L’impossibilità di redenzione: il messaggio nudo e crudo di Cose nostre – Malavita

Dimenticate la solita commedia brillante e il solito cliché del malavitoso bonario e allegro by Little Italy tutto pizza, sole e mandolino. Perché Cose nostre – Malavita (2013) è sì una commedia sul genere, ma grottesca e noir, spiazzante e dura con un finale intenso e struggente in puro stile Bessoniano. E infatti il regista è proprio lui, Luc Besson, che qui non raggiunge i fasti e l’impatto emotivo di Nikita (1990) e di Leon (1994), ma ci dà un’altra prova di grande cinema, solo apparentemente banale e dannatamente realistica. E lo fa con l’aiuto prezioso in fase di produzione di un altro maestro del cinema internazionale, Martin Scorsese e la collaborazione di un trio d’attori che da solo vale il prezzo del biglietto: Robert De Niro, nei panni del malavitoso pentito Giovanni Manzoni costretto a nascondersi negli angoli più sperduti d’Europa per sfuggire al suo destino, Michelle Pfeiffer in quelli dell’esplosiva consorte Maggie e Tommy Lee Jones nei panni dell’agente CIA Robert Stansfield, incaricato di proteggerli. Quello che colpisce di questa pellicola è lo stile asciutto, crudo e appunto grottesco tipico del suo autore. La famiglia Manzoni, trasferitosi sotto le mentite spoglie della famiglia/alter ego Blake in un paesino sperduto della Normandia, in apparenza sembra un comunissimo nucleo familiare composto dai coniugi (già presentati in precedenza) e dai due figli adolescenti Belle (Dianne Agron) e Warren (John D’Leo), ma che nell’intimità riserva sorprese e comportamenti che svelano subito la propria natura malavitosa. Giovanni risolve tutto a ossa fracassate (vedi un idraulico troppo invadente o un pescivendolo che gli rifila pesce marcio, entrambi pestati a sangue), Maggie è adorabile ed esuberante tranne quando si offende (senza volerlo) la sua origine americana (episodio che fa emergere la sua irresistibile natura piromane), Belle è una bellissima ragazza bionda dagli occhi chiari che non esita a stendere a colpi di Karate i ragazzini che le fanno una corte non gradita e Warren è il tipico adolescente a prima vista sfigato che, dopo essere stato accolto a scuola da un pestaggio, non ci mette molto a presentare ai mittenti del gesto un conto ancora più salato. Scene, insomma, che si susseguono vivacemente all’ombra di una tensione che aleggia in tutto il film e che prende corpo quando i gangster americani scoprono dove Giovanni si nasconde e danno vita alla rappresaglia. E qui il film assume spessore, non solo per la perfetta scena d’azione finale (Besson è Besson, su questo non ha eguali), ma per il messaggio che dona. Non c’è riscatto né redenzione per il protagonista, vittima di una scelta di vita non propria, costretto a delinquere sin da giovane e cresciuto in un ambiente malavitoso che non lascia scampo ad alternative. Valore introspettivo che emerge nella scena in cui Giovanni, spacciatosi per romanziere acclamato, viene chiamato dalla comunità cittadina a commentare in un cineforum il film Quei bravi ragazzi (1990) (sì, proprio il film di Martin Scorsese interpretato da De Niro e a cui Besson rende omaggio attraverso questa citazione d’autore) dove si narra appunto la vita di un malavitoso che alla fine tradisce i suoi compari ed è costretto a vivere sotto scorta in eterno. Commentando il film, Giovanni commenta la propria vita e per un momento si ha l’impressione di vedere un barlume di rimorso, di pentimento, di redenzione, appunto. Barlume che, però, sparisce quando Giovanni è costretto a difendere la propria famiglia dall’attacco mafioso, tornando sé stesso, freddo, cinico, spietato. Ma il finale riserva un duro colpo perché, ancora una volta scampata all’irreparabile, la famiglia Manzoni abbandona nuovamente la propria città vagando alla disperata ricerca di una nuova meta. Ma a differenza dell’inizio, è un abbandono amaro e struggente, perché stavolta tutta la famiglia, non solo Giovanni, è vittima dell’impossibilità di redenzione, essendo diventati tutti assassini per difendere la propria vita. E lo sguardo perso e vuoto dei due ragazzini, che dopo aver menato colpi di karate e calci in faccia ai compagni, portano con loro la drammaticità di aver imbracciato un fucile e una pistola per difendersi uccidendo, è da manuale. Anche loro subiscono il destino di una scelta che non hanno fatto, di un ambiente che non vogliono e di un riscatto che non ci sarà mai. Grande cinema, grandi attori e grande regia. Anche se su questo, leggendo i credits, non avevamo dubbi.
Giorgia Amantini

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