Apocalisse infame. La Roma criminale di Sollima

Film disilluso e non consolatorio (la realtà di Mafia Capitale è un dato di fatto), Suburra (2015) rappresenta, con lucida follia, la politica romana come riflesso di una vita sotterranea da cui la capitale trae linfa vitale. Un lato oscuro, un cocktail esplosivo di faide e di armi, di sesso e di amoralità allo stato più bieco. Stefano Sollima (sceneggiando a sei mani con Carlo Bonini e Giancarlo Di Cataldo autori dell’omonimo romanzo) dimostra ancora una volta di saper scrutare le micro-realtà romane che nelle così dette “batterie” (termine che aveva assunto senso compiuto con Romanzo Criminale – La Serie [2008-2010]) trovano il loro sfogo criminale. Meno potente della serie sulla Banda della Magliana, il film si colloca in una sorta di terra di mezzo qualitativa dal momento che risulta opera minore se confrontata con i lavori per la TV del regista ma, al contempo, progetto superiore se paragonato alle produzioni di genere contemporanee nel panorama italiano. Chi conosce il cinema di matrice internazionale, non potrà non avvertire un forzato, e inarrivabile, tentativo da parte del regista romano di raggiungere gli echi notturni del cinema di Michael Mann, a partire dall’uso dell’ottima colonna sonora inglese (realizzata per l’occasione dal gruppo Dream-Pop M83) straniata e aderentissima allo stato comatoso delle realtà dei diversi personaggi e alla decadenza morale della città eterna. Non a caso il film ripercorre la fine del governo berlusconiano e l’avvento delle dimissioni di Papa Ratzinger identificando nella settimana che va dal 5  al 12 Novembre 2011 un countdown verso l’Apocalisse (in questo caso sinonimo di evento improvviso e incontrollabile). Ovvio che Sollima non è neanche lontanamente paragonabile a Michael “Night” Mann, ma bisogna ammettere che quando uno spettatore esperto e cinefilo, ne coglie il tentativo di emulazione, allora vuol dire che la pellicola, comunque, è già molto al di sopra della media di produzione. Complici di tale successo sono l’eccellente montaggio operato da Patrizio Marone e la splendida fotografia curata da Paolo Carnera che cattura le notti romane avvolte da un’incessante pioggia che sfoca le mille luci della capitale creando quasi un bagliore onirico, girotondo di anime perse nel buio della corruzione. La storia avanza mediante un percorso narrativo a incastro in cui ogni microcosmo di ogni personaggio si concatena con quello dell’altro tramite un effetto causa/conseguenza devastante. La violenza viene tenuta a freno e solo in un paio di sequenze si lascia intravedere, mentre il sesso assurge a Deus Ex Machina tramite una sua rappresentazione estrema e sfaccettata, sinonimo di vuoto esistenziale che conduce inesorabilmente verso la tragedia. Non ci sono vincitori in Suburra, ma solo diverse gradazioni di fallimento intrise di dolore e di ignoranza. Grande prova da parte di Claudio Amendola, che nel ruolo del Samurai (figura molto simile a quella di Carminati), riesce a conferire spessore al personaggio relegando il suo potere punitivo al solo sguardo, prediligendo movimenti pacati e ragionati che vanno a far da contraltare alle forsennate interpretazioni di borgatari di mezza tacca. Tra questi ultimi Aureliano “Numero 8” Adami, capo-batteria di Ostia, interpretato da un  Alessandro Borghi che dopo numerosi cine-panettoni e comparsate in serie TV, finalmente sembra aver raggiunto una maturità recitativa fino ad allora rincorsa e mai raggiunta. Sua compagna, e personaggio chiave della pellicola, è la tossicodipendente Viola impersonata da Greta Scarano, reduce da operazioni risibili come Squadra Antimafia – Palermo Oggi (2009 -2016), la quale si getta anima e (soprattutto) corpo nel progetto. Negli alti ranghi della società “bene” romana ritroviamo Pierfrancesco Favino nei panni dell’Onorevole Filippo Malgradi, parlamentare amico del Samurai e amorale padre di famiglia dedito alle droghe e al sesso in dosi massicce, il quale sperimenterà sulla propria pelle il far parte di giochi a volte incontrollabili che possono finire male, specie di fronte ad evoluzioni politico-sociali inaspettate. Il film di Sollima è un concentrato di squallore esistenziale, dove leaders mafiosi e leaders politici sono un’unica famiglia votata al sacrificio. L’esplosione di intenti che caratterizza l’ascesa agli inferi di ognuno di loro ha il sapore della sconfitta di un’intera nazione dove gli uomini diventano come i cani per i quali il guinzaglio è una forzatura, ma al contempo una protezione verso i propri simili. La regressione (morale ed etica) in atto identifica solo l’inizio (di lì a poco Roma piomberà nello scandalo Mafia Capitale) di una società che dentro la Chiesa trova il peccato (lo scandalo I.O.R.) che, come in una parabola inversa, deve essere espiato per le strade. Una Dolce Vita che ha molto poco di felliniano, ma molto più aderenza col cinema di Abel Ferrara di cui riprende tutto quel corollario di valori malati che si tramandano nel tempo (non a caso Suburra è il nome di un quartiere dell’Antica Roma famoso per la sua delinquenza) in quanto geneticamente presenti nell’istinto primordiale umano. Il giorno e la notte come due face della stessa medaglia, quella del disonore che luccica solo di fronte al massacro di chi arriva secondo, alle spalle di chi prima di lui era un uomo e ora non lo è più.
Alessandro Amantini

 

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