Balboanostalgia

Accettiamo questo spin-off.
Creed – Nato per combattere (solito inutile e ridicolo sottotitolo italiano), uscito nelle sale giovedì 14 gennaio, non ci convince molto. Direzione affidata a un giovane e ancora sconosciuto regista che idea e scrive la storia adattandola ai personaggi scelti da Sylvester Stallone, padre effettivo di questo spin-off che nell’evocare il ricordo di un mito eclissato non promette di durare a lungo nel tempo, proseguendo indipendente e divenendo immortale come la saga dello Stallone italiano. Ma lui c’è ancora: Rocky è sempre sulla scena, imponente guerriero eterno cui il tempo della storia e il tempo del racconto non sembrano ridurre l’alone eroico che ci ha accompagnato negli ultimi quarant’anni.
Proprio quattro decenni fa, infatti, in America debuttava lo sconosciuto pugile trentenne di Philadelphia cui la sorte, che portava il nome di Apollo Creed, offrì la tardiva occasione di dimostrare il suo valore. E il solitario Rocky Balboa, già abituato a una vita di fallimenti, ci insegnava che si può sempre ricominciare, che l’occasione prima o poi arriva e il “sogno americano” si può realizzare. Per quaranta anni ci siamo illusi che questa magia potesse capitare a chiunque e, pur nella rassegnazione della vita concreta, abbiamo continuato a condividere almeno il successo di un eroe irreale. Abbiamo seguito tutti gli episodi, abbiamo comprato i VHS e poi i DVD originali dello Stallone italiano per vederlo e rivederlo continuamente; lo seguiamo in Tv ogni volta che qualsiasi canale decide di trasmetterne la saga – almeno cinque volte l’anno! Allora non possiamo abbandonarlo, anche se ormai è su un’altra strada.
Abbiamo detto addio ad Adriana già nel sesto capitolo Rocky Balboa e abbiamo sofferto con il nostro protagonista la solitudine. Ora, in quello che per noi, a prescindere dal titolo, è il settimo volume, diciamo addio a Paulie, ma non alla sua bottiglia di whisky e al ricordo del suo umorismo. Ormai il tempo ci obbliga a dire addio anche allo Stallone sul ring; e purtroppo siamo costretti a salutare anche il borsalino dell’uomo umile sempre leale con sé stesso e la sua strada, per un berretto di lana che deve tenere più calda la testa dopo la chemioterapia. Addio anche ai combattimenti appassionati e agguerriti degli anni Ottanta e Novanta, alle riprese di questi da ogni angolatura che mettesse al centro il pugile e la sua tenacia, per dare spazio a inquadrature moderne ormai da Wrestling di un ring-palcoscenico dove compaiono esaltati boxeur tatuati, in carne e sotto giudizio che rispecchiano purtroppo i cambiamenti reali del mondo sportivo.
Ma Rocky c’è sempre. Ancora lui, ancora fedele ai suoi obiettivi e alla sua morale, pronto a dare al giovane Creed, figlio illegittimo del grande campione, la possibilità che il padre quaranta anni prima aveva concesso a lui: dimostrare di essere un combattente. Ci restano interrogativi irrisolti: dove sono gli altri figli del defunto campione? perché Rocky e Mary Anne Creed continuano a non incontrarsi? E, coscienti che il tempo passa per tutti, ci rassegniamo facilmente allo Stallone invecchiato e malato, che non si allena e fatica anche ad allenare, che vomita dal ring e non corre per le strade di Philadelphia, che arriva a stento in bagno dal letto e gioca con la sua pallina solo nello studio dell’oncologo. Che non ce la fa a salire la mitica gradinata del Philadelphia Museum of Art.
Allora accettiamo questo spin-off. Lo facciamo per il nostro eroe che ci ha fatto sognare e che ogni volta ci riporta indietro nel tempo a quando credevamo ancora che la magia del riscatto potesse avverarsi per chiunque. Glielo dobbiamo. Perché finalmente accetta l’età del suo personaggio, ma riuscendo a rielaborare il messaggio che nei sei capitoli precedenti ci ha sempre ripetuto: qualunque sia la battaglia, nello sport o nella vita, ovunque si svolga, su un ring o in una camera d’ospedale, qualunque sia il premio, il titolo di campione dei pesi massimi o un nuovo inizio, vale sempre la pena combattere per tentare di vincere.
Usciamo dal cinema sentendo tanta nostalgia del grande Rocky Balboa, ma, caro Stallone, va bene anche così.
Marianna Bellobono

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