La ridondanza esasperante: Torno indietro e cambio vita

Altro giro, stessa posta. Lo abbiamo già detto e ribadito in passato con pellicole come  Sei mai stata sulla Luna o Fratelli unici e lo ribadiamo ancora oggi: ciò che non ci piace dei film italiani degli ultimi anni è il loro finale. Sempre buonista, sempre lieto, sempre sconnesso e incoerente con la narrazione. Questo difetto lo riscontriamo per l’ennesima volta anche in Torno indietro e cambio vita (2015), film scritto e diretto dai Fratelli Vanzina che di originale, in fase di scrittura, ha ben poco visto che il tema del salto nel tempo è stato spremuto fino all’osso sia dai cineasti nazionali che internazionali. Il buon cast formato da un Raoul Bova sempre più a suo agio nelle parti brillanti, un Ricky Memphis con i tempi comici sempre giusti, un Max Tortora spumeggiante (anche se sordeggia un po’ troppo) e una sorprendente Giulia Michelini (c’era già piaciuta proprio in Sei mai stata sulla Luna e del resto si vede che sta crescendo finalmente come attrice) non riesce a non lasciare l’amaro in bocca per l’ennesima occasione sprecata. Ribadiamo che il soggetto è conosciutissimo, ma la storia di Marco Damiani (Bova), uomo in carriera e amico dello sfigato Claudio (Memphis) sempre costretto a badare alla madre alcolizzata Giuditta (una Paola Minaccioni che ormai è perfetta in questi ruoli  straripanti e politicamente scorretti), che dopo venticinque anni di matrimonio viene lasciato dalla moglie Giulia (la Michelini) e che, casualmente, durante un incidente con Claudio viene catapultato indietro nel tempo proprio nel periodo in cui ha conosciuto e si è innamorato dell’ex consorte, tiene per le sue trovate “all’italiana”. Certo, non ci sono (e mai ci saranno) i picchi altissimi del primo Ritorno al futuro, e non c’è lo humor americano di Ricomincio da capo (dove il protagonista interpretato da Bill Murray era costretto a rivivere sempre lo stesso giorno ripetutamente), però c’è una sceneggiatura frizzante che colpisce al cuore con l’effetto nostalgia. Stavolta non dei favolosi Anni Sessanta che i Vanzina hanno descritto perfettamente in tutta la loro filmografia, ma della gioventù degli Anni Novanta con i suoi completi di jeans, i suoi capelli con la coda di cavallo e le sue feste in comitiva. E lo spunto narrativo di riportare indietro nel tempo due quarantenni con le loro sembianze attuali, ma che tutti (familiari e amici dell’epoca) vedono come ragazzini adolescenti è ben riuscito, soprattutto nei confronti tra Bova e Tortora che sono davvero esilaranti. Tornare indietro, quindi, per cambiare vita, per cambiare il corso della propria storia per evitare di soffrire in un futuro di cui si conosce già tutto, massima aspirazione di ognuno di noi senza comprendere che alterando la storia stessa si può creare un danno maggiore di quello che già esiste. E infatti il film fino al momento in cui Damiano respinge definitivamente Giulia nella sua adolescenza consegnandola tra le braccia di un suo coetaneo e la rincontra nel futuro sposata al medesimo pentendosi del suo folle gesto, tiene. Tiene benissimo e fa male, mantenendo la sua coerenza narrativa e facendo arrivare il messaggio a destinazione. Coerenza narrativa che, invece, si perde quando si scopre che i due, oggi, sono amanti, essendosi ritrovati e innamorati di nuovo nel futuro, ma a parti invertite. E qui crolla tutto, perché se davvero si voleva dire qualcosa, quel qualcosa si perde dannatamente in un buonismo che affonda anche le migliori intenzioni. L’unico spunto giusto e coerente, invece, è il cambio vita di Claudio che tornato dal passato con una schedina miliardaria giocata conoscendo già i risultati futuri, si riscopre ricco, sposato e altolocato, ma sempre con la zavorra della madre alcolizzata che neanche l’alterazione storica riesce a frenare. Un’occasione (l’ennesima!) sprecata dunque, dove l’assoggettamento alle politiche commerciali sovrasta idee vincenti e divertenti. E non si pensi che chi scrive non ama la favola o il lietissimo fine oppure disdegni commedie leggere in un periodo dove è sacrosanto ridere per una volta non di quello che ci circonda, ma della finzione scenica. Ma chi scrive ama anche che in una pellicola, come in un romanzo,  non si perda di vista mai la logica del messaggio che si vuole lanciare. E che cambiare e adattare sceneggiature alle esigenze di produzione (giustificandole come quelle dello spettatore) non ripaga lo spettatore attento ed esigente. Che anche se riderà amaro, avrà comunque avuto l’opportunità di assistere a un’opera senza uscire scontento dalla sala. Che non è cosa da poco.
Giorgia Amantini

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