L’alfabeto dei sogni. I Classici Disney

Se puoi sognarlo, puoi farlo. Quando Walt Disney pronunciò questa frase credo avesse già bene in mente quale sarebbe stata la sua missione nella vita ossia quella di realizzare concretamente, attraverso l’arte dell’animazione, i sogni di ogni bambino della Terra. E se tutti i bambini del mondo, ancora oggi, riescono a sognare grazie ai cartoon Disney, qualcosa di rivoluzionario e di magico ha contraddistinto la vita e l’immaginazione di questo distinto e contraddittorio signore dall’aria elegante e misteriosa, mancato troppo presto (nel 1966) senza aver avuto la possibilità di vivere il nuovo millennio per abbracciare, come sempre fatto dalla sua straordinaria industria, le nuove tecniche di animazione digitale. Non sappiamo se le avrebbe condivise, abituato al disegno a mano libera e a tecniche di lavorazione più spartane, ma di certo non le avrebbe disdegnate, sempre legato alla mission personale di continuare a far sognare non solo i bambini di tutto il mondo, ma anche adolescenti e genitori, unendo le generazioni e abbattendo le frontiere tra di esse. Una grande rivoluzione cinematografica quella che Walt Disney ha creato nell’ambito dell’animazione, quindi, talmente grande che oggi, quando si parla dei film della sterminata produzione omonima, lo si fa usando come sinonimo il termine Classici. Evergreen, insomma, che non si può far a meno di guardare e riguardare, da soli o in compagnia, da piccoli o da adulti, per scoprirli e riscoprirli di volta in volta senza riuscire a staccarsi dal video. Esamineremo proprio i Classici più importanti della produzione Disney, quei cartoon che ne hanno decretato il successo mondiale non solo in sala, ma anche in home video. Storie senza tempo, trasposizioni delle più belle fiabe mondiali esistenti, riadattamenti gotici e moderni dei grandi classici della letteratura per bambini di cui Disney era un grande estimatore e conoscitore. Un vero e proprio alfabeto amatoriale dei sogni, dove poter attingere per comprendere a pieno la grandezza di un’industria, del suo inventore e di tutti coloro che vi hanno collaborato e che vi continuano a collaborare per accrescere ancora di più il mito Disney nelle nuove generazioni.
A come…
Alice nel paese delle meraviglie (1951). L’idea di trasporre le avventure della piccola Alice, creata dalla penna magica dello scrittore Lewis Carroll, in un film di animazione tormentava Walt Disney sin dagli Anni Venti, ma per vicissitudini economiche (degli Studios) e sociali (lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale), il progetto slittò agli Anni Cinquanta dove finalmente venne concepita la sceneggiature definitiva. Le peripezie della biondissima bambina dagli occhi azzurri che viaggia nei propri sogni incontrando mondi magici e personaggi strampalati (su tutti il Cappellaio Matto con il suo non-compleanno, lo Stregatto con la sua irritante ironia e il Bianconiglio sempre in ritardo) conquistarono immediatamente i piccoli di allora e continuano a mietere adepti ancora oggi. Il punto di forza di Alice nel paese delle meraviglie, infatti, sta in una concezione onirica che è un misto tra il fiabesco e il reale, alcune scene (come l’incontro nella foresta tra lei e il Brucaliffo, ad esempio) sono gotiche e mistiche, tanto che quando il film uscì negli Anni Cinquanta non fu considerato solo un cartone animato per bambini, ma una trasposizione adulta da vedere accompagnata dai propri genitori. Il risveglio finale della bambina sotto l’albero dove si era addormentata rappresenta il ritorno alla realtà, ma anche la crescita personale di Alice che dopo aver viaggiato nel mondo dei sogni e della fantasia ritorna ad essere sì una bambina, ma già adulta. L’abbandono, quindi, della fanciullezza per entrare nell’adolescenza e il racconto di questo passaggio viene fatto mantenendo in parte la serietà della fiaba originale, ma con uno stile cartoonistico davvero innovativo. Alice nel paese delle meraviglie è ricco di colori, i paesaggi iniziali sono cartoline primaverili, gli ambienti onirici oscillano tra colori pastello e tinte forti, il rosso e il bianco dominano la scena del labirinto dove Alice affronta la malvagia Regina di Cuori.  È indubbio, quindi, che Alice è un cartone animato più adulto di altri della produzione Disney, ma è indubbio che abbia un posto speciale nel cuore di Disney e in quello dei bambini di tutto il mondo. Un’opera poco fortunata, ma di certo di gran valore. Voto: 8
Avventure di Peter Pan (Le) (1953). Se vi dico l’Isola che non c’è, oltre a Edoardo Bennato, chi vi viene in mente? Ovviamente il personaggio più amato dai bambini di tutto il mondo, creato da James Matthew Barrie che dal 1902 è diventato sinonimo di eterna fanciullezza, dando il nome (oggi) persino a una nota sindrome psicologica. Chi se non lui, quindi, Peter Pan, poteva incuriosire gli animatori e quel geniaccio di Walt Disney? Le avventure di Peter Pan, infatti, è un film su un fantastico viaggio in un mondo in cui tutti vorremmo vivere, l’Isola che non c’è, appunto, dove i bambini restano tali e combattono contro il perfido Capitan Uncino (a cui Peter Pan ha tagliato la mano, ma che è stata mangiata da un enorme coccodrillo) e i suoi feroci pirati. Ma il film non è soltanto il pretesto per mostrare mondi incantati, personaggi ormai impressi nella memoria collettiva (come la fatina volante Trilly, il mozzo imbranato Spugna, la candida e bellissima Wendy con i fratelli combina guai Gianni e Michele portati nel mondo magico da Peter Pan alla ricerca, sulla terra, della propria ombra perduta) e una bellissima costruzione del mondo marino, ma è soprattutto un messaggio nostalgico e adulto sulla presa di coscienza che, purtroppo o per fortuna, si è destinati a crescere, ad amare, a soffrire, ad affrontare le difficoltà della vita abbandonando il limbo dorato della fanciullezza. Peter e i suo bimbi sperduti, alla fine, decidono di restare sull’Isola che non c’è pur avendo avuto la possibilità di venire adottati nel mondo reale e di crescere, mentre Wendy e i suoi fratelli decidono, al contrario, di tornare alla propria vita e ai propri affetti, consapevoli ormai di essere entrati nell’età adolescenziale. Il cartoon ebbe un immenso successo di pubblico (circa 7 milioni di dollari incassati in tutto il mondo) e di critica poiché, già forte del personaggio letterario, non ne snaturava le caratteristiche salienti e proprio perché, nel 1953, in pieno dopoguerra, l’invito a godersi l’età infantile con la consapevolezza che presto sarebbe finita assumeva un significato adulto e maturo. I bambini degli Anni Cinquanta (di tutto il mondo, non solo americani) avevano assaporato, chi più chi meno, la guerra e le sue conseguenze ed erano cresciuti più in fretta di quanto avessero voluto. Peter Pan, quindi,  è una boccata d’ossigeno, un richiamo alla bellezza e alla spensieratezza del periodo dell’infanzia, un continuo volare spruzzati di polvere magica e duellare con il Capitan Uncino nell’Isola che non c’è che se non ci fossero i bambini di tutto il mondo davvero non esisterebbe, insieme ai propri abitanti. Un film spensierato e dolcissimo, un duro colpo alla presa di coscienza della crescita adolescenziale, con un finale nostalgico e amaro che ci fa ricordare che tutti noi, in fondo, siamo eterni Peter Pan, ma che a causa della maturità siamo costretti ad abbandonare per sempre la nostra ombra, senza riuscire più a ritrovarla. Se non a piccoli passi. Voto 10
Aristogatti (Gli) (1970). Pe’arrivacce qui da Roma ho fatto l’autostop/ E in Francia è già un bel pezzo che ce sto/ Ma pure da emigrato/ Mica so’cambiato/ Io so’ Romeo/ Er mejo der Coloseo. Bastano queste parole musicate pronunciate alla sua prima apparizione per far sì che Duchessa, bellissima gatta aristocratica, si innamori di lui. E lo stesso vale per noi, che quando vediamo comparire il gattaccio di strada Romeo, dal manto rossiccio e dai “calzini” bianchi, non possiamo che innamorarcene (innamorandoci soprattutto del doppiaggio italiano del compianto Renzo Montagnani). Gli Aristogatti è un capolavoro assoluto di gag esilaranti, tutti i personaggi (protagonisti e non) lasciano il segno, la colonna sonora (frizzante e dal piglio jazz) trascina nella storia. Storia molto ben articolata che vede il fido, ma malvagio, maggiordomo Edgar disfarsi dei gattini preferiti della sua aristocratica padrona (Duchessa e i suoi tre micetti Minù, Matisse e Bizet) perché la medesima ha lasciato loro tutti i suoi averi. Piccola squadra che Romeo, incontrato per caso, aiuterà a ritrovare la strada di casa superando numerose difficoltà e facendo incontri davvero straordinari. Su tutti, quello con le oche Guendalina e Adelina Blabla che li aiuteranno a tornare a Parigi per recuperare il debosciato e alcolizzato zio Reginaldo. La gag del recupero delle due nel fiume di Romeo è da antologia, così come l’incontro tra il medesimo e lo zio sprovveduto (Fiato da leone! A questo ce l’hanno innaffiato ner madera!). Così come è da antologia il recupero da parte di Edgar delle proprie tracce di abbandono presso uno sfascio dove prestano “servizio” due guardiani canini, Napoleone e Lafayette che insieme danno vita a una delle scene più riuscite del film per tempi comici, originalità delle trovate e commistione tra animazione e musica. Stesso pregio che, infine, troviamo nella scena della festa jazz organizzata dallo squinternato Scat Cat con la sua banda di felini musicisti al ritmo di Alleluja! Tutti jazzisti!, una ballata eccezionale che saluta la notte illuminata dal chiaro di luna e che darà il la a Romeo per dichiarare il proprio sentimento a DuchessaGli Aristogatti, quindi, è una miscela esplosiva di divertimento, musica e buoni sentimenti nonché un modo molto originale per sottolineare la divisione di classe che è tale solo nella forma, ma non nella sostanza. Romeo e Duchessa coroneranno, infatti, il loro sogno d’amore, costruiranno una bella famiglia e danzeranno al ritmo di jazz per il resto dei loro giorni. Un bel messaggio di uguaglianza e di integrazione e non è un caso che i doppiatori italiani scelti per dare voce ai felini randagi siano tutti dialettali (siciliani e romani soprattutto), a sottolineare ancor più la divisione di classe, il desiderio di integrazione dei numerosi italiani all’estero nell’epoca in cui si ambienta il cartoon (Parigi, 1910) e il messaggio di pace per l’epoca in cui viene realizzato (i burrascosi Anni Settanta). Un Classico che non si può far a meno di rivedere senza provare piacere nel farlo, un coloratissimo e divertentissimo viaggio attraverso l’amore e l’amicizia mostrati come valori inestimabili per ognuno di noi. Voto: 10
Avventure di Bianca e Bernie (Le) (1977). Cos’hanno in comune l’elegante topolina Bianca con il rude topolino Bernard in arte Bernie? L’appartenenza alla Società di Salvataggio sita al di sotto del palazzo delle Nazioni Unite a New York, una sorta di ONU attuale composta dai delegati di tutto il mondo che ha come scopo quello di aiutare le persone bisognose e in difficoltà. E all’appello della piccola orfanella Penny, rapita nel proprio orfanotrofio, rispondono i nostri due eroi, accompagnati dall’albatros Orville, per trovare la perfida Madame Medusa, responsabile del rapimento della piccola. Le avventure di Bianca e Bernie è un classico Disney che ebbe un impatto straordinario nelle sale (incassò circa 71 milioni di dollari in tutto il mondo) e il motivo di questo successo va ricercato soprattutto nell’originalità della sceneggiatura di trasfigurare la vera Società delle Nazioni in un mondo (quello animale) parallelo e al di sopra delle diversità. Tanto Bianca, aristocratica ungherese, è una topolina elegante e dagli alti ideali, tanto Bernie è legato alle proprie origini umili e al proprio lavoro di usciere. Immancabilmente, i due, finiranno per innamorarsi lanciando il messaggio che il film vuole dare: che l’amore è universale e abbatte barriere sociali e politiche. Un messaggio forte, seppur in chiave animata, alla reale Società delle Nazioni che dopo i tumulti del 1968 e la Guerra del Vietnam godeva di scarsa credibilità per non essere riuscita a impedire che i conflitti politici, economici e religiosi devastassero e uccidessero migliaia di persone innocenti. A livello estetico, il cartoon risente (come quasi tutta la produzione disneyana degli Anni Settanta) di uno stile un po’ freddo, impostato soprattutto sulle tonalità arancioni, rossastre e cupe (anche La spada nella roccia e Gli Aristogatti, infatti, sono sulla stessa cromatura) tipiche anche delle pellicole cinematografiche dell’epoca. Però è un film divertente dove i duetti e le scaramucce tra i due protagonisti sono il vero sale della storia e dove i personaggi di contorno (tra tutti il già citato albatros Orville, pasticcione e irriverente) sono ben assemblati nel contesto. Come Madame Medusa, ricalcata nella fisionomia sulla perfida Crudelia De Mon, la cui cattiveria, però, non raggiunge gli stessi livelli della sua inarrivabile ispiratrice. Un bel film d’animazione, quindi, con una morale molto più realistica che fantastica, stavolta, coadiuvato da un ritmo incalzante e da una storia che a tratti commuove. Ha avuto anche un sequel (Bianca e Bernie nella terra dei canguri nel 1990), non paragonabile però al suo predecessore. Comunque, se lo si è perso, da vedere immediatamente. Voto: 8
Aladdin (1992). Dirompente, straordinario, romantico, avventuroso. Aladdin è tutto questo, un cartone animato con i tempi e i ritmi tipici dei grandi film d’avventura degli Anni Cinquanta, proprio un cartoon che sarebbe piaciuto a papà Walt forse ancor di più delle sue creature originarie. Supportato da trovate eccellenti (ogni scena in cui appare il Genio vale il prezzo del biglietto), da una sceneggiatura liberamente ispirata alla fiaba Aladino e la lampada meravigliosa contenuta ne Le Mille una notte e da una colonna sonora che fece impazzire i fan di tutto il mondo, Aladdin è un vero capolavoro Disney. La storia tra il povero ladruncolo Aladdin e la principessa Jasmine, figlia del Gran Sultano e irretita dal perfido gran visir Jafar, convince e coinvolge nella sua struttura narrativa ed estetica. Le atmosfere colorate e gioiose del giorno si contrappongono a quelle gelide della notte, mentre la positività fatta di colori indaco del Genio e della sua corte si oppongono a quelle calde e infernali del mago Jafar. Straordinari i trasformismi dei due, ironici e travolgenti quelli del primo, irritanti e spaventosi quelli del secondo (su tutti, la trasformazione in serpente e quella in Genio del male nel finale) che fanno da contorno alla storia d’amore tra i due protagonisti. Inoltre, il “cast” dei co-primari è da urlo. C’è il tappeto volante, indisciplinato e svogliato, c’è Abu, la scimmietta ladruncola di Aladdin sempre affamata, c’è Iago, pappagallo consigliere di Jafar irresistibile nei suoi scatti d’ira, c’è la tigre di Jasmine, tenero gattino con la principessa e ostile felino con chiunque le si avvicini. E poi c’è lei, la colonna sonora, protagonista aggiunta che rende le scene del film indimenticabili, una su tutte il volo sul tappeto di Alddin e Jasmine dove la hit Il mondo è tuo conquista e seduce non solo i fan, ma anche l’Academy Award che le tributò nel 1993 il premio Oscar come miglior canzone. Onore al merito va dato, poi, anche al doppiaggio italiano dove soltanto lo straordinario Gigi Proietti poteva prestare  anima e voce al Genio (nella versione originale la voce era, invece, del compianto Robin Williams). Un bel film d’animazione, quindi, un successo di pubblico straordinario che lo rende una delle bandiere portanti della produzione Disney. Voto: 9
B come…
Biancaneve e i sette nani (1937).  Non un classico, ma il Classico. Capostipite della produzione Disney, primo lungometraggio a colori della storia dei cartoni animati americani, primo enorme successo di pubblico in tutto il mondo. Biancaneve e i sette nani ha rappresentato un punto di svolta nel cinema americano (Walt Disney vinse un Oscar alla carriera nel 1939 per la sua innovazione) perché per la prima volta un cartone animato ricalcava la forma di un lungometraggio. Prima di esso, nei cinema statunitensi, i cartoon venivano proiettati in sala prima dei film, vista la loro brevissima durata e la loro capacità di catturare l’attenzione dello spettatore. Con Biancaneve, per la prima volta il cartoon è il film da vedere. E che film. Liberamente tratto dalla favola omonima dei Fratelli Grimm (di cui conserva le atmosfere gotiche e spettrali), la storia della bellissima principessa dalla pelle bianca come la neve che viene trattata come una serva dalla perfida matrigna Grimilde e che a causa della sua bellezza viene allontanata dal palazzo dalla stessa con l’intenzione di ucciderla per mano di un cacciatore che invece avrà pietà per lei e che renderà alla sua oscura padrona non il cuore della ragazza, ma quello di un cervo, non ha età. Così come la realizzazione tecnica del film non può essere paragonata alle produzioni del nuovo millennio, visto che Biancaneve è un esempio di animazione altamente definita. Se si pensa che il cartoon è datato Anni Trenta, questo è il merito più alto che possiamo riconoscere alla pellicola e ai suoi creatori. Le scene gotiche, soprattutto, sono molto incisive e spaventose. Quando Biancaneve si perde nella foresta e si trova al buio con migliaia di occhi che la fissano dall’oscurità prima di rivelarsi, con la luce del sole, soltanto un insieme di animali docili e teneri è degna delle migliori produzioni dark. Così come è degna di nota la scena finale dove i nani rincorrono Grimilde, strega malvagia trasformatasi in un’orrenda vecchina dopo aver avvelenato Biancaneve con una mela traditrice. Una rappresentazione grafica di alta scuola dove l’oscurità delle atmosfere e delle intenzioni dei personaggi viene resa ancora più drammatica dalla sua messa in scena, sottolineata come sempre da una colonna sonora impeccabile. I nani, poi, meritano un elogio a parte. Cucciolo, Brontolo, Pisolo, Dotto, Eolo, Mammolo e Gongolo sono il vero must di Biancaneve, accrescendo il valore della pellicola. E se dopo settantanove anni siamo ancora qui a sognare il bacio di vero amore per risvegliarci dal nostro sonno profondo, dobbiamo solo ringraziare il buon caro vecchio Walt che con la sua creatura ha dato il via alla fabbrica dei sogni. Un capolavoro assoluto. Voto: 10
Bambi (1942). Se non avete pianto con Bambi, avete il cuore di pietra. Se non avete avuto i lucciconi agli occhi, il groppo in gola, il naso chiuso e un senso di smarrimento profondo nel momento in cui il piccolo cerbiattino perde la mamma, allora non siete umani. Bambi è un bellissimo racconto sulla crescita, un’analisi introspettiva sui timori e sulle paure che il crescere, appunto, comporta, l’affacciarsi timidamente all’età adulta affrontando i pericoli e le insidie della vita. Il film, infatti, mostra la crescita di Bambi, da piccolo cerbiatto indifeso a erede del Grande Principe della Foresta superando, nel corso della sua vita e col passare delle stagioni, tutte le difficoltà che la vita stessa gli riserva. La perdita della madre, l‘allontanamento temporaneo dall’amata cerbiatta Feline, la continua lotta per la sopravvivenza contro i cacciatori nella foresta rappresentano la vita. Bambi, infatti, amatissimo dai bambini per la sua dolcezza e tenerezza, è comunque un cartoon Disney adulto (come Alice). Non dimentichiamo che è datato Anni Quaranta e questo non è un dettaglio di poco conto. Nel 1941 gli USA erano entrati in guerra dopo l’attacco di Pearl Harbour  e la paura che la minaccia di un conflitto potesse invadere l’America aveva reso gli americani stessi insicuri e timorosi, incerti sulla propria esistenza e sul futuro che li aspettava. Ecco, Bambi è una metafora dolcissima di tutto ciò. Ogni bambino, adolescente e adulto americano nel 1942 era proprio come Bambi, un cerbiatto spaurito che avrebbe dovuto affrontare le difficoltà e le incertezze della vita essendo stato attaccato nel profondo del cuore (la morte della mamma cerbiatto è la metafora della morte del senso di protezione fino ad allora fortissimo nel popolo americano, poi incrinato dal vile attacco a Pearl Harbour). Con il messaggio intenso che vuole lanciare, Bambi è un cartoon che risente del periodo storico in cui venne realizzato e che, proprio per questo, è rimasto nel cuore di milioni di bambini. Nel 2008, l’American Film Institute stilò una classifica dei dieci miglior film di ogni tempo per ogni categoria cinematografica. Non a caso, Bambi risultò essere al terzo posto nel genere di animazione. Un riconoscimento dovuto, per un bellissimo esempio di cartone animato dal profondo senso patriottico. Tipico di Walt Disney. Voto: 8
Bongo e i tre avventurieri (1947). Cos’hanno in comune un orsacchiotto da circo, Paperino, Pippo e Topolino? Niente, a parte questo splendido lungometraggio a episodi che Walt Disney volle fortemente per rilanciare la figura del suo alter ego (Topolino, appunto), un po’ in crisi a causa della verve dei suoi compagni di viaggio, sempre più innovativi e divertenti. Il film si compone di due segmenti, Bongo – ispirato liberamente dal racconto del premio nobel per letteratura Sinclair Lewis – e Topolino e il fagiolo magico, anch’esso  liberamente tratto dal racconto anonimo Jack e la pianta di fagioli. Due storie contrapposte, due opposti che però si attraggono in maniera magica, un omaggio parziale al grande cinema muto di cui Disney era un grandissimo estimatore. Caratteristiche, infatti, dei due episodi è la voce narrante esterna, in Bongo sovrastante e interattiva col personaggio, meno incisiva nel secondo episodio, dove la fanno da padrone le gag dei tre protagonisti. La storia di un orsetto da circo, star degli spettacoli itineranti e schiavo della sua vita da prigioniero, è un bellissimo inno alla ricerca della libertà e dell’amore (anche qui il periodo storico in cui viene prodotto il film incide molto sulla sceneggiatura del lungometraggio), mentre la storia dei tre disperati che inconsapevolmente, piantando fagioli magici, si ritrovano  nel mondo del gigante Willie (usurpatore dell’Arpa d’oro generatrice di prosperità) è un omaggio all’episodio biblico dove Davide sconfigge Golia. Bongo e i tre avventurieri, quindi, funziona perché è un esempio di narrazione cinematografica, i bambini vedendo il film è come se leggessero o ascoltassero da qualcun altro le novelle di un libro con la differenza, appunto, di vederle trasposte in video. Un linguaggio nuovo che per l’epoca (1947) fu rivoluzionario e che centrò l’obiettivo di rilanciare la “carriera” di Topolino, vero eroe del secondo episodio. È lui, infatti, a procurarsi i fagioli magici pur non sapendolo, è lui a liberare i propri compagni dalle grinfie del gigante ed è sempre lui che recupera l’Arpa magica ristabilendo ordine e prosperità nel paese di Valle Felice. Ma questo film sancisce anche l’ultima collaborazione tra Walt Disney e la propria creatura. Da qui in avanti, infatti, papà Walt non doppierà più Topolino a causa dei sempre più numerosi impegni produttivi. Segnale, questo, che anche Disney cominciava ad aprirsi a nuovi orizzonti creativi che produrranno, come già visto e come vedremo, gli obiettivi sperati. Resta, comunque, il fatto che Bongo e i tre avventurieri è un film da rivalutare e che la struttura a episodi, magari non consona per un lungometraggio di animazione, ne rende invece a pieno il suo valore. Voto: 8
Bella addormentata nel bosco (La) (1959). Dopo la perfida Grimilde e la cattivissima matrigna di Cenerentola, a ridosso degli Anni Sessanta fa la sua comparsa un’altra strega che turberà i bambini di tutto il mondo, dalle corna diavolesche e dall’aspetto intrigante. De La Bella addormentata nel bosco, infatti, ricordiamo soprattutto lei, Malefica, che per vendicarsi del sovrano che l’ha esiliata e non invitata al battesimo della figlia, non esita a lanciare una maledizione proprio alla principessa Aurora: al compimento del suo sedicesimo anno di età la ragazza si pungerà con un ago e cadrà in un sonno profondo di morte dal quale sarà risvegliata solo da un bacio di vero amore. Ed è per questo che le tre fate madrine la sottraggono alla sua perfidia nascondendola nel bosco, dandole un nuovo nome, Rosa, fino a quando tutti i fusi del regno saranno trovati e distrutti per proteggerla. Malefica riuscirà comunque nel suo intento, ma verrà uccisa dall’innamorato principe Filippo (sotto le diavolesche spoglie di un drago gigante) che riporterà in vita la propria amata. Le tematiche del cartoon Disney, molto amato dalle bambine di ogni generazione, sono simili a quelle trattate nei film che l’anno preceduta, Biancaneve su tutti. Il primo fattore in comune, infatti, è dato dal fatto che le due principesse sono entrambe condannate a una vita difficile (più fortunata Aurora, comunque, che Biancaneve costretta a fare da sguattera alla matrigna). Il secondo fattore è dato, invece, dalla perfidia delle due antagoniste (sia Grimilde che Malefica, infatti, sono streghe nere spietate e malvagie, che si accaniscono contro l’innocenza e la purezza delle due giovani eroine). Il terzo fattore è il bosco dove sia Aurora che Biancaneve vivono periodi felici e dove entrambe incontrano il Principe Azzurro e, quindi, l’amore. Il quarto fattore, infine, è il bacio di vero amore: le due principesse cadono in un sonno di morte (l’una avvelenata, l’altra punta dall’ago di un fuso) e vengono risvegliate dalle labbra dei propri innamorati. Non è un caso che i due film Disney siano così simili visto che non è un caso che siano tra i più controversi. In entrambi, infatti, i richiami (nelle tematiche, nei paesaggi, nel simbolismo) alla massoneria sono evidentissimi. Resta comunque da dire che al di là del messaggio esoterico che esprime tra le righe, il cartoon è di diritto uno dei più bei Classici Disney, anch’esso ispirato (come Cenerentola) a una fiaba di Charles Perrault e ricco di atmosfere magiche e romantiche. Nonostante all’epoca non abbia ottenuto il riscontro di pubblico che meritava, resta un capolavoro immortale che entra di diritto nell’olimpo reale della produzione disneyana. Voto: 9
Bella e la Bestia (La) (1991). Due premi Oscar vinti (miglior colonna sonora e miglior canzone Beauty and the Beast di Alan Menken), una nomination come miglior film (unica nel suo genere di cartone animato), circa 340 milioni di dollari incassati in tutto il mondo, un successo di critica e commerciale enorme (il merchandising fa ancora proseliti, oggi), un film d’animazione indimenticabile e una pietra miliare dell’intera produzione Disney. Tutto questo è La Bella e la Bestia che venticinque anni fa arrivò nelle sale conquistando il cuore dei bambini di allora e facendoglielo battere ancora oggi che sono diventati adulti. Il cartoon può essere considerato un gioiello tra tutti i Classici disneyani semplicemente perché non ha paragoni. Provvisto di una tecnica di disegno irraggiungibile (ancora lontana dagli attuali effetti digitali) e di una sceneggiatura ineccepibile, liberamente tratta dalla fiaba omonima di Jeanne Marie Le Prince de Beaumont, l’opera è l’apice della creatività degli animatori dell’industria dei sogni, dove le battute, le gag, le situazioni, le canzoni, i protagonisti e persino gli antagonisti (il rude e rozzo cacciatore Gaston con il perfido e idiota tirapiedi Le Tont) sono perfetti. Il cartone non ha difetti (sfidiamo chiunque a trovarli) e la nomination come miglior film (insieme a vere e proprie pellicole cinematografiche non animate) è un riconoscimento che conferma quanto detto. L’incipit, probabilmente, è il più bello di sempre dove, attraverso disegni meravigliosi impressi nelle vetrate e la voce armoniosa del compianto Nando Gazzolo, viene narrata a tappe la storia del Principe avido e cattivo che, respingendo un’anziana vecchina che gli offriva una rosa in cambio del riparo nel castello in una notte di tempesta, cade vittima insieme a tutti gli altri abitanti del castello del suo incantesimo di fata e viene trasformato in una bestia orribile. Incantesimo che potrà essere spezzato solo quando, prima della caduta dell’ultimo petalo della rosa al compimento del suo ventunesimo anno di età, il Principe avrà imparato ad amare e sarà amato a sua volta. In caso contrario, rimarrà bestia per sempre. E l’unica che lo salverà dal suo destino e riuscirà ad amare il suo cuore e non il suo aspetto sarà la dolcissima Belle, offertasi come prigioniera in cambio del padre Maurice, accolto per sbaglio nel suo castello durante una notte di pioggia. Tutto, ne La Bella e la Bestia è incanto e poesia. Incanto come tutti i personaggi del castello vittime dell’incantesimo della fata, tra cui troviamo (tra gli altri) il libertino candeliere Lumiere, il precisissimo maggiordomo di corte Tockins la frizzante  governante Mrs Brick nei panni, rispettivamente, di un candelabro, di un orologio a pendolo e di una teiera. E che dire del piccolo Chicco e del suo cane, rispettivamente una tazzina da thé e il mobile poggiapiedi del padrone. Poesia come  le scaramucce amorose tra la Bella e la Bestia, il loro battibeccare lanciandosi palle di neve in giardino, la spettacolarità della scena del ballo e delle sue atmosfere romantiche sulle note straordinarie della canzone portante Beauty and the Beast, appunto (in italiano cantata da Gino Paoli e Amanda Sandrelli), la trasformazione finale della bestia in essere umano sulla dichiarazione d’amore della propria  amata un attimo prima della caduta dell’ultimo petalo di rosa. Non si può aggiungere altro ai complimenti già fatti, non si può criticare negativamente, si può solo prendere atto di aver avuto l’onore e il piacere di aver visto La Bella e la Bestia al cinema. E di avere voglia di rivederlo una, cento, mille volte ancora, perché ti colpisce al cuore. Come solo un capolavoro vero sa fare. Voto: 10
C  come…
Cenerentola (1950). Sarà soltanto un caso, ma per questa lettera dell’alfabeto dei sogni targato Walt Disney, c’è un unico lungometraggio che inizia per “C”, senza l’aggravio dell’articolo accompagnatore. Ed è proprio Cenerentola, liberamente tratto dalla fiaba omonima di Charles Perrault. Considerato da milioni di bambini (in particolar modo, bambine) uno dei classici più belli dell’intera produzione Disney, Cenerentola (come la sua coetanea Biancaneve) non è una favola, ma è la favola. Alzi la mano chi non vorrebbe una vita come la sua. Caduta in disgrazia dopo la morte del padre a causa della perfida matrigna e delle terribili sorellastre, Anastasia e Genoveffa, Cenerentola è costretta a fare la serva. Ma l’incontro con la Fata Smemorina che le procura magicamente carrozza e cavalli (trasformando, rispettivamente, una zucca e i suoi amici topolini negli oggetti sopra descritti) per farla andare al gran ballo organizzato dal Re (ansioso di maritare il proprio figlio e avere, quindi, un erede), con la promessa di ritornare non più tardi della mezzanotte (quando l’incantesimo sparirà) le cambierà la vita per sempre. Al gran ballo, infatti, Cenerentola incontrerà l’amore (il Principe azzurro, come sempre, ma dove sarà mai?) e sarà la sua scarpetta di cristallo a decretarne il trionfo in un finale da favola, appunto, che lascia sognare ad occhi aperti. Punto di forza del lungometraggio è sicuramente una colonna sonora che ancora oggi si canticchia, pezzi come I sogni son desideri e Bibbidi Bobbidi Bu restano immortali per chi con Cenerentola ci è cresciuto, così come resta immortale l’intera concezione del film. Cenerentola, infatti, incarna il sogno delle ragazze americane del dopoguerra di realizzarsi come donne nell’ambito familiare. Certo, non è un’eroina amata dalle femministe perché tutto si può dire di lei tranne che sia anticonformista. Però, a tutt’oggi, per tutte le donne rimane un must, perché ce l’ha fatta a ottenere tutto  quello che voleva dalla vita. E pazienza se ha avuto anche di più di quello che voleva (oltre all’amore, diventare principessa di un regno non è niente male) perché tutte noi tifavamo per lei, perché se lo meritava. Per chi ha funzionato? Tu fammi un solo esempio di una che conosciamo per cui ha funzionato!/ Vuoi un esempio, vuoi che ti dica un nome, uno qualunque? … Quella gran culo di Cenerentola! Se papà Walt fosse stato vivo e avesse potuto vedere Pretty Woman credo che sarebbe stato fiero della potenza della propria creatura. Voto: 10
Carica dei cento e uno (La) (1961) Straordinario, tutto. La storia, i disegni, le canzoni. La carica dei cento e uno (tratto dal libro I cento e una dalmata di Dodie Smith) è un film d’animazione straordinario. E anche se il concetto è volutamente ridondante, alzi la mano chi non sia d’accordo su questa affermazione. Già la prima scena è da antologia. Pongo, sfaticato esemplare di cane Dalmata, attende che il suo padrone Rudy finisca di suonare per portarlo a fare la solita passeggiata nel parco di Londra e osserva dalla finestra altri esemplari di razze diverse con le rispettive padrone per trovarne una degna per sé e per il proprio. E il risultato è la completa simbiosi fisica e caratteriale tra gli animali e gli esseri viventi che li accudiscono. Così come accade per la prescelta Peggy, sempre di razza dalmata, sofisticata e bellissima come la sua padrona Anita, che finirà per innamorarsi di Pongo come la sua padrona di RudyE allora, chi sono i cento e uno? Una schiera di cuccioli, sempre di razza Dalmata, sequestrata dai due malviventi Gaspare e Orazio su ordine della perfida Crudelia De Mon, grande estimatrice di pellicce animali, che fa rapire anche i quindici cuccioli (o ciccioli secondo il cane colonnello incaricato di ritrovarli) di Pongo e Peggy per incrementare il suo vasto atelier. Il cartoon, ormai, è considerato uno dei più bei Classici di sempre grazie alle sue canzoni diventate mito (su tutte Crudelia De Mon con il suo ritornello jazz Crudelia De Mon/Crudelia De Mon/Farebbe paura perfino a un leon…) e alle sue scene geniali, una in particolare, oltre quella iniziale. Quella del parto di Peggy, con tutte le donne di casa (Anita e la cameriera Nilla) adoperate ad assistere la gestante e gli uomini (Rudy e Pongo) ad attendere fuori dalla porta, proprio come accade nella realtà quando nascono i bambini, con le stesse tensioni e preoccupazioni (tremenda la fumata continua della pipa da parte del padrone di casa, dolcissima la rianimazione dell’ultimo cucciolo creduto morto). E anche se lo stile risulta essere ancora lontano dalla nitidezza digitale di oggi, la rappresentazione delle ambientazioni è particolareggiata. Bellissima Londra, fumosa nei momenti drammatici, luminosa in quelli divertenti; bellissima la campagna inglese, innevata durante la ricerca di Pongo e Peggy dei propri cuccioli; macabra e oscura quella del rifugio di Gaspare e Orazio; volutamente antipatica, ma grandiosa, quella di Crudelia, con i capelli mezzi neri e mezzi bianchi, fisico da befana, sigaretta con bocchino perennemente in mano e tacchi alti rossi su gambe a stecchino. Insomma, un cartoon da amare, da vedere sempre, da non perdere se non lo si è visto e da ammirare soprattutto per il messaggio che vuole dare: che le vere bestie sono gli uomini e che gli animali, i cani soprattutto, sono i migliori amici che non ti tradiranno mai. Nel bene e nel male. Voto: 10
D come…
Dumbo (1941). Come per Bambi (vedi lettera B), anche per Dumbo vale lo stesso incipit: se non avete pianto guardandolo e riguardandolo, allora avete il cuore di pietra. La storia del dolcissimo elefantino dagli orecchi giganti, emarginato dalla sua stessa razza di appartenenza proprio a causa della grandezza dei medesimi e deriso dal pubblico del circo per il quale si esibisce, è un colpo allo stomaco per tutti. Anche qui la metafora della diversità colpisce e conquista i piccoli spettatori che in Dumbo rivedono la propria condizione di piccoli uomini nella fase della propria crescita. Le derisioni, gli sberleffi e le prese in giro che Dumbo deve sopportare diventando addirittura un fenomeno da baraccone per il pubblico ricalcano il difficile passaggio dall’infanzia all’età adulta di ogni cucciolo d’uomo, l’amicizia con il topolino Timoteo è quanto di più democratico possa esistere tra due esseri viventi (visto che, per natura, l’elefante ha il terrore dei ratti, l’amicizia tra Dumbo e Timoteo esprime, invece, il grande coraggio dell’elefantino), mentre il volo finale di Dumbo dalla piattaforma da circo è l’espressione massima della conquista della libertà personale e del rispetto degli altri. Il cartoon, uno dei più seriosi a dir la verità della produzione Disney, servì a risollevare le sorti della medesima dopo il flop (immeritato) di Fantasia (che vedremo a breve, lettera F) e a consegnare nella storia della cinematografia animata una delle più belle e controverse scene mai rappresentate in un cartone animato: quella del sogno onirico e delle visioni che Dumbo e Timoteo hanno dopo aver bevuto, inconsapevolmente, dello champagne da un secchio. I quadri che vengono mostrati in quell’ambito, rigorosamente alternati con cromature fucsia e nere, sono fortemente distorti e “malati” da incutere una sorta di timore. Senza dubbio, la visione di una schiera di elefanti rosa che cantano e ballano muovendosi in maniera distorta è un’immagine molto forte e poco adatta a un bambino degli Anni Quaranta, tanto che anche qui torna di moda l’accusa volta a Walt Disney di inserire sapientemente nei suoi lungometraggi elementi massonici non sempre sotto le righe (ma di questo parleremo più avanti, vedi lettera E). Nonostante questo, però, Dumbo è un capolavoro che rispetto ai suoi predecessori venne sì realizzato con mezzi più economici e disegni un po’ più grezzi, ma che per tale artigianalità è da ammirare ancora di più, soprattutto per il messaggio che vuole lanciare. E cioè che la diversità non è un elemento discriminatorio e non la si trova soltanto al di fuori del proprio gruppo di appartenenza, ma soprattutto nel medesimo, dove soltanto con forza di volontà e tanto sacrificio alla fine si riuscirà a ottenere il rispetto degli altri, diventando finalmente grandi. Un’opera altamente educativa, corale e drammatica. Un cartoon che lascia il segno facendoci riflettere. Voto: 9
E come…
Esoterismo. No, non è un film Disney, ma in assenza di un titolo, questa tematica merita di essere approfondita. Per anni è stato e sarà sempre considerato il papà immaginario di ogni bambino del mondo, ma Walt Disney, al di fuori del suo ruolo di inventore di sogni, era un controverso massone. E come tale è stato spesso accusato, in vita e anche dopo la sua morte, di aver inserito nei propri capolavori simbologie, elementi e richiami alla massoneria e all’esoterismo. Grandi esponenti massonici, come Giovanni Lombardo, hanno analizzato a pieno la produzione Disney e hanno scovato, in maniera più o meno evidente, delle similitudini nelle tematiche e nei disegni dei cartoon Disney con gli elementi principali dell’esoterismo. In Biancaneve e i sette nani, ad esempio, la scena della foresta dove migliaia di occhi al buio circondano la malcapitata spaventandola quasi a morte è un chiaro riferimento al simbolo massonico del fuoco (gli occhi, infatti, sovrapponendosi sembrano tante fiammelle di luce), mentre in Alice e il paese delle meraviglie sono numerosi i richiami ad altre simbologie massoniche (la scacchiera, il labirinto, lo specchio). Riguardo all’esoterismo, fiabe quali La bella addormentata nel bosco e la stessa Biancaneve ne sono intrise trattando la tematica della magia nera (in entrambi i casi le due antagoniste sono streghe, rispettivamente Malefica e Grimilde) così come sono intrise di massoneria, poiché in entrambe le protagoniste muoiono e rinascono in una nuova vita di valori grazie al bacio di vero amore che ricevono dai rispettivi Principi azzurri. La morte e la rinascita, quindi, tematiche importanti che ritroviamo anche in Dumbo, dove l’elefantino rinasce nel finale liberatorio dopo essere metaforicamente morto nella sua vita precedente fatta di soprusi e ingiustizie subite, ne La spada nella roccia, dove il mito di Re Artù (massonico per eccellenza) viene raccontato sapientemente attraverso il contrasto tra la magia nera di Maga Magò e quella bianca di Merlino.  E altri esempi potremmo portare a sostegno della tesi di Lombardo (come, ad esempio, Le avventure di Bianca e Bernie dove in un piccolissimo fotogramma, in uno specchio, si riflette il corpo nudo di una donna), ma ci fermiamo qui perché l’argomento è vastissimo e meriterebbe un saggio a parte per essere trattato. Resta però il fatto (e lo abbiamo sottolineato nell’ introduzione) che Walt Disney era un uomo molto controverso oltre che geniale. E come sempre, genio e sregolatezza fanno sempre coppia.
Eleganza. Anche questo non è un film Disney. Ma anche questa tematica merita di essere trattata. Così come possiamo attribuire a Walt Disney il difetto (per chi lo intende come tale, lasciamo libertà piena di giudizio) di essere un po’troppo legato ai miti e alle simbologie esoteriche e massoniche, possiamo attribuirgli anche il pregio di essere lui stesso il simbolo dell’eleganza. Tutti i capolavori della vastissima produzione disneyana, infatti, hanno come comune denominatore proprio l’eleganza tipica del loro creatore. Senza fare una lista dettagliata, tutti i cartoon presentano un fascino totale: nell’estetica, nei disegni, nei costumi. Un premio speciale va sicuramente alla rappresentazione delle amatissime principesse Disney, vedi Biancaneve, Cenerentola, Jasmine, Belle, Ariel, ma anche a quella dei loro mondi incantati. Sia che l’azione si svolga in castelli magici o in mondi subacquei, in cartoline paesaggistiche o distese desertiche, la bellezza e l’eleganza caratterizzano sempre la messa in scena. Curate e studiate le cromature dei colori (non c’è un personaggio Disney che non sia perfettamente integrato nella scala di colori di sfondo), meravigliose le ricostruzioni storiche (ne Il gobbo di Notredame e in Pocahontas in particolare, dove gli ambienti cupi e gotici della cattedrale di Victor Hugo e l’ambientazione all’epoca dei nativi americani viene resa con devozione), sublime la commistione uomo e natura intesa nella sua globalità (mondo animale, mondo floreale, mondo marino). Quando si guarda un cartone animato targato Disney, quindi, oltre ad entrare nel mondo dei sogni ci si immerge anche nella cura dell’estetica, che rende il tutto una sinfonia armoniosa priva di stonature. Per questo, onore al capostipite e ai suoi artigiani che riescono a rendere pienamente il senso favolistico attraverso una messa in scena impeccabile, che diventa immortale grazie, appunto, all’eleganza che la pervade.
F come…
Fantasia(1940). L’opera più alta dell’intera produzione Disney, gravissimo insuccesso al botteghino che rischiò di far fallire l’industria (che si risollevò grazie a un altro capolavoro, Dumbo nel 1942), concezione artistica avanti nei tempi che per l’epoca è da considerarsi d’avanguardia. L’idea di strutturare un intero film senza dialoghi, con una voce narrante esterna negli intermezzi, legando lo scorrimento delle immagini e gli stati d’animo rappresentati a una colonna sonora che alterna pezzi classici di alta fattura, fu davvero rivoluzionaria tanto che il vecchio Walt Disney lottò non poco per poter realizzare il proprio capolavoro, senza purtroppo aver avuto l’opportunità di godersi a pieno i riscontri della sua intuizione. Fantasia è pienamente espressiva del proprio titolo. È fantasia pura, infatti, associata alla melodia musicale, una sorta di sogno sottolineato dall’armonia del pentagramma dove, in vari episodi, viene mostrato l’evolversi della natura sotto tutte le sue forme.  Si comincia con la Toccata e fuga in Re minore di Johann Sebastian Bach che introduce l’alternarsi meraviglioso (per le tonalità fredde e gelide dell’inverno contrastanti con quelle calde e gioiose della primavera) delle quattro stagioni sottolineate dallo splendido Schiaccianoci di Pëtr Il’ic Cajkovskij. Si prosegue, poi, con l’Apprendista stregone di Wolfgang Goethe che mostra l’apprendistato, appunto, di un giovane stregone (Topolino) che ha non poche difficoltà a rassettare il laboratorio del mago non riuscendo a tenere a bada la propria acerba magia, per poi arrivare alla Sagra della Primavera di Igor Stravinskyj che sottolinea magnificamente la rappresentazione dell’evolversi della Terra, dalla nascita all’estinzione dei dinosauri. E dopo l’intervallo orchestrale, arriva il fiore all’occhiello di Fantasia: la Pastorale (sinfonia numero 6 di Ludwig Van Beethoven) che sottolinea una giornata di festa sull’Olimpo dove gli dei banchettano e finiscono per litigare, come sempre, in un alternarsi di colori e grigiori veramente bellissimo.  La Danza delle ore di Amilcare Ponchielli (con il famoso balletto classico degli struzzi che ancora oggi è irresistibile per tutti) e Una notte sul Monte Calvo di  Modest Petrovic Musorgskij, insieme all’Ave Maria di Franz Schubert, concludono una sinfonia dall’alto valore culturale. Fantasia non fu capito, uscito poco prima dell’entrata in guerra degli Usa non è riuscito ad ottenere il riconoscimento che meritava. E anche se è il più contestato cartoon Disney (sempre per i riferimenti massonici contenuti al suo interno) oggi viene considerato un capolavoro completamente riabilitato dalla critica, con un sequel inferiore all’originale (Fantasia 2000 uscito nel 1999) e con una scia di proseliti in tutto il mondo. Per chi ama la musica (quella vera) e l’arte (nel senso più profondo), un tassello che non può mancare. E se non lo si è visto, un appuntamento da non perdere. Voto: 10
Frozen – Il regno di ghiaccio (2013). Un miliardo (sì, avete letto bene) di dollari incassati in tutto il mondo e per questo primo film d’animazione di tutti i tempi nella propria categoria, due premi Oscar come miglior film d’animazione e miglior canzone (Let it go, in italiano All’alba sorgerò cantata da Serena Autieri), un posto d’onore nell’olimpo Disney e nel cuore di milioni di fan in tutto il mondo. Frozen, con questo curriculum, è in assoluto il cartoon Disney più bello mai realizzato dall’industria dei sogni nel nuovo millennio. Era dal secolo precedente, infatti, che un cartone animato targato Disney, incassi a parte, non colpiva a fondo per la sua straordinarietà, tanto da meritarsi pienamente un posto trai ClassiciIl successo di Frozen è composto essenzialmente da tre fattori: la colonna sonora, (che entra di diritto tra le più belle dell’intera produzione disneyana), la sceneggiatura (tanto originale quanto emozionante nel narrare il difficile rapporto tra Elsa e Anna, unite nella sorellanza, ma divise dalla diversità della prima che tramuta in ghiaccio tutto ciò che osa toccare) e il non abuso delle nuove tecniche di animazione digitale. Guardando Frozen, infatti, si ha come l’impressione di guardare davvero uno dei Classici Disney, anche se la digitalizzazione è evidente nella rappresentazione scenica. Però la medesima è perfettamente integrata con uno stile narrativo e ritmico dalle salse retrò. Quello che vogliamo dire è che in Frozen non si viene distratti dalle nuove tecnologie, ma si resta dentro la storia; non si è attenti soltanto alla ricostruzione – meravigliosamente resa – del mondo di ghiaccio di Elsa, bensì al suo rapporto con la sorella Anna, all’interazione tra i co-protagonisti (il buffo venditore di ghiaccio Kristoff segretamente innamorato di Anna, il dolce, candido e logorroico pupazzo di neve Olaf e la renna Sven, muta ma più espressiva di chiunque nel giudicare fatti e situazioni), al finale della storia, bellissimo e commovente quando le due sorelle finalmente si ritrovano nell’amore reciproco che provano. Frozen, finalmente, riabilita le produzioni più recenti della Disney riuscendo dove la medesima, a inizio millennio, aveva fallito, non riciclando cliché e stereotipi dei cartoon del passato, non provocando un effetto nostalgia senza anima, ma stupendo e innovando. L’ennesima rinascita Disney, quindi (dopo i cali fisiologici degli anni Settanta, Ottanta e Duemila), che passa attraverso uno stile digitale avvolto da sentimenti, uno stile nuovo che non rimane però freddo come il regno di Elsa, ma che scalda il cuore riuscendo a mettere d’accordo grandi e piccoli, coinvolgendoli e meravigliandoli. Un capolavoro degno dei suoi predecessori, consapevole della propria straordinaria bellezza. Da vedere e rivedere. E per questo, un vero Classico. Voto: 9
G come…
Gobbo di Notre Dame (Il) (1996). Riadattare il classico di Victor Hugo (Notre Dame de Paris) facendo in modo che i bambini conoscessero la storia del gobbo deforme Quasimodo e del suo amore impossibile per la bellissima zingara Esmeralda senza risultare noioso e incomprensibile ai più piccoli, non era impresa da poco. Impresa, però, che alla Disney riesce benissimo visto l’enorme successo di pubblico ottenuto nel Natale del 1996, dove Il Gobbo di Notre Dame risulta essere il film più visto. I riferimenti al libro sono numerosi e ben articolati, ovviamente quello che cambia e è il sapore della storia che nel romanzo di Hugo risulta essere tragico e drammatico mentre nel cartoon, destinato appunto a dei bambini, i personaggi, anche quelli negativi, vengono mostrati sotto una forma più blanda. Febo, ad esempio, capitano della guardia parigina dapprima combatte contro gli zingari della città, ma una volta innamoratosi (ricambiato) di Esmeralda si schiera al suo fianco contro il perfido Frollo (cosa che nel romanzo non accade, visto che il medesimo abbandona la zingara al suo tragico destino). Ciò che riesce nel film, comunque, non sono solo gli affascinanti riferimenti all’opera d’origine che la maggior parte dei bambini non conosce, ma una rappresentazione scenica di alto livello. Si comincia a intravedere un nuovo stile grafico con la commistione tra disegno a mano e quello digitale, dove tale connubio crea degli scenari bellissimi. La cattedrale di Notre Dame, ad esempio, è quanto di più bello possa essere stato creato in un film d’animazione dove ogni dettaglio viene rappresentato con una cura di dettagli estrema. Così come vincenti risultano essere le solite trovate Disney riguardo le “spalle” da affiancare ai protagonisti. Qui, i particolar modo, va fatto un elogio all’animazione, al disegno e al concepimento dei tre gargoyles Victor, Hugo e Laverne, con esplicito omaggio all’autore dell’opera. Trasformare delle figure architettonicamente gotiche e spettrali in tre allegrissimi buontemponi che aiutano e consigliano Quasimodo sul da farsi (l’unico, del resto, che può vederli animati) è un’idea geniale che solo gli sceneggiatori Disney potevano avere. Un film amabile, con una colonna sonora in nomination agli Academy, una storia letteraria riadattata come fosse davvero una favola per bambini, un lieto fine insperato e la bellezza della propria concezione tecnica. Da vedere, per continuare a compilare il mosaico dell’immensa produzione disneyana. Voto: 8
H come…
Hercules (1997). Uscito in un decennio particolarmente fortunato per la Disney (gli Anni Novanta, infatti, sono stati una fucina di capolavori, uno più grandioso dell’altro), Hercules riesce comunque a non sfigurare rispetto ai suoi predecessori anche se viene considerato, a ragione, come uno dei Classici minori della produzione disneyana. Nulla da eccepire per quanto riguarda lo splendido lavoro di studio svolto sulla mitologia greca, stravolta qua e là in perfetto stile Disney a favore di una sceneggiatura leggera e frizzante, dove i personaggi risultano essere più attraenti della storia narrata. Splendido lo stile creativo, con i protagonisti medesimi disegnati con le fattezze tipiche della popolazione greca (naso pronunciato, occhi sottili, carnagione olivastra) che omaggiano anche l’Europa e le sue tradizioni. Splendida la caratterizzazione dei personaggi dove Hercules, grande e forzuto eroe mitologico, viene mostrato come un ragazzo timido e imbranato con le sue coetanee, Zeus ed Era sono sempre in continuo litigio e Ade è un isterico e nevrastenico Signore dell’Oltretomba con esaurimento nervoso. In tutto questo, c’è una sorta di omaggio a Pollon, meraviglioso cartone animato degli Anni Ottanta che ha fatto da apripista alle parodie sui miti greci, un omaggio molto leggero visto che Hercules ha uno stile e una rappresentazione grafica di alto livello. Anche se ha dalla sua una colonna sonora eccezionale (Io posso farcela, in originale Go the distance nominata agli Oscar come miglior canzone), una messa in scena che alterna sapientemente l’oscurità dell’Ade e la luminosità dell’Olimpo (e in questo la rappresentazione del mondo degli dei richiama in qualche modo l’episodio già narrato in Fantasia riguardante una giornata tipica sul monte divino) e una morale educativa (Perché un vero eroe non si misura dalla forza che possiede, ma dalla forza del suo cuore, parola di Zeus) Hercules purtroppo non ha quella marcia in più che lo rende indimenticabile come i suoi “compagni di genere”. Con questo, non vogliamo dire che non sia un film educativo e divertente, solo che gli appigli mitologici avrebbero potuto dar vita a qualcosa di più originale. Una piccola critica che però non disdegna, di fatto, la bellezza dell’opera. Voto: 7
I come…
Incanto. Non si può non rimanere incantatati di fronte ai capolavori Disney. Ci si prova, ma non ci si riesce, segno che di incantevole i cartoon disneyani non hanno soltanto le storie, ma tutto il loro concepimento. Bambini e bambine di tutto il mondo e di tutte le generazioni, i loro genitori e nonni hanno sognato e continuano a sognare con le favole Disney che non sono semplici cartoni animati, ma opere educative e morali. Il lieto fine c’è sempre, ma si ottiene soltanto superando tantissime difficoltà. E lo si ottiene superando le medesime non da soli, ma con una schiera di amici pronti a dare la vita per difendere l’eroe o l’eroina di turno e con un sentimento che è più forte di tutte le avversità: l’amore. Temi (quelli della fermezza, dell’amicizia, dell’amore) che insegnano ai bambini il vero significato della vita, con il sorriso e anche con un po’ di paura, proprio come deve essere l’alternarsi delle stagioni della propria esistenza fatta di fanciullezza, adolescenza e maturità. Perché se intere generazioni ancora credono al bacio di vero amore e alla zucca che si trasforma in carrozza vuol dire che per sognare c’è ancora tempo. Perché i sogni, non dimentichiamolo mai, son desideri.
L come…
Lilli e il Vagabondo (1955). Un sottofondo musicale romantico, uno spaghetto galeotto e il mito è servito. Il bacio più bello, più tenero, più dolce e più romantico della storia del cinema ce lo regala Lilli e il vagabondo, bellissimo Classico disneyano, che racconta l’amore (a prima vista impossibile) tra l’aristocratica cockerina Lilli e il randagio meticcio Biagio, tra vicissitudini e avventure che finiranno per legarli per sempre, ispirato dal racconto Happy Dan, The Whistling Dog di Ward Greene. Ancora una volta al centro della storia c’è il mondo animale mostrato nella sua dignità e nobiltà, valori che invece sembrano non possedere gli umani che li accolgono, con i loro vizi e le loro ripicche. Precursore di molte altre pellicole disneyane sul tema (fra tutti, Gli Aristogatti datato 1977), il cartoon ebbe un enorme successo di pubblico tanto da incassare circa sette milioni di dollari nel 1955, diventando un piccolo cult tra gli estimatori Disney. Come ne Gli Aristogatti, anche in questa pellicola ciò che funziona è il connubio tra il popolano e l’aristocratico. Sia che si tratti di gatti o di cani (come in questo caso), il messaggio di fondo è sempre lo stesso: quando l’amore arriva supera qualsiasi ostacolo o barriera sociale, le aristocratiche Duchessa e Lilli non possono far a meno di innamorarsi della faccia da simpatica canaglia dei randagi Romeo e Biagio, sempre pronti ad aiutarle nei momenti più difficili, dimostrando il proprio coraggio. “Uomini” veri, insomma, per vere “donne”, romantici e sbruffoni, ma pur sempre genuini, capaci di conquistare e sedurre la propria amata con una passeggiata sui tetti al chiaro di luna oppure con un piatto di spaghetti traditori. Bellissimo nei disegni e nella cromatura (l’accoppiata dolce miele di Lilli con il grigio fumo di Biagio è una locandina perfetta sullo sfondo della polverosa Londra), dolcissimo nei siparietti amorosi tra i due protagonisti, intelligente nell’affrontare le problematiche animali nel rapportarsi con gli umani (Lilli inizialmente è gelosa dell’arrivo del bambino dei suoi padroni, come spesso succede nella realtà), Lilli e il vagabondo è una boccata d’aria pura da gustare insieme in famiglia (umana e non) magari proprio davanti a un bel piatto di spaghetti al pomodoro. Ma fate attenzione, perché lo spaghetto può combinare guai seri… Tenerissimi. Voto: 8
Libro della giungla (Il) (1967). Liberamente tratto dal libro omonimo di Rudyard Kipling,  Il libro della giungla è purtroppo legato alla scomparsa di papà Walt che morì quando il film era ancora in produzione. Ciò non toglie che con i suoi 346 milioni di dollari incassati in tutto il mondo (205 solo negli Usa), il cartoon rappresentò una grandissima risposta all’insuccesso di pubblico de La spada nella roccia e conquistò (e continua a farlo ancora oggi) milioni di fan in tutto il mondo. Il segreto del successo del film fu di ricalcare, in toni più leggeri e comici, la storia originale narrata da Kipling dove Mowgli, piccolo cucciolo d’uomo, viene allevato nella giungla dalla fedele pantera nera Bagheera e dal tenero orso Baloo che lo aiuteranno a difendersi dalle mire della spietata tigre Shere Khan e da quelle tragi-comiche del pitone Khaa e a tornare, nel finale del film, tra i suoi coetanei umani per amore di una ragazza. Il messaggio del cartoon è nuovamente rivolto all’abbattimento di ogni diversità, Mowgli, infatti, fa di tutto per rimanere nella giungla che considera la sua vera casa visto che gli esseri umani (sua razza di appartenenza) sono crudeli e malvagi nei confronti della natura in cui  vive. Per chi lo ha visto e rivisto, Il libro della giungla è un bellissimo percorso di crescita personale, un modo per far fronte alle difficoltà della vita (la giungla) senza avere paura di affrontarla (il ritorno tra i suoi simili significa per Mowgli aver assecondato il richiamo del proprio “branco” di appartenenza e il superamento di ogni timore nel farlo). Nei disegni e nello stile ricalca pienamente proprio La spada nella roccia, dove il protagonista Semola ha quasi gli stessi tratti somatici di Mowgli, mentre gli animali mostrati nella giungla sono talmente ben definiti da risultare quasi veri. Fu proprio questo a decretare, oltre alla solita colonna sonora in nomination, il grande successo del film tra i bambini che avrebbero voluto essere protagonisti, come Mowgli, di straordinarie avventure. Baloo e Bagheera, poi, due specie di animali dall’indole feroce (una pantera e un orso non sono certo delle bestiole indifese) vengono qui rappresentati ne loro lato più affettuoso e saggio, colpendo al cuore e facendoci commuovere nella scena finale del film quando capiscono che il ragazzo si trova, finalmente, nella sua vera casa. Un cartoon bellissimo, una vera rappresentazione magica della giungla nera degnamente narrata dal suo creatore e, in Italia, in modo affascinante da Salgari, un capolavoro che non ha bisogno di presentazioni e che vale la pena rivedere sempre. Voto: 9
M come…
Mulan (1998). Basato sull’antica fiaba cinese di Hua Mulan, Mulan merita di essere considerato un Classico Disney soprattutto per il messaggio culturale e storico che contiene. La rappresentazione della storia, chiaramente in salsa romanzata, dell’eroina cinese Hua Mulan che fece parte, sotto mentite spoglie, dell’esercito cinese per respingere l’invasione degli Unni in Cina fu una scelta molto coraggiosa da parte dei produttori Disney perché per la prima volta un’eroina disneyana viene mostrata nella sua più elevata emancipazione. Mulan affronta l’iniziale diffidenza dei propri compagni uomini senza averne paura ed è lei ha trovare sempre, non con la fisicità ma con la razionalità e l’intelligenza, la soluzione ottimale per difendere il proprio paese dai barbari, conquistando alla fine anche il merito di essere inserita nel Gran Consiglio del Regno. La tecnica di animazione è ancora legata al rinnovamento Disney dei primi Anni Novanta, ma come sempre il lavoro più difficile è stato fatto nel rappresentare gli scenari tipici della Cina del Cinquecento Dopo Cristo nonché nel disegnare i tratti somatici della popolazione orientale. Un po’ come accaduto precedentemente per Pocahontas, Mulan mostra una civiltà e un periodo storico quasi del tutto sconosciuto all’Occidente e lo fa dando un fortissimo messaggio etico e morale. Da considerare come uno dei cartoon più seriosi, Mulan comunque ebbe un grandissimo successo di pubblico (incassò circa trecento milioni di dollari in tutto il mondo) e resta uno dei capisaldi della produzione disneyana degli Anni Novanta. Magari non avrà il fascino e la potenza visiva e narrativa della tetralogia delle meraviglie di fine secolo scorso (La Sirenetta, Aladdin, La Bella e La Bestia e Il Re Leone), ma va considerato come una produzione degna di nota. Voto: 8
N come…
Nomination. Cinquantasei. Non stiamo dando i numeri, ma cinquantasei è il numero di nominations che i Classici Disney hanno ricevuto dagli Anni Trenta a oggi. Segnale che l’Academy si è innamorata subito dei capolavori di papà Walt, tributando loro il giusto riconoscimento anche quando non esisteva ancora la categoria di genere cinematografico per valorizzarli (solo nel 2000 è stata, infatti, inserita la categoria medesima per il miglior film d’animazione), creando premi speciali a menzioni d’onore. Perché la bellezza e l’innovazione dei prodotti disneyani non potevano lasciare indifferenti gli addetti ai lavori che stranamente hanno inserito la categoria in un secolo in cui l’artigianalità ha lasciato il posto alla digitalizzazione. Mistero che non saremo mai in grado di decifrare.
O come…
Oscar. Walt Disney ama l’Academy e l’Academy ricambia con altrettanta passione visto cha ha assegnato ai numerosi Classici della produzione ben 21 Oscar (la maggior parte sono stati premi speciali, premi al miglior film d’animazione e alla migliore colonna sonora). Si parte dai successi recenti di Frozen, per arrivare a quelli passati de La Sirenetta, La Bella e la Bestia, Aladdin, Pocahontas e ai premi speciali per Biancaneve e i sette nani e Dumbo. Insomma, una bacheca ricchissima dove la polvere non si accumula mai, visto che il marchio Disney è sinonimo di vittoria sicura.
P come…
Pinocchio (1940). Possiamo considerarci onorati di essere stati omaggiati dal grande Walt Disney. Sì, perché tra tutti i riadattamenti letterari della produzione Disney, Pinocchio è l’unico che ha origini italiane. Il cartoon, infatti, è liberamente tratto dal romanzo Le avventure di Pinocchio – Storia di un burattino di Carlo Collodi. Datato 1883, è considerato uno dei classici della letteratura nazionale e mondiale, tanto che Walt Disney era convinto, con questa produzione, di bissare il successo stratosferico di Biancaneve, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non permise una grande distribuzione e Pinocchio, purtroppo, rimane uno tra i tanti capolavori dell’animazione disneyana che non ha avuto molta fortuna. La storia la conosciamo tutti e per chi non la conosce la visione del cartoon equivale alla lettura del libro poiché esso ne rimane fedele in quasi tutti i passaggi più importanti. Il buon falegname Geppetto, sempre solo, crea dal nulla un bel burattino che grazie ai poteri della Fata Turchina prende vita e il nome di Pinocchio, diventando il figlio che Geppetto non ha mai avuto. Ma prima di diventare un bambino vero dovrà far patire il povero papà mettendosi nei guai e comprendendo quali sono le cose giuste e quelle sbagliate della vita (soprattutto evitare di dire bugie che fanno crescere il naso a dismisura!). Pinocchio nel suo peregrinare incontrerà varie figure che lo aiuteranno a crescere e a maturare come un bambino vero. Il Grillo Parlante, dall’abito elegante e dalla parlantina veloce, sarà la sua coscienza, il più delle volte maltrattata e non ascoltata, il Gatto e La Volpe saranno tentatori e mascalzoni, Lucignolo sarà l’amico da evitare, quello che ti porta sulla cattiva strada e ti fa crescere le orecchie da asinello, Mangiafuoco sarà la presa di coscienza di quanto l’animo umano possa essere perfido e cattivo, la Fata Turchina sarà la mamma che aiuterà Pinocchio a ritornare sui suoi passi dopo la brutta avventura nel ventre della balena e a perdonarlo, donandogli la possibilità di diventare un umano. Pinocchio, quindi, è tutto questo, una bellissima finestra sull’infanzia, sulla sua spensieratezza e pericolosità, perché i bambini di oggi saranno gli uomini di domani e le insidie che affronteranno marchieranno per sempre la loro crescita umana. Tutti i personaggi, già simpatici nel libro di Collodi anche se più inquieti, nel cartoon sono ben delineati. Meravigliosa la scelta estetica che rappresenta tutti i protagonisti in tinte color pastello (gli abiti di Pinocchio e del Gatto e la Volpe sono bellissimi nelle loro cromature celesti, giallo-verdi) come meravigliosa è  la fedeltà al romanzo. Considerato uno dei più cupi tra i cartoni animati Disney, rimane comunque una pietra miliare per il suo alto valore culturale e morale (e due Oscar vinti per la miglior canzone e la miglior colonna sonora). Per chi ama i Classici non si può trascurare di vederlo perché si commetterebbe peccato mortale. Un capolavoro assoluto che ci riempie di orgoglio nazionale. Voto: 9
Pocahontas (1995). La storia d’amore tra l’avventuriero inglese John Smith e l’indiana d’America Pocahontas non ha bisogno di presentazioni. Quando la Disney mise in cantiere di sfondare nuovamente al botteghino dopo il successo planetario de Il Re Leone, la scelta del progetto da presentare era già vecchia di cinque anni. Tanti ce ne sono voluti, infatti, per realizzare Pocahontas, il progetto più ambizioso degli animatori Disney dei primi Anni Novanta, dove la grafica rappresentò uno dei problemi più difficili da affrontare. Riproporre la cultura dei nativi e gli scenari naturali del Seicento (epoca della colonizzazione europea in America) insieme agli usi e ai costumi europei (inglesi, per la precisione) non fu lavoro da poco, così come riaprire la ferita del periodo più triste e ambiguo della storia americana, quello della persecuzione dei nativi e della loro futura estinzione. Pocahontas, comunque, colpisce per il realismo della narrazione, è il primo cartoon Disney dove non c’è il lieto fine, John Smith e la bellissima nativa non coroneranno il loro sogno d’amore, ma si diranno addio dopo un bacio struggente tornando alle rispettive origini. Ma essendo Pocahontas ispirata a un personaggio realmente esistito (Pocahontas Rolfe), la Disney sentì di completare l’opera dandole un riferimento storico più preciso e nel 1998 produsse un seguito destinato solo all’Home Video, Pocahontas 2 – Viaggio nel nuovo mondo,  dove viene narrato l’incontro della bella principessa con John Rolfe, suo futuro marito. C’è da dire che questa operazione non era necessaria, già i fan di tutto il mondo non avevano gradito la mancanza del lieto fine del primo capitolo (pur premiandolo con oltre 340 milioni di dollari di incasso) e digerire un nuovo amore a scapito di quello forte e genuino provato per John Smith fu ancora più difficile. Resta comunque il fatto che Pocahontas è un film di alto spessore culturale, che narra un episodio sempre accesso nel cuore dei pochissimi discendenti degli Indiani d’America e che, tecnicamente, è ineccepibile nella sua rappresentazione estetica e grafica. Due premi Oscar (per la migliore canzone, Colors of the wind, e migliore colonna sonora, ancora una volta ad Alan Menken) suggellano il successo di critica oltre che di pubblico e ci restituiscono un cartoon che ha meritato di diritto un posto importante nell’olimpo dei Classici disneyani anche se ci domandiamo, ogni volta che scriviamo il suo nome, dove vada messa quella benedetta “H”! Voto: 8
Principessa e il ranocchio (La) (2009). Nello stesso anno in cui gli Stati Uniti eleggono come loro Presidente Barack Obama, democratico di origini afro-americane, la Disney sta al passo dei tempi e propone il riadattamento della fiaba dei Fratelli Grimm Il principe ranocchio mostrando per la prima volta una principessa di colore. E lo fa tornando alle origini, a una tecnica di animazione dei primi Anni Novanta (infatti il film è diretto dagli stessi registi de La Sirenetta) e con uno spunto creativo davvero niente male, rappresentando le vicissitudini della storia in chiave jazz, ambientandolo nella New Orleans del 1926. Ambientazione non casuale, con un omaggio sentito alla cultura popolare proprio di New Orleans, colpita soltanto quattro anni prima dall’uragano KatrinaLe atmosfere sono tipicamente disneyane, Tiana è una giovane ragazza afro – americana di diciannove anni con il sogno di aprire un ristorante tutto suo, mentre Naveen di Maldonia è un bellissimo e viziatissimo principe che, cadendo nella trappola di uno stregone, viene tramutato in un ranocchio. Per poter tornare umano, dovrà ricevere il bacio di una vera principessa e credendo, per un equivoco, che Tiana lo sia la convince a farsi dare il bacio sospirato. Ma non essendo una principessa, l’incantesimo colpisce a sua volta anche Tiana che si trasforma in una ranocchia che Naveen salverà innamorandosene. Il cartoon, divertente e allegro come gli altri della produzione disneyana, ha il merito di viaggiare a ritmo di jazz e di mostrare una realtà, quella di New Orleans negli Anni Venti, che ha fatto da apripista a un genere musicale considerato, seppur di nicchia, il più colto e raffinato tra tutti. Un omaggio sincero ed elegante che la Disney volle realizzare per dare un nuovo corso alle produzioni future e non è un caso che questo nuovo cambiamento sia stato proposto proprio quando Obama divenne Presidente. Un nuovo inizio a suon di Yes, I can che ha coinvolto proprio tutti, cineasti compresi. Per l’ingegno, il coraggio e il ritorno alle origini, il film merita di essere inserito tra i Classici. Da vedere, sorridendo. Voto: 8
Q come…
Qualità. È un elemento imprescindibile nell’intera produzione Disney, una certezza assoluta ereditata da papà Walt e tramandata nei decenni a seguire di generazione in generazione di tecnici, sceneggiatori, soggettisti, disegnatori, operatori, musicisti, produttori esecutivi. La qualità c’è sempre in ogni film targato Disney e non è un caso che ogni cartoon possa essere considerato un capolavoro a prescindere dal successo o meno di pubblico. La qualità è un marchio della fabbrica dei sogni e la si riscontra nella cura maniacale dell’estetica, della perfezione visiva, dell’adattamento di favole e testi letterari in maniera creativa senza snaturare l’opera di base, della musicalità e armonia tra immagini e stati d’animo. E nel rispetto degli spettatori più esigenti, un pubblico non facile da conquistare composto da giudici severi ed esperti, i bambini. Che fino ad oggi hanno apprezzato, apprezzano e apprezzeranno ancora l’animazione a loro dedicata. Ne siamo più che sicuri.
R come…
Robin Hood (1973). Non so perché, ma ogni volta che leggo il titolo di questo cartoon mi prende un’improvvisa voglia di fischiettare un motivetto accattivante, come fossi il cantastorie che ci narra le avventure dell’eroe di Sherwood. Robin Hood, infatti (ennesimo capolavoro disneyano), si ricorda soprattutto per la colonna sonora composta per gran parte dalle romantiche e melodiche stornellate del menestrello Cantagallo. E si ricorda anche per la bellissima intuizione di raccontare le imprese dell’eroe che rubava ai ricchi per donare ai poveri trasportandole nel mondo animale. Robin e la sua adorata Marian, infatti, sono volpi, Little John è un orso, lo Sceriffo di Nottingham un lupo, la dama di compagnia di Lady Marian, Cocca, è una starnazzante gallina, Frate Tuck è un tasso mentre il perfido Principe Giovanni è un leone imbranato attento ai suggerimenti del viscido serpente consigliere Sir Biss. Il cartoon funziona proprio per l’originalità di narrare e rappresentare una leggenda come l’arciere di Sherwood in chiave non umana e anche per l’avvicendarsi delle sequenze a ritmo di stornelli medievali che accompagnano tutto il film grazie alla figura geniale del CantagalloVa anche detto che Robin Hood (terzo esperimento nel mondo animale dopo Lilli e il Vagabondo, La Carica dei  Cento e Uno e Gli Aristogatti) risente in qualche scena di una tecnica di animazione già vista. Sono molte, infatti, le similitudini con Gli Aristogatti, soprattutto tra i personaggi di Lady Marian e Duchessa, molto somiglianti soprattutto nel disegno del volto. È vero che appartengono a due razze animali diverse (Marian è una volpe, mentre Duchessa è una gatta), però il disegnatore ricalca molto le sembianze del viso, soprattutto dei rispettivi musetti. Come vengono in parte riutilizzati story board identici nella scena del ballo tra Robin e Marian che ricordano, sia nei movimenti corali che in quelli singoli, proprio i movimenti animati di Romeo e Duchessa nella scena del jazz de Gli Aristogatti. Comunque, a parte i dettagli tecnici, il cartoon ebbe un grande successo di pubblico incassando circa sette milioni di dollari in tutto il mondo, ricevendo una candidatura agli Oscar per la miglior canzone (Love) e ancora oggi è un Classico molto amato dai bambini di ieri e quelli attuali. Un film allegro e divertente, con molti spunti di riflessione e un riferimento storico (l’Inghilterra orfana di Re Riccardo durante le Crociate) molto affascinante, come tutte le trasposizioni (cinematografiche o meno) realizzate su Robin Hood. Voto: 8
Re Leone (Il) (1994). Immenso. L’unico aggettivo per descrivere Il Re Leone è proprio questo, immenso. Nessun cartoon  dell’intera produzione Disney è paragonabile alla bellezza estetica e narrativa di questo film. Lo studio della savana, di ogni genere di suo abitante, dei branchi di animali mostrati (leoni, iene, gnu su tutti), dei paesaggi incantevoli è portato allo stremo della perfezione. La scena della nascita del leoncino Simba, figlio del grande Re della Foresta Mufasa, mostrato ai sudditi dal babbuino/mandrillo stregone Rafiki è una delle più belle mai realizzate, per grandiosità estetica e di intenti, emozionante e solenne, perfettamente integrata con la colonna sonora (da Oscar firmata Hans Zimmer e in nomination con L’amore è nell’aria stasera scritta da Elton John e Tim Rice) e con i movimenti animati. L’inchino della popolazione della savana al proprio futuro re baciato dai raggi del sole che sorge, infatti, è coordinato con l’esplosione del ritornello de Il cerchio della vita (in Italia cantata straordinariamente da Ivana Spagna) e crea un impatto visivo ed emotivo difficilmente da dimenticare per chi come la sottoscritta ha provato la gioia di vedere questo capolavoro al cinema. Ma ciò che funziona di questo Classico, a parte la sceneggiatura, è il giusto mix (in perfetto stile Disney) tra i numeri musicali e l’impianto narrativo, nessun pezzo sonoro è sciolto dalla storia, ma perfettamente integrato con essa e coi i suoi protagonisti. Il ballo di Timon e Pumbaa (Hakuna matata), amici di Simba, non può non dare allegria, la cattiveria di Scar, zio di Simba (e responsabile della morte di Mufasa per usurparne il trono) è da antologia, gli sketch delle tre iene sono irresistibili, l’amore tra Simba e Nala, sua amica di infanzia, non può non commuovere sulle note, appunto, de L’amore è nell’aria staseraIl Re Leone è tutto questo, insomma, un alternarsi di sentimenti e di emozioni che ti tengono incollato alla poltrona senza lasciarti andare. Se a questo, poi, aggiungiamo un doppiaggio italiano esemplare e di grande scuola (il grande Vittorio Gassman da la voce a Mufasa, Tullio Solenghi a Scar, Paola Giannetti a Sarabi, Riccardo Rossi a Simba, Sergio Fiorentini a Rafiki e Tonino Accolla a Timon) il resto è storia. Una storia che ha ancora molto da scrivere perché con i suoi 987 milioni di spettatori Il Re Leone è il secondo film più visto del suo genere (dopo Frozen), un Classico che piace ai bambini e agli adulti, un evergreen che difficilmente verrà scalzato dal cuore di ognuno di noi. Una Disney al top, come agli albori. Da non perdere assolutamente. Voto: 10
S come…
Spada nella roccia (La) (1963). Il mito di Re Artù in chiave disneyana, liberamente tratto dal romanzo omonimo di T.H.White. La spada nella roccia è un capolavoro assoluto per quanto riguarda rappresentazione grafica, studio della leggenda storica e caratterizzazione dei personaggi. Abbiamo sempre conosciuto il mito di Camelot, di Re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, però come Artù è diventato re ce lo ricordavamo in pochi. L’intuizione vincente della Disney sta proprio nel fatto di aver realizzato una sorta di prequel al romanzo che conosciamo narrandoci l’ascesa al trono del futuro sovrano. E il modo in cui affronta questa storia è il solito con cui affronta tutte altre: con creatività e ingegno. Così scopriamo che Re Artù, in passato, era semplicemente Semola, un ragazzino con le gambe a stuzzicadenti, sguattero e scudiero dell’imbranato Caio, dall’aria sveglia e desideroso di imparare l’arte della guerra. Arte che insieme ad altri insegnamenti morali ed etici gli sarà insegnata dallo straordinario e straripante Mago Merlino, consapevole del destino di Artù e deciso a farlo diventare uno dei più grandi sovrani di Inghilterra. Nel lungo percorso, i due incontreranno numerose difficoltà tra cui la perfida e bruttissima Maga Magò, antagonista di Merlino, che cercherà di mettere a entrambi i bastoni fra le ruote. Il cartoon, anche se non ebbe il successo di pubblico e di critica sperati, è da considerarsi comunque uno dei più bei film della produzione disneyana, grazie a una rappresentazione storica di alto livello, alla creatività delle situazioni (tra tutte, i duetti di magia tra Merlino e Maga Magò, tra lo stesso e il gufo brontolone Anacleto e la scena in cui, entrambi scoiattoli, Semola e Merlino vengono tampinati da due scoiattoline innamorate) e al fascino immortale del mito di Re Artù. La scena finale dove Semola, per trovare una spada a Caio impegnato in un torneo il cui vincitore sarebbe diventato Re, si imbatte nella famosa spada nella roccia riuscendo a estrarla (inconsapevole del proprio destino di futuro sovrano) è bellissima e toccante, sottolineata da un coro angelico e da una luce celestiale che squarciano finalmente il buio e l’oscurità del trono vacante. Il valore letterario, come in tutti gli esperimenti Disney, è altissimo e forse questo ha inciso sul successo mancato perché La spada nella roccia è un cartoon un po’ più adulto e a volte serioso degli altri. Ma se non lo fosse non staremmo qui a elogiarne la straordinaria tecnica grafica e l’emozionante lavoro di scrittura. Un Classico Disney da rivedere, quindi,  rivalutato recentemente e meritatamente. Voto: 9
Sirenetta (La) (1989). Faccio una premessa doverosa. Chi scrive è innamorata persa di questo cartoon. Sono innamorata di tutto, della colonna sonora (da Oscar, ancora firmata da Alan Menken), della storia, dei personaggi, della tecnica di animazione, della bellezza delle scenografie, persino della perfida Strega del Mare. La Sirenetta non si può non amarla perché è un connubio esplosivo di colori, canzoni, allegria, divertimento, commozione ed emozioni che raramente è così perfetto nella riuscita. La storia di Ariel, figlia del Re del Mare Tritone, che desidera diventare umana per amore del suo bellissimo Principe Eric non ha tempo. Liberamente tratta dall’omonima fiaba di Hans Christian Andersen, colpisce per l’accurato lavoro svolto dai disegnatori Disney nel riproporre i fondali oceanici, un misto di scenografie bellissime con i colori vivaci e frizzanti della corte marina e quelli bui e oscuri della tana di Ursula, la Strega del Mare. Già, Ursula. Non ce ne vogliano Grimilde, Malefica, Crudelia, ma qui la cattiva è di tutt’altro spessore. Esiliata da Re Tritone per le sue mire al trono e per i suoi esperimenti in grado di trasformare gli abitanti marini in esseri umani (ricevendo in cambio la dannazione eterna delle sue vittime), è il personaggio cattivo più bello che possa essere mai stato creato. Da manuale la scena in cui nelle sue grinfie cade volontariamente anche Ariel che per raggiungere il suo amato Eric nel mondo di sopra scambia la propria voce con la temporanea umanità: un misto di pozioni magiche e riflessi oscuri squarciati dal rossore dell’esplosione esoterica sul ritmo de La canzone di Ursula (Io la gioia darò) che ti trascina fin sopra la terra ferma. Ma la bellezza del cartoon sta anche nei personaggi di contorno. Chi non ricorda Sebastian, granchio rosso e gran maestro musicale di corte, che affiancherà Ariel nel suo difficile percorso di crescita cercando invano di farle cambiare idea sulle note di In fondo al mar? Oppure lo scapestrato e disastroso gabbiano Scuttle in grado di scambiare una forchetta per un’arriccia capelli? O ancora Flounder, pesce giallo, timoroso e pasticcione, grandissimo amico di ArielMa La Sirenetta vale la pena vederla, tra le altre, per una scena immortale. Salvato il suo amato e ricondottolo sulla riva, Ariel si dilegua e sparisce tra le onde mentre Eric cerca invano di ricordare il suo volto avendo ancora negli orecchi la splendida melodia della sirena. Vedendolo allontanarsi, Ariel si affaccia lentamente dal suo nascondiglio e lo saluta sul crescere della stessa melodia, venendo cullata e innalzata sullo scoglio da un battito d’onda nell’esplodere del finale musicale. A parole, forse, non viene resa la potenza visiva ed emotiva della scena, ma dal vivo è quanto di più romantico e commovente si possa vedere.  Un successo di pubblico mondiale (ottantaquattro milioni di dollari in tutto il mondo), un fenomeno commerciale senza precedenti, un cartoon che rilanciò la Disney nell’olimpo dell’animazione internazionale, un’esperienza da condividere a qualunque età, un Classico che non può mancare nella propria collezione. Un capolavoro. L’ennesimo. Per la sottoscritta, l’apice dell’intera produzione disneyana. Voto: 10
T come…
The End. Ebbene sì, siamo arrivati quasi alla fine della nostra trattazione che si spera sia stata apprezzata e gradita sicuri, però (come nella consueta tradizione Disney) di avervi regalato un lieto fine nello scorrerla.
U come…
Unicità. Pixar (costola Disney per i cartoon digitalizzati) o DreamWorks, per me non c’è storia. L’unicità del marchio Disney è stata, è e rimarrà tale. Non c’è niente che possa competere con le emozioni e i sentimenti donati dai Classici di vecchia fattura. Che a ogni età rimangono immortali. Elemento, anche questo, unico nel suo genere.
V come…
Voci. Qua e là, nella trattazione, abbiamo accennato che il successo dei Classici Disney in Italia è stato decretato dalla scelta dei doppiatori per i personaggi portanti. Voci come Gigi Proietti (il Genio di Aladdin), Nando Gazzolo (nell’intro de La Bella e la Bestia), Renzo Montagnani (il Romeo de Gli Aristogatti), Pino Colizzi (straordinario Robin Hood), Sonia Scotti (la Strega del Mare Ursula ne La Sirenetta) non sono voci casuali. Proviamo a immaginare oggi i personaggi che hanno doppiato senza la loro capacità e teatralità. No voce, no Classico. Semplicemente grandiosi.
Z come…
Zero. È il voto che dovete assegnare alla trattazione. Sì, avete capito bene. Dovete azzerare tutto, immergervi nella lettura e giudicare indipendentemente dai voti della sottoscritta che ha realizzato questa opera su parametri esclusivamente soggettivi, escludendo magari anche altre produzioni che per chi legge avrebbero dovuto essere presenti. Per questo, datemi e datevi zero. Perché la bellezza nel giudicare i Classici Disney sta proprio nella totale parzialità di chi lo fa. Unico monito: nessuno tocchi La Sirenetta perché posso diventare peggio di Ursula. È una promessa.
Giorgia Amantini

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