colpa abbiamo noi, Carlo Verdone riprende la struttura tipicamente da commedia dove il ritorno a una sceneggiatura corale (che non raggiunge i picchi altissimi di Compagni di scuola) e l’apporto di un cast di primo livello fanno subito breccia nel pubblico riaprendo al regista romano le porte del successo. L’idea di partenza è originalissima e l’incipit è straordinariamente teatrale: un gruppo di pazienti riuniti in terapia corale nello studio della psicoanalista affronta i propri problemi accorgendosi solo alla fine della seduta che la medesima è volata a miglior vita, lasciandoli soli e disperati nell’affrontare i problemi delle rispettive esistenze. E tutto il gruppo decide quindi di auto psicanalizzarsi riunendosi a turno nelle rispettive abitazioni per portare  a termine il percorso intrapreso. Soluzione che porterà ogni personaggio a una presa di coscienza amara e cinica della propria condizione esistenziale, alla ricerca di superare i propri problemi affrontandoli, assumendosi ognuno le proprie responsabilità. Carlo Verdone, quindi, torna a quello che sa fare meglio: a scrivere una sceneggiatura che sa di copione teatrale, ma che sullo schermo rende perfettamente nelle intenzioni e nella resa scenica, grazie anche alla collaborazione di attori in parte che valorizzano ancora di più il risultato finale. Tra le fila si annoverano, infatti, Antonio Catania (Ernesto, separato dalla moglie che riesce solo a dormire sui treni in corsa), Anita Caprioli (Chiara, anoressica e bulimica), Stefano Pesce (Marco, art designer in terapia perché innamorato di Chiara) e la solita straordinaria Margherita Buy (Flavia, ossessivo-compulsiva denigrata dall’amante) che undici anni dopo Maledetto il giorno che t’ho incontrato ritrova il sodalizio artistico con Verdone donando un’interpretazione intensa ed estrema. E anche il regista nei panni del nevrotico Gegè, ossessionato dal padre padrone verso il quale non riesce a ribellarsi, dà uno spessore al personaggio inglobandolo perfettamente nel gruppo. Il merito di Carlo Verdone in questi film corali composti da un cast numeroso, è il saper creare sapientemente l’amalgama gestendola sia dall’interno (in fase recitativa) che dall’esterno (in fase registica), sottolineandone caratterizzazioni e valorizzandone il talento. Non tutti i registi possiedono questo pregio, ma la grandissima esperienza del Verdone televisivo, del Verdone attore e soprattutto del Verdone sceneggiatore riesce dove altri falliscono. In film come Ma che colpa abbiamo noi e Compagni di scuola emerge, infatti, tutta l’autorialità teatrale e artistica del regista che riesce a rappresentare nello stesso modo in cui li concepisce  le estremizzazioni, i vizi, le debolezze e le nevrosi dei personaggi creati. Lo spettatore, quindi, diventa parte integrante della storia e senza volerlo si rispecchia in essa perché tutti e sottolineiamo tutti i personaggi creati da Carlo Verdone sono reali così come le situazioni che vivono che, seppur romanzate ed esasperate, fanno parte della nostra vita quotidiana. Carlo Verdone riesce a rappresentare ciò che vede, osserva e riflette, deduce e realizza, scrive e romanza e colpisce al cuore perché i suoi film sono uno specchio cinico, tragi – comico e amaro della società in cui viviamo. E l’ennesimo successo al botteghino lo dimostra, confermando la sua grandissima potenza creativa e registica, baluardo della vera commedia all’italiana. Ma come spesso succede al regista romano, a film con sceneggiature solide e vincenti ne seguono altri con strutture e tematiche godibili basate però su soggetti piuttosto banali. È il caso di L’amore è eterno finché dura (2004) e de Il mio miglior nemico (2006), intervallati dalla partecipazione come attore nel primo capitolo della trilogia di Giovanni Veronesi, Manuale d’amore nel 2005 (cui seguiranno nel 2007 e nel 2011 Manuale d’amore 2 e Manuale d’amore 3 che però non meritano menzione per la loro ripetitività), dove nell’ultimo degli episodi dedicati all’evoluzione dell’amore raccontato nelle sue più intricate sfaccettature, ci dona un personaggio memorabile, coinvolto in scene memorabili, con ritmi e gag memorabili, dimostrando ancora una volta di essere (se mai ce ne fosse stato bisogno) oltre che un regista e sceneggiatore formidabile anche un attore di altissimo livello, pronto a mettersi al servizio delle idee e delle esperienze altrui. L’amore è eterno finché dura, dicevamo. Carlo Verdone, nei panni di Gilberto Mercuri, raccontando la crisi coniugale e la ricerca continua di stabilità dopo la fine del suo matrimonio con la moglie Tiziana, ci dà una visione non del tutto scontata del rapporto di coppia (i rispettivi tradimenti dei coniugi, la voglia di sperimentare negli speed date, le accuse reciproche e i rispettivi vizi, difetti e debolezze della natura umana, femminile o maschile che sia) e di quelle che possono essere improvvisamente le sorprese che l’amore ti dona, come il riscoprirlo con una persona molto vicina dopo averla cercata a lungo lontano da noi stessi. E questa sorpresa capita proprio a Gilberto che troverà la forza di ricominciare innamorandosi dell’amica Carlotta, anch’essa in crisi coniugale con il proprio compagno. Ciò che ci piace della pellicola è la solita costruzione perfetta a cui il regista romano ci ha abituato, i tempi comici, le gag e il cast, formato oltre che dallo stesso Verdone, anche da un duo formidabile di attrici: Laura Morante nei panni di Tiziana, insolitamente sopra le righe, insolitamente non impostata, insolitamente nevrotica stile Margherita Buy, ma più sobria e davvero in parte e Stefania Rocca in quelli di Carlotta, insicura, emancipata, allegra, casinista e profondamente delusa e amareggiata da una vita sentimentale vuota e superficiale, personaggio a cui l’attrice dona sfumature complesse che oscillano tra il comico e il drammatico rendendolo vero. Ciò che invece non ci piace, come già accennato in precedenza, è la sceneggiatura che funziona nei momenti agro-dolci mostrandosi, invece, ripetitiva in quelli più leggeri. Qualcosa, infatti, stona nella storia non agevolata anche dalla lungaggine del film, 110 minuti che in altre produzioni verdoniane scorrevano veloci mentre qui aggravano. Insomma, un piccolo passo falso che però non scoraggia il pubblico e la critica che lo tiene in considerazione (in nomination) ai David di Donatello mentre ai Nastri d’Argento consacra meritatamente l’interpretazione della Morante. Passo falso che ne anticipa un altro, Il mio miglior nemico, dove va dato agio, però, che i difetti non sono relativi alla sceneggiatura, ma alla banalità del soggetto. Il confronto tra Achille De Bellis (Verdone), manager di una catena alberghiera appartenente alla ricca moglie Gigliola (una Agnese Nano finalmente lontana dalle interpretazioni smielate della TV e più vicina a quelle teatrali e cinematografiche che invece hanno fatto sempre emergere il suo talento come il suo esordio in Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore) e Orfeo Rinalduzzi, figlio di una cameriera ingiustamente licenziata da Achille medesimo, prima violento poi via via sempre più collaborativo nella conoscenza reciproca di pregi e difetti di entrambi, sa di già visto. Aggiungiamo, però, che anche qui Carlo Verdone dimostra di possedere non solo doti artistiche strepitose, ma anche registiche miracolose visto che dopo aver dato a Laura Morante l’occasione di uscire dai canoni di recitazione drammatici evidenziandone il lato brillante, anche qui riesce a riabilitare l’eterno “fratello di” Silvio Muccino, sempre validissimo nella sua carriera in fase di scrittura (anche qui collabora con lo stesso Verdone dopo l’esperienza condivisa di set di Manuale d’amore), ma a volte devastante come attore cinematografico. Invece qui l’attore mostra maturità, si mette al servizio di Verdone e si lascia guidare dalla sua esperienza e dimestichezza nel tirar fuori sempre qualcosa di buono anche dove pensi non ci sia. Dimostrazione di ciò è la nomination ai David di Donatello per la sceneggiatura e ai Nastri d’Argento per la migliore interpretazione maschile  proprio di Silvio Muccino stesso che non vince su carta, ma sul grande schermo sì. Nel 2008, invece, la stella di Carlo Verdone torna a brillare grazie a Grande, grosso e… Verdone, una ripresa attualizzata delle sue maschere a cui tutti noi siamo ormai abituati e affezionati. Il film ripercorre la storia di Leo, Callisto e Moreno (tutti interpretati dallo stesso Verdone con la solita verve comica alternata a momenti drammatici e amari) ricalcando gli stessi tratti psicologici dei loro alter ego precedenti già visti in Bianco, rosso e Verdone e in Viaggi di nozze. La grandezza del regista romano in questa operazione nostalgia sta, però, nel fatto di non essere ripetitivo, ma di concedere sempre uno spunto di riflessione non indifferente al grande pubblico. Non è un caso, infatti, che ogni volta che Verdone approccia al cinema a episodi (stavolta slegati l’uno dall’altro e non intrecciati) mostrando sempre la stessa maschera dagli stessi risvolti (il logorroico, il candido e il coatto) fa breccia nel cuore del pubblico, perché dona al pubblico stesso la sua immensa capacità di fotografare l’italiano medio, i suoi vizi, le sue virtù, il suo modo di essere e di pensare legandolo perfettamente ai tempi in cui vive. Pregio, questo, enorme dell’autore che riesce sempre a stupire, a innovare, a farci uscire dalla sala con un sorriso sempre più amaro e con la consapevolezza di esserci appena specchiati in quella realtà che a volte vorremmo cancellare e che invece dobbiamo accettare per quella che è anche se fa male. Le ennesime peripezie di questi tre anti-eroi ci mettono di fronte a quello che vorremmo ignorare nella vita di tutti i giorni (l’incapacità e le difficoltà di essere genitori maturi nei confronti dei propri figli, la corruzione e il degrado della raccomandazione elette a unico mezzo per riuscire nella vita, il tradimento, debolezza umana nascete dall’insoddisfazione, mostrato invece come forma di trasgressione). Carlo Verdone ci rimprovera bonariamente, ci dà la sveglia e lo fa con il solito stile tecnico impeccabile, con una sceneggiatura matura e attraverso una collaborazione solida e collaudata. Torna, infatti, per la terza volta Claudia Gerini nei panni della moglie coatta di Moreno, Enza, e per la terza volta lascia il segno insieme a una Geppi Cucciari esplosiva e a un cameo di Massimo Marino che entra di diritto nella storia della filmografia verdoniana nei panni di uno sgradevole e coattissimo impresario di pompe funebri . Il successo enorme al cinema (più di dodici milioni di incasso nelle sale) permette a Carlo Verdone di tornare ai fasti dei bei tempi, di offrire nel 2009 una bellissima collaborazione nei panni di sé stesso nell’altrettanto bellissimo film di Francesca Archibugi Questione di cuore (con un Kim Rossi Stuart e un Antonio Albanese ai massimi livelli interpretativi come mai nella loro carriera artistica) e un’interpretazione brillante nel film Italians di Giovanni Veronesi e di realizzare un altro film manifesto l’anno successivo. Nel 2010, infatti, Verdone estrae dal cilindro Io, loro e Lara, film corale dove l’attore torna a vestire i panni della spalla di lusso interpretando padre Carlo Mascolo, missionario rientrante a Roma per una crisi di fede dove dovrà risolvere i problemi etici ed esistenziali della sua strampalata famiglia, interessata soltanto all’eredità del padre messa in pericolo da una procace badante. Coadiuvato da un cast di mestieranti di prim’ordine tra cui spiccano Laura Chiatti nei panni di Lara, la figlia della badante, qui in uno dei suoi ruoli più riusciti, Marco Giallini in quelli del fratello Luigi, Anna Bonaiuto in quelli della sorella Beatrice e Angela Finocchiaro in quelli della  svampita dottoressa Elisa Draghi, Carlo Verdone affronta per la prima volta dopo Perdiamoci di vista temi etici e morali, mostrandoci il lato puro e cristiano della Chiesa, quella vera, che padre Carlo rappresenta, contrastante con l’arrivismo e la fame di denaro della propria famiglia per tutelare i propri interessi economici nei confronti della badante vista come elemento disturbante l’armonia e l’equilibrio familiari già precari. In tutta la costruzione del film, Carlo Verdone ci mostra il lato bieco e infido dell’essere umano che davanti ai soldi sacrifica qualunque valore etico e familiare. Profetica e amarissima, a tal proposito, la battuta (che sa di fortissima presa di coscienza) che il regista dona al compianto Sergio Fiorentini (il padre Alberto) e che racchiude tutto il significato della pellicola, un’accusa al comunismo falso e ipocrita e agli ideali di sinistra da farsa pronti a sgretolarsi di fronte alla prima percezione di pericolo nei confronti di ciò che si possiede (fortissimo il concetto di falsa tolleranza e integrazione nei confronti della badante accusata di voler approfittare del patrimonio dell’uomo proprio da chi le inneggia e sbandiera a gran voce nella società). Un altro colpo duro nascosto dal guanto di velluto del regista che per la pellicola, oltre al successo al botteghino con più di quindici milioni di spettatori, ottiene due nomination al David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior soggetto. E sulla scia di questo successo, Carlo Verdone nel 2012 sforna Posti in piedi in Paradiso, un’altra chicca brillante che arricchisce (se ce ne fosse ancora bisogno) il bagaglio cinematografico dell’autore. Con una sceneggiatura perfetta, con dei tempi comici perfetti e con un cast perfetto, la pellicola ottiene un ottimo risultato al botteghino e spinge sull’acceleratore trattando tematiche attuali col solito piglio cinico e amaro della filmografia verdoniana.  Un elogio particolare, infatti, va al tris di attori di cui Carlo Verdone decide di accompagnarsi in scena nei panni dell’ex produttore musicale fallito Ulisse, abbandonato dalla moglie e alla ricerca continua di ristabilire un rapporto con la figlia. Le interpretazioni, infatti, di Pierfrancesco Favino nei panni dell’ex critico cinematografico Fulvio, divorziato e disoccupato, di Marco Giallini nei panni di Domenico, agente immobiliare donnaiolo e giocatore d’azzardo e di Micaela Ramazzotti in quelli della cardiologa ansiosa e ansiogena Gloria sono da manuale. Il terzetto dei personaggi maschili, nella loro convivenza forzata nell’appartamento che decidono di condividere per affrontare ognuno i propri disastri economici dovuti al mantenimento delle rispettive ex, è esplosivo, le gag, i tempi e il ritmo scenico sono frenetici, non ci sono tempi morti e la sceneggiatura sottolinea, tra il comico e il drammatico, le tematiche sociali più scottanti quali la non tutela da parte della legge italiana dei mariti/padri divorziati nei confronti delle proprie famiglie e le difficoltà economiche dovute alla mancanza di lavoro in una società che vuole soltanto senza dare. E a fare da spalla, stavolta davvero di lusso, ci pensa proprio la Ramazzotti che col suo stile di recitazione svampito, estremo, quasi borderline si amalgama perfettamente con i tre protagonisti nell’intricato svolgersi della vicenda. Ancora una volta, quindi, Carlo Verdone, buttando un occhio sui temi sociali, fa centro, il suo consolidato modo di guardare la realtà italiana stando sempre al passo coi tempi, anzi stando un passo avanti ai tempi medesimi, è una sicurezza, il suo muoversi tra le righe sottolineando con la sua immensa bravura registica sensazioni, sguardi, momenti, impressioni danno un segno profondo di maturità non solo artistica, ma personale. E a dimostrazione di questa maturità arriva una pioggia di nomination ai David di Donatello dove, però, resta all’asciutto (peccato per la splendida canzone Therese di Gaetano Curreri, ancora fedele compagno di viaggio come negli esordi). Maturità che però viene premiata ai Nastri d’argento, dove la pellicola vince il premio come miglior commedia, mentre Micaela Ramazzotti e Marco Giallini quello, rispettivamente, come miglior attrice e miglior attore protagonista. Ma, a prescindere della carriera strepitosa come attore, regista e sceneggiatore, Carlo Verdone merita una menzione d’onore, una standing ovation, un applauso caloroso, un inchino alle sue capacità recitative e un omaggio doveroso alla sua sensibilità interpretativa per averci donato nel 2013 il personaggio di Romano, struggente, devoto, malinconico, drammatico, commovente e straziante scrittore teatrale fallito nel film premio Oscar La grande bellezza di Paolo SorrentinoCarlo Verdone si mette stavolta al servizio del visionario regista partenopeo donando un’interpretazione magnifica e priva di sbavature, che alterna momenti sopra le righe a momenti di drammaticità intensa. Dimentichiamoci il Verdone attore comico e conserviamo il suo innato talento nel mostrare una maschera tragica, l’ennesima, vittima della società cinica, falsa, ipocrita, cattiva dei salotti romani, dalla cocaina facile, dalla lussuria imperante e dal degrado crescente. La grande bellezza, appunto, che viene rappresentata in contrasto con la purezza, la classicità e la maestosità architettonica e paesaggistica di una Roma notturna mai così degnamente fotografata. L’attore, in un cast di primo ordine (Galatea Ranzi, Tony Servillo e Sabrina Ferilli su tutti), non sfigura, anzi, stupisce, spingendosi oltre e calandosi così bene nel personaggio tanto da fare quasi rabbia per bravura e intensità. Bravura e intensità che vengono ignorate ai David di Donatello (dove ottiene solo la nomination come migliore attore non protagonista) ma premiate ai Nastri d’argento (nella stessa categoria). Un’interpretazione, quindi, che lascia il segno, un livello altissimo che difficilmente Carlo Verdone riuscirà a ripetere, una consacrazione soltanto in parte riconosciuta dalla critica e dal pubblico che, seppur faticando a comprendere la genialità del film di Sorrentino (a parte nel finale, purtroppo sopra le righe e totalmente sconnesso col resto della storia), non hanno potuto ignorare la grande prova offerta dal regista romano. Sempre più bravo, sempre più drammatico, sempre più Verdone anche nella finzione. E dopo i fasti de La grande bellezza, Carlo Verdone dirige nel 2014 Sotto una buona stella dove, grazie come sempre alla propria interpretazione e a quella frizzante e disincantata di una Paola Cortellesi sempre più convincente come attrice cinematografica (sia nei ruoli brillanti che in quelli drammatici), mette in scena una storia romantica e leggera, dove l’incontro/scontro tra due personaggi soltanto all’apparenza opposti (Federico e Luisa, vicini di casa, prima nemici, poi amici, infine innamorati) è il vero sale della pellicola. Anche qui nomination ai David di Donatello e ai Nastri d’argento, ma nessuna vittoria, anche se nelle sale ancora una volta il pubblico premia il regista con un buon riscontro. Riscontro che si ripete con l’ultima fatica cinematografica dell’autore datata 2016, L’abbiamo fatta grossa, dove insieme ad Antonio Albanese dà vita a un duetto comico inedito, ma vincente. Regista, attore, sceneggiatore, produttore, quindi, con nove David di Donatello, dieci Nastri d’argento e tre Globi d’oro vinti finora. Tutto questo è Carlo Verdone che dopo trentasei anni dal suo film d’esordio Un sacco bello ha ancora molto da dire. Nell’introduzione abbiamo affermato che Verdone, per la sua capacità di rappresentare l’Italia e l’italiano, si è ispirato ai grandi padri della cinematografia nazionale come Dino Risi, Mario Monicelli, Pietro Germi, Vittorio De Sica, Ettore Scola, Steno, azzardando un paragone che la maggior parte del pubblico potrebbe trovare esagerato. Ma se la maggior parte del pubblico, come la sottoscritta, avesse visto tutti i film di Carlo Verdone e conoscesse gran parte della filmografia degli autori sopra citati, non troverebbe questo paragone azzardato visto che senza ombra di dubbio l’autore concentra in sé le principali qualità di ognuno di questi giganti nostrani. Potremmo affermare, infatti, che Carlo Verdone possiede il cinismo amaro di Dino Risi, l’ironia graffiante di Monicelli, la cattiveria gratuita di Pietro Germi, lo sguardo alla realtà di de Sica, il talento nella scrittura di Scola, il ritmo comico di Steno. Ovvero, tutti gli ingredienti dell’unica vera commedia all’italiana che ha fatto scuola in patria e all’estero e della quale, negli ultimi vent’anni, i cineasti nostrani attuali sembrano aver gettato al vento le fondamenta. Per fortuna che c’è ancora Carlo Verdone a ricordarci qual è il vero cinema italiano e sicuramente, tra venti, trenta, quaranta, sessant’anni le generazioni che si succederanno continueranno a vedere, rivedere e rivedere ancora i suoi film aggiungendolo nella lista dei maestri precedentemente citati con una propria caratteristica distintiva: la sensibilità, una dote rarissima che solo i cineasti di grande scuola possiedono, un elemento fondamentale per colpire il cuore, lo stomaco e il cervello dello spettatore che uscendo dalla sala, ogni volta, si arricchisce emotivamente di qualcosa di diverso. Grazie Carlo Verdone di essere l’ultimo vero baluardo artistico ed etico di quest’Italia che va sempre peggio, ma che grazie a te sembra avere sempre una possibilità di miglioramento, di redenzione, di rinascita.
Giorgia Amantini

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