Impero rosso sangue – Il Caligola di Tinto Brass

Gli anni ’70 verranno sicuramente ricordati come il decennio in cui il Cinema italiano fu oggetto della forsennata azione di una censura mai operata con tanta irruenza fino ad allora. Nel 1972 si parte col caso internazionale di Ultimo Tango A Parigi di Bernardo Bertolucci, seguito nel 1973 dallo scalpore suscitato da La Grande Abbuffata, cinico film diretto con maestria da un Marco Ferreri in stato di grazia, per poi sprofondare nella voragine aperta nel 1975 da Pier Paolo Pasolini con il suo Salò o le 120 Giornate di Sodoma. Sembrava che più di così non si potesse arrivare, ma nel 1979 toccò al regista milanese Tinto Brass dimostrare il contrario con la realizzazione del suo Caligola, vera e propria tempesta di fuoco tra autori e sceneggiatori, tra produttori e aiuto-regia, sulla quale aleggiava continuamente l’attacco di una censura che aveva raggiunto livelli tali solo con il film di Pasolini. Recensire Caligola significa addentrarci in un ambito estremamente complesso in cui le forti problematiche vanno ricercate soprattutto nel dissesto produttivo che viene a crearsi sia in ambito tecnico che in quello più squisitamente del copyright. Odiato e temuto da molti, osannato e galvanizzato da altri, tuttora vietato in alcuni paesi, il film di Brass è un vero e proprio caso internazionale tanto che solo nel 2014, l’Italia ne ha vista la distribuzione, a opera della Minerva Pictures, in versione integrale, però in lingua inglese con sottotitoli in italiano. La pellicola, infatti, non è ancora disponibile con doppiaggio italiano tanto è ancora aspra la guerra legale provocata dalla sua realizzazione. Ma procediamo a brevi steps. Nel 1975 Brass ha già raggiunto lo zenit della provocazione realizzando Salon Kitty, primo esempio della famigerata Nazisploitation al cui genere, lo stesso anno, viene erroneamente accostato il Salò di Pasolini. Forte di un carattere puntiglioso e oltraggioso, Brass non si fa intimorire dai precedenti e nei successivi tre anni lavora con il saggista e sceneggiatore Gore Vidal e il porno-produttore Bob Guccione alla stesura del film sull’osceno imperatore romano. La pellicola vede la collaborazione di nomi illustri dello star-system nostrano come Danilo Donati a cui vengono affidate le scenografie, Silvano Ippoliti alla fotografia e Paul Clemente per la realizzazione della colonna sonora. 04La produzione risulta essere una collaborazione tra Stati Uniti e Italia con l’arruolamento di un cast artistico di livello a dir poco mastodontico. Nel ruolo di Caligola ritroviamo Malcom “Arancia Meccanica” McDowell mentre i panni di suo padre Tiberio vengono vestiti niente di meno che da Peter O’Toole. Il ruolo di Drusilla, incestuosa sorella dell’imperatore, viene affidato a Teresa Ann Savoy (già protagonista per Brass in Salon Kitty) che subentra a Maria Schneider che abbandona il progetto a inizio casting sconvolta dall’oscenità trattata nella pellicola, mentre a Helen Mirren viene affidato il ruolo di Cesonia. Tra gli attori italiani ritroviamo Paolo Bonacelli (Cassio Cherea), Leopoldo Trieste (Charicle) e Mirella Dangelo (Livia). In fase di post-produzione succede da subito l’irreparabile. Brass ha continui litigi con Bob Guccione riguardo le diverse vedute in ambito di estetica sessuale da conferire alla pellicola, ma i problemi più drammatici sono da rinvenire nei furibondi scontri tra il regista e Gore Vidal il quale, reagendo agli insulti del cineasta (Brass definì la sceneggiatura come scritta da un arteriosclerotico), abbandona il progetto inducendo Brass a riscrivere la stesura della pellicola con l’aiuto di Malcom McDowell. Nel frattempo i dissapori con Bob Guccione si fanno sempre più pesanti, tanto che il produttore americano licenzia Brass, chiedendo a Giancarlo Lui, co-sceneggiatore, di rimettere mano al montato con inserti porno degni dell’insieme. Da questo “terremoto artistico” prende vita un travaglio realizzativo senza precedenti con cause a non finire per i diritti sul film (la più imponente quella intentata da Brass e Vidal contro la versione elaborata da Guccione) e per un’adeguata distribuzione che viene ritardata di ben tre anni. Nel 1979, dopo numerosi tagli, anche la commissione di censura italiana dice la sua permettendo al film di venire distribuito con nulla osta di vietato ai minori di 18 anni. Brass disconosce la versione di Guccione (che intanto, non curante delle controversie, la distribuisce all’estero racimolando un enorme successo) ma al contempo si scaglia anche contro quella vagliata dalla censura. Solo dopo numerosi appelli, Brass ottiene giustizia vedendo distribuita in Italia la sua versione integrale. Ma le problematiche non finiscono qui dal momento che dopo la prima proiezione, avvenuta al Cinema Nuovo di Meldova nel 1979, molti spettatori sporgono denuncia per l’eccessiva oscenità e violenza del film, tanto che la pellicola viene subito sequestrata e il produttore Franco Rossellini (che si distaccò dalla collaborazione con Guccione) viene condannato in primo grado a quattro mesi di reclusione e a un’ammenda di 400.000 lire. Le perdite dovute ai numerosi ritardi, congelano la partenza del film relegandolo a enorme flop ai botteghini, cosa invece non successa a Guccione che lo distribuisce anche oltreoceano arrivando a realizzarne versioni anche in lingua giapponese. Le traversie giudiziarie e le diverse liti tra il cast tecnico, portano il film a distribuzioni disgiunte (versioni diverse) a seconda del paese di destinazione con forti differenze nella struttura visiva. Da qui, il fatto che il l’opera di Brass risulta avere diversi titoli e precisamente: Caligola (prima versione riconosciuta da Brass e realizzata da Franco Rossellini come integrale con durata 150 minuti prima uscita in VHS), Io Caligola (versione censurata italiana  della durata 133 minuti e mai apprezzata in pieno da Brass) e infine, dopo numerosi altri tagli e re-inserimenti di fotogrammi, Caligula (versione definitiva solo in lingua inglese mai riconosciuta da Brass  della durata 156 minuti). Il film, col tempo, è divenuto oggetto di una morbosa curiosità da parte dei fan, al punto da generare una leggenda cinematografica secondo cui esisterebbe addirittura una versione definitiva della durata di 210 minuti di cui non è mai stata provata l’esistenza. Passando al lato artistico, la pellicola narra delle scellerate gesta del terzo imperatore romano Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, detto Caligola il quale impresse al suo regno una estetica socio-politica intrisa di perversioni di ogni tipo che andavano dall’incesto alle sevizie per poi scaturire in atti di violenza gratuiti gettati in pasto a un popolo il quale, un po’ per timore nei confronti del regnante, un po’ per brama personale, ne faceva il proprio pane quotidiano. Furono enormi le perdite di vite umane sia tra la prole che tra gli aristocratici e i politici. Caligola fu un tiranno con tendenze psicotiche che sfociavano in un bipolarismo pericoloso e allarmante. Brass e Guccione trovano da subito terreno fertile in tale corredo di perversioni traendone le loro particolari conclusioni visive e realizzando un progetto al limite del malsano. Il regista milanese delinea la struttura narrativa facendola coincidere il più possibile con la sceneggiatura elaborata da Gore Vidal, anche se non a pieno nella dimensione più squisitamente erotica. tLa violenza presente nel film è in dosi massicce e non lesina in efferati giochi sado-masochistici a scapito di vergini vestali, sposini in erba e centurioni romani (agghiacciante la scena dello scuoiamento del soldato dopo averlo forzato a bere litri d’acqua), i quali si alternano nella narrazione con una dimensione sessuale deviata e disturbante (donne in procinto di partorire poste al centro di giochi voyeuristici). La componente estrema della pellicola viene alterata, inoltre, dagli inserti pornografici, inseriti successivamente da Bob Guccione che definiscono la completezza dell’operazione. Caligola non è, però, mero esercizio di stile né eccesso della pornografia, ma è uno piuttosto uno sguardo impietoso sulla perdita dei valori e del concetto di civiltà che riporta lo spettatore a una sorta di primordiale stato di annientamento. La violenza mostrata porta all’assuefazione e dopo qualche colpo di scena, si comincia ad abituarsi alla componente shock senza più battere ciglio. Un po’ come in Salò di Pasolini (senza però minimamente mettere a confronto le due opere) si parla di mercificazione di corpi, ma con uno stile più sensazionalistico dove l’intellettualismo lascia il passo all’ignoranza del potere che confluisce nella forma di controllo indotta dall’infondere paura. L’Impero Romano andò avanti così per secoli e fu ambiente ideale per cullare scempi etico-morali di ogni tipo. Brass lavora sui corpi assurgendoli a semplici ornamenti di una realtà più grande, dipinta come un quadro allegorico e grandguignolesco, in cui il sesso e il potere diventano pilastri su cui si regge la totalità della supremazia dell’essere. La fotografia di Silvano Ippoliti predilige l’esasperazione cromatica dipingendo un quadro volutamente kitsch grazie anche al lavoro eseguito sui costumi da parte di Danilo Donati che in seguito chiede di essere tolto dai credits del film in quanto contrariato professionalmente dalle direttive del regista. Ma la dipartita nomenclare di Donati, secondo chi scrive, è da ricercare più nel ridimensionamento del budget messo a sua disposizione dovuto al collasso economico provocato dalle controversie create dal film. Non meno faticoso, sempre per colpa dei riadattamenti effettuati nel tempo, è il lavoro di montaggio eseguito da Nino Baragli il quale, letteralmente provato dall’esperienza, esprime il proprio dissapore riguardo il risultato finale. Unica nota poco dolente della lavorazione della pellicola, è l’ottimo score eseguito dal compositore Paul Clemente che realizza per Caligola un’imponente e sontuosa suite musicale, molto aderente alla visione. Bellissima è l’introduzione alla visione del film, con un tuonante idillio di tamburi sul volto sanguinante dell’imperatore sul sesterzio romano. Inoltre grande impalcatura sonora è quella che fa da cornice alle scene di massa conferendo un respiro epico e potente, adeguato contrappunto alle scene di violenza presenti (tra tutte ricordiamo la decapitazione dei popolani per mezzo dell’imponente macchina della morte imperiale dipinta di un rosso sangue accecante). A completare l’operazione c’è la grande prova recitativa di Malcom McDowell che sembra traslare le sembianze e gli atti ultraviolenti dell’Alex Kubrickiano in quelli dello scellerato imperatore, pronto in un primo momento ad assecondare il volere del padre-padrone Tberio (un Peter O’Toole grandioso e gigionesco) per poi dare sfogo alla pazzia uccidendolo in modo impressionante. Nel ruolo di Cesonia ritroviamo una giovanissima Helen Mirren, impacciata quanto basta nel suo primo ruolo “estremo”, ma capace di rendere giustizia al personaggio in modo magistrale. Intorno ai protagonisti una pletora di lodevoli coprimari che, come in un repertorio corale, completano il quadro scellerato. Tra questi Paolo Bonacelli che, fattosi le ossa col precedente Salò, non perde la sua carica di coraggio nel ruolo di Cassio Cherea, Geraldo Amato nel ruolo del centurione, prima dello scivolone trash di Prigionieri di un incubo (2001) di Franco Salvia da cui non si rialzerà più, John Steiner nei panni di Longino e Giancarlo Badessi in quelli di Claudio. Caligola (a.k.a.Io, Caligola, a.k.a. Caligula) rappresenta l’ultima “tentazione” partorita dal genio indiscusso dell’erotismo nostrano. Brass ha crea, a suo modo, un film che nel bene o nel male, è entrato nella storia come una delle pellicole maledette per eccellenza il cui alone di morbosità, col passare dei decenni, non è mai svanito. A riprova di ciò, alla 51° Biennale di Venezia il regista italiano Francesco Vezzoli ha realizzato Trailer for a Remake of Gore Vidal’s Caligula, un short-fake , una sorta di finto trailer di circa 5 minuti per un eventuale remake di Caligula al quale hanno collaborato molti attori internazionali alcuni dei quali avevano partecipato anche al film originale. Nel filmato ritroviamo, infatti, Adriana Asti, Helen Mirren, Barbara Bouchet, Karen Black, Courtney Love, Benicio Del Toro, Milla Jovovich e lo stesso Gore Vidal. Al momento le attese sono smentite. Ritornando alla versione integrale del film, possiamo dire che il miglior lavoro è stato realizzato dalla casa di distribuzione cinematografica Arrow Films con la sua Caligula Imperial Edition, cofanetto a quattro DVD in cui ritroviamo, oltre alle due differenti versioni integrali (italiana e inglese) della pellicola, anche due dischi pieni di contenuti speciali con interviste a cast tecnico e artistico e ben due lunghi documentari sulla sua lavorazione. Purtroppo, a causa delle controversie sopra elencate, il cofanetto è in lingua inglese e privo di traccia audio e sottotitoli in italiano. Nel 2014, La Minerva Pictures sbalordisce il pubblico italiano rompendo gli argini proibitivi e realizzando Io, Caligola Edizione Speciale, un cofanetto in edizione limitata a due dischi contenente Io, Caligola in versione integrale italiana (133 minuti) in cui ci sono scene non incluse in nessun’altra versione, e Caligula versione statunitense integrale di 156 minuti, disconosciuta da Brass. La straordinarietà del cofanetto sta nel fatto che la versione Minerva  è al momento l’unica a proporre la versione integrale con sottotitoli in italiano (mai presenti dal 1979). Il cofanetto è andato  fuori produzione, poco dopo la sua realizzazione divenendo oggetto di culto. Fatto sta che la copia è estremamente rara. Il film di Tinto Brass continua a tirarsi dietro controversie e critiche, ma ciò non toglie che rimane tappa fondamentale per capire il percorso artistico (se si pensa a Brass come cineasta relegato al solo ambito erotico si sbaglia di grosso, data la sua prima produzione totalmente disancorata dall’ambito trasgressivo) troppe volte snobbato perché poco conosciuto. Un cast e una produzione come quelli di Caligola non sono alla portata di tutti i registi e il saper imporre tutt’oggi, a distanza di più di quarant’anni, il proprio punto di vista (e di veto), fa del regista milanese un professionista a tutto tondo in grado di resistere alle mille intemperie che la Settima Arte pone costantemente come ostacoli. In fin dei conti, il Cinema è un mare in tempesta e chi non è marinaio getti l’ancora e scenda dalla nave.
* La parola AKA è un’abbreviazione usata spesso in ambito cinematografico che sta a significare “Also Know As” ovvero “Anche conosciuto come”.
Alessandro Amantini

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