La riscoperta di sé stessi: la bellezza introspettiva di Gravity

Il merito più grande che ha Gravity (2013) è Alfonso Cuaron che lo ha ideato, prodotto, scritto e diretto. Una visione come poche, che arriva una sola volta nella vita e che i sette premi Oscar ricevuti (miglior regia, migliori effetti speciali, miglior fotografia, miglior montaggio, miglior colonna sonora, miglior sonoro, miglior montaggio sonoro) legittimano solo in parte, perché anche i due attori protagonisti avrebbero meritato il riconoscimento non solo per l’interpretazione, ma soprattutto per le difficoltà provate durante le riprese. Sandra Bullock e George Clooney, infatti, sono straordinari non solo sullo schermo, ma anche per la loro preparazione tecnica. Coadiuvati da una troupe eccezionale e da un comparto di effetti speciali da urlo, hanno dato emozioni recitando praticamente sul niente, dove la tecnica del chroma key è capace di trascinarti dentro la storia trasformandoti in protagonista. Storia che è semplicissima nel concepimento (i due astronauti Ryan Stone e Matt Kowalsky, in missione per riparare un satellite americano, vengono invasi da una pioggia di detriti che distrugge la loro navetta e rimasti soli cercano disperatamente di salvarsi per far ritorno sulla Terra), ma difficilissima nella messa in scena che però produce un risultato finale di altissima qualità. Oltre alla bellezza della fotografia che sottolinea la magnificenza dello spazio e dell’Universo infiniti sullo sfondo di una Terra che agisce come unica fonte di luce in tutto il film, quello che va esaltato è anche il lavoro sul montaggio e sul sonoro, giustamente premiati con la preziosa statuetta. Il montaggio di Cuaron (così come il lavoro sul sonoro) è da simulazione nel senso che i movimenti dei protagonisti, su tutti quelli di Sandra Bullock, vengono trasportati dallo schermo in platea, una sorta di tridimensionalità non tridimensionale che ci fa vivere in soggettiva le sollecitazioni spaziali e uditive prive di gravità. Siamo noi che ondeggiamo pericolosamente nell’Universo durante la pioggia di detriti, siamo noi che facciamo di tutto per rimanere attaccati alla stazione spaziale e per riuscire a entrare trovando la via del ritorno, siamo noi che andiamo in debito di ossigeno presi dal terrore del momento, siamo noi che precipitiamo sulla Terra e annaspiamo in acqua nella volontà fortissima di riabbracciare il nostro pianeta che impariamo ad amare veramente solo allora. Siamo noi, quindi, i veri protagonisti di questo viaggio interiore che ci porta a sfidare noi stessi e la nostra forza di volontà per capire quanto valiamo, che ci conduce per mano verso il nostro destino che credevamo essere già scritto e che invece ci riserva sempre qualche sorpresa. Lo credeva anche la dottoressa Stone, madre affranta per la morte della figlia, in procinto di lasciarsi andare quando tutto sembrava perduto e che invece grazie al proprio istinto di sopravvivenza riesce a dominare ciò che per natura non lo è, l’Universo. Gravity è un alternarsi di sensazioni fisiche e visive che ti sconvolgono emotivamente, 84 minuti in balia dell’ignoto dove si può contare soltanto su sé stessi, sulle proprie forze e capacità. Un film che per la maggior parte del minutaggio è scandito solo da suoni, soliloqui e mimica e che dimostra che non servono le parole per creare una magia splendidamente riuscita. Una pellicola bellissima, una ventata di aria nuova con un retrogusto filosofico di spessore che nella ricongiunzione finale tra l’essere umano e la madre terra ci ricorda che il nostro pianeta, che maltrattiamo e devastiamo, è l’unico nostro rifugio sicuro oltre la morte. Capolavoro.
Giorgia Amantini

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