La vita in cattedra. L’insegnante secondo Lucchetti

“Ci hai fatto caso, Vivaldi? A noi professori capita una cosa spaventosa: i nostri ragazzi non invecchiano mai, vengono qui giovani e se ne vanno che sono ancora giovani. E noi? Noi invecchiamo al posto loro. Ma cos’è, un film dell’orrore? Un effetto speciale?”. Amara riflessione che la professoressa Serino (una magnifica e compianta Anita Laurenzi) rivolge al professor Vivaldi (un ingenuo e candido Silvio Orlando) sulla condizione dell’insegnante di fronte all’incombere del nuovo millennio (siamo solo nel 1995). Daniele Lucchetti, ai massimi storici, dirige La Scuola, una sinfonia visiva magistrale su partitura di Domenico Starnone, Sandro Petraglia e Stefano Rulli e ci regala un impietoso spaccato della dimensione scolastica prendendo come punto di riferimento la figura del docente. Il ruolo didattico viene sezionato impeccabilmente nella sua completezza dando vita ad una miriade di sfumature professionali riconducibili ai personaggi del corpo insegnante, al cospetto del quale neanche la figura del preside (il drammaturgo Mario Prosperi) si salva. Il cast porta a termine delle performance da capogiro con interpretazioni pari ad armi con cui ogni attore difende e ruba la scena all’altro dando vita ad un collage di macchiette allegoriche da quattro soldi che altro non sono che lo specchio delle frustrazioni di ognuno di loro. Silvio Orlando è magistrale nel suo continuo  battibeccare con un formidabile Fabrizio Bentivoglio (il vice-preside Sperone) dando vita ad uno scontro che assume la portata di una collisione tra universi generazionali, filosofico e idealista, altruista e comprensivo il primo, cinico e disilluso il secondo. La scuola è una guerra, come evidenzia il professor Mortillaro il cui ruolo viene affidato a un esilarante Roberto Nobile che si cimenta in quella famosa figura dell’insegnante che non trova nessuna gratifica nel feedback dei suoi alunni (“perché tra gli alunni che ho avuto non c’è stato uno che sia diventato parte della classe dirigente? Ma che c’ho fatto io alla classe dirigente?”) e che odia l’inglese, lingua rea, secondo lui, di aver seppellito la nobiltà di quella francese. Il resto del cast rende il senso compiuto dell’operazione con una girandola di situazioni estreme (si pensi alla scena di isterismo di massa durante la fine dello scrutinio) in cui ritroviamo la professoressa Lugo (Enrica Maria Modugno) terrorizzata dagli oggetti appuntiti, patologia che secondo il professor Cirrotta (Antonio Petrocelli) ha “a che fare con la…mazza!”. Seguono la professoressa Gana, un’Anita Zagaria pettegola e sempre pronta a mostrare le sue doti fisico-intellettive (si pensi alla spaccata acrobatica in palestra) e il prete Mattozzi (Vittorio Ciorcalo), insegnante di religione col pallino di Freud dal momento che sta da dieci anni in analisi. Tutti votati al fato enunciato dalla professoressa Serino che, a inizio film, viene creduta morta sotto il crollo del soffitto della biblioteca scolastica al cospetto del cui dramma, il corpo docente decide di continuare lo scrutinio. Ma il film di Lucchetti non si ferma di certo a evidenziare ciò che ognuno di noi, in fin dei conti, ha vissuto almeno una volta nella vita. 04La pellicola si avvale di una lettura multistrato e procede con una narrazione per sottrazione in grado di procedere man mano verso l’epilogo amaro e disilluso della vita oltre i banchi di scuola. Il mancato amore di Vivaldi con la professoressa Majello (Anna Galiena), sposata con figlio e matrimonio in crisi, rappresenta un fallimento personale, un discorso sospeso e non più recuperabile neanche con due materie a Settembre. Il quadro degli orari dei turni dei docenti, i flashback di Vivaldi e le situazioni parossistiche che si vengono a creare dentro e fuori la scuola (gli alunni sono solo ausilio per comprendere un discorso troppo al di sopra di noi) non sono altro che quel flusso di tempo che scorre inesorabile mentre noi rimaniamo fermi, senza carpirne il significato, continuando a sbagliare oppure a non renderci conto di farlo. Allora cosa fare? Vivere affrontando il dramma o diventarne parte? (esemplare la trovata della figura di Cardini, l’alunno-mosca mai visibile nel film). D’altronde lo aveva capito molto prima anche Lorenzo de’ Medici con la sua Canzona di Bacco: Quant’è bella giovinezza,che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. E noi quest’incertezza continuiamo a viverla visto che c’è sempre una cattedra o un banco a cui, prima o poi, dobbiamo sederci dal momento che nella vita gli esami non finiscono mai come diceva il grande Eduardo De Filippo.
Alessandro Amantini

 

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