Siamo bravi, siamo belli, siamo forti: il qualunquismo irritante di Independence Day – Resurgence

Dopo aver visto Indipendence Day – Resurgence apprezziamo molto il titolo dell’opera, perché lo spettatore, dopo aver visto Independence Day – Resurgence (memorizzate bene questo film e non ve ne pentirete) avrebbe bisogno davvero di una rigenerazione/resurrezione intellettuale per spogliarsi di 120 minuti di qualunquismo e patriottismo all’acqua di rose che sono a dir poco orticanti. Se avete visto il capostipite come la sottoscritta, quell’Independence Day che nel 1996 nonostante la sua costruzione edulcorata stupì tutti noi per trovate intelligenti e impianto scenico ed effettistico d’avanguardia, rimarrete molto delusi e arrabbiati di quello che è il risultato portato in scena dal grandissimo Roland Emmerich, qui ai suoi minimi storici in fase di sceneggiatura, ma ai massimi livelli in fase registica grazie al supporto delle nuove tecnologie che rendono il film, almeno da questo punto di vista, interessante e scorrevole come sempre nel DNA dell’autore. L’operazione nostalgia riesce a metà, però, perché assente Willy Smith per problemi di cachet (non per il mal di testa, ma per il suo conto corrente bancario visto che l’ingaggio faraonico proposto per la sua partecipazione non lo ha soddisfatto tanto da fargli declinare l’invito) gli unici residui importanti della pellicola di vent’anni fa sono il sempre sornione Jeff Goldblum, di nuovo nei panni di David Levinson ora a capo del progetto scientifico di difesa globale, il redivivo Bill Pullman in quelli del disastrato ex presidente noi non ce ne andremo in silenzio nella notte Thomas Whitmore, Judd Hirsh sempre nei panni dello svampito padre di David, Julius Levinson e Brent Spiner nei panni del Dott. Okun, risvegliatosi dopo vent’anni dal suo stato comatoso richiamato proprio dal risveglio telepatico degli alieni cattivi. Quel che tiene viva l’attenzione nelle fasi iniziali del film, come in tutti i sequel, è la caccia ai personaggi per ritrovare coerenza narrativa col primo capitolo e soprattutto, dopo tanti anni, per mettere a fuoco quelli che sono i legami esistenti con la sceneggiatura precedente. Così, all’inizio ritroviamo Dylan Hiller (Jessie Usher), figlio di cotanto padre morto eroicamente in missione, a capo del plotone dei piloti più forti dell’Unione planetaria di difesa contro gli attacchi alieni e Patricia Whitmore (Maika Monroe), figlia di altrettanto cotanto padre Thomas Whitmore nello stage della Casa Bianca, ma ex pilota da caccia come il paparino ai quali si aggiunge un personaggio nuovo di zecca, Jake Morrison (Liam Hemsworth), altrettanto pilotone d’attacco dell’esercito interstellare nonché futuro sposo di Patricia nonché responsabile di un incidente aereo nei quali ha messo in serio pericolo la vita di Dylan… Avrete notato che finora non abbiamo parlato della trama del film non per noncuranza, ma perché semplicemente la trama del film è difficile da descrivere, non per la sua complessità, ma per la sua inesistenza. Ribadiamo che in 120 minuti, non c’è uno spunto creativo degno di nota, non c’è novità (no, nemmeno Charlotte Gainsbourg lo è vista la sua insulsa e inutile partecipazione nei panni della dottoressa Catherine Marceaux, ex fiamma di Levinson dalla erre moscia e…basta!), non c’è niente se non una ripresa totale dei temi del primo capitolo. Gli alieni ci attaccano perché vent’anni prima una navicella precipitata sulla Terra aveva fatto in tempo a lanciare un segnale di soccorso, ma ci attaccano anche perché cercano una sfera precipitata sulla Terra stessa contenente i dati di altre civiltà che nello spazio hanno formato una resistenza di difesa contro gli attacchi medesimi. Della serie, non siamo soli nell’Universo, non siamo i soli ad essere stati attaccati, ma siamo i soli che siamo riusciti a sconfiggerli. Non una, ma ben due volte! E toccherà proprio a noi guidare questa resistenza. Quello che ci spaventa, quindi, è che questa conclusione della pellicola presagisce un terzo capitolo e, dati i risultati ottenuti con il presente, più che una promessa ci sembra una minaccia da scongiurare. Ma di film come Independence Day – Resurgence, di questi tempi, si ha molto bisogno. Non a caso la pellicola ha riferimenti politici nemmeno troppo velati: l’esistenza di un’Unione di tutti i popoli della Terra e di un unico esercito interstellare, alleati e non più in guerra tra di loro, per difendere la Terra medesima dagli attacchi alieni si riferisce chiaramente al difficile momento che il mondo sta vivendo in questi tempi (la debolezza degli Stati della NATO e dell’UE di fronte alla minaccia Isis), l’intraprendenza dei terrestri che escono sempre vincenti dal confronto è un modo per riaccendere la speranza che nonostante tutte le difficoltà riusciremo a sconfiggere la minaccia terrorista islamica, il veder crollare la nave madre aliena, ancora una volta perdente, sullo sfondo della Torre Eiffel di Parigi è un chiaro messaggio di solidarietà verso il popolo francese. Ma la costruzione, stavolta, fa acqua da tutte le parti, perché il film si prende sul serio, a differenza del primo capitolo dove le varie genialate venivano mostrate con quel pizzico di ironia che le rendeva gradevoli, seppur esagerate, e digeribili allo spettatore. Siamo bravi, siamo belli , siamo forti, dunque. Ma siamo profondamente caduti in basso. Con moltissimi rimpianti.
Giorgia Amantini

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